A vent’anni da “Urban legend” (1998)

Il 25 settembre di vent’anni fa usciva nelle sale americane il film Urban legend. Diretto da Jamie Blanks, è un horror del sottogenere slasher: prevede cioè la sequenziale eliminazione della maggior parte dei protagonisti (generalmente giovani e attraenti) principalmente per mezzo di lame affilate. Tra gli interpreti della generazione X Jared Leto (Dallas Buyers Club, 2013), Alicia Witt (Dune, 1984), Joshua Jackson (Fringe, 2008-2013), col supporto di un veterano del genere come Robert Englund (Nightmare, 1984).

Il film ebbe abbastanza successo da generare due sequel uno più scadente dell’altro. Il giudizio della critica fu invece piuttosto mediocre: l’ennesimo horror con e per teenager, e che ricordava troppo Scream (1996).

Eppure dopo vent’anni gli estimatori del film non mancano, e ha attirato da subito l’attenzione di una categoria di studiosi che non è molto spesso sotto i riflettori: i folkloristi.

Storie… particolari

Il motivo è evidente dal titolo: le leggende metropolitane sono uno dei campi di indagine degli studiosi del folklore. Molti oggi preferiscono chiamarle leggende contemporanee, e anche se questa espressione è forse meno affascinante sarebbe senza dubbio la più corretta. Questo tipo di leggende, infatti, non sono necessariamente legate a grandi città. Molte di quelle che circolano ora sono sì ambientate in contesti cittadini (come i famosi alligatori/coccodrilli nelle fogne a New York), ma non tutte. L’unica maniera logica di distinguerle da leggende più vecchie (dalle quali comunque, almeno alcune, si sono senz’altro evolute) è la contemporaneità.

Da qualche tempo leggenda metropolitana è diventata sinonimo di bufala e, negli ultimi anni, di fake news, ma avrebbero in realtà una definizione precisa: brevi storie apocrife, raccontate come veritiere, e che tendono a viaggiare per passaparola o FOAF (“friend-of-a-friend”). Spesso la storia cela un contenuto umoristico, pruriginoso, macabro, nelle varie combinazioni. Le antiche fiabe, prima che fossero trasformate in prodotto per bambini e quindi “disneificate”, non erano poi così diverse da questo tipo di narrazioni.

Leggende protagoniste al cinema

E l’importanza di Urban legend consiste nel fatto che fu tra le prime pellicole a mettere le leggende metropolitane esplicitamente al centro della trama, contribuendo alla popolarità del concetto. Come spiega Mikel J. Koven in Film, Folklore, and Urban Legends (2008), molti slasher precedenti si sviluppano intorno a scenari tipici delle leggende metropolitane; per esempio in Halloween (1978) e nei suoi sequel lo psicopatico di turno “punisce” le babysitter, un cliché di diverse leggende legate ai giovani. Ma è con Urban legend che le leggende vengono presentate chiaramente come parte del folklore moderno. I protagonisti sono studenti di college e seguono un corso sul folklore tenuto dal professor Wexler (Englund), che spiega loro quanto siano diffuse nella nostra cultura nonostante non parlino di eventi reali.

La parte orrorifica sta proprio nel fatto che un assassino sembra deciso a usare queste storie come copione per trucidare scenograficamente le proprie vittime. Ma anche questa parte ha un contenuto folkloristico: a volte la narrazione delle leggende si spinge nella realtà, e allora si parla di ostensione. Si tratta di un fenomeno raro ma documentato, un esempio è la raccolta dei tappi di plastica a fini umanitari (per esempio l’acquisto di una carrozzina), che alcune associazioni, probabilmente partendo dal successo della leggenda, sono riuscite a realizzare con la collaborazione delle industrie del riciclo.

La forma di ostensione più estrema, ancora più rara, è naturalmente commettere un crimine realizzando una certa leggenda, come avviene nel film.

Dall’accademia al pubblico

Le leggende metropolitane avevano cominciato a essere catalogate con metodo solo nel decennio precedente al film. È stato soprattutto grazie allo storico Jan Harold Brunvand che l’indagine sistematica sulle leggende metropolitane cominciò a uscire dai circoli dei folkloristi. Grazie al suo lavoro anche i lettori non specializzati cominciarono a capire che certe narrazioni non erano confinate nel passato, prodotte da persone meno razionali e più superstiziose di adesso. Al contrario, buona parte di noi ha sentito una leggenda metropolitana, ci ha creduto, e ha contribuito a diffonderla. Dal famoso serpente domestico che misura la propria vittima prima di mangiarla, al cagnolino asciugato nel microonde, fino agli amanti incastrati, esistono leggende per tutti i gusti, e sono riuscite a “bucare”, almeno una volta, le nostre difese scettiche.

Magari facendo leva sulle nostre paure (come la saga dei veicoli ladri di bambini) o i nostri pregiudizi verso una minoranza (ristoranti cinesi, segni degli “zingari”, ecc…).

Lo stesso Brunvand parla del film nell’introduzione alla seconda edizione della sua Encyclopedia of Urban legends (2012). In una scena Natalie, la studentessa interpretata da Alicia Witt, consulta in biblioteca un libro intitolato appunto Encyclopedia of Urban legends, dove trova la conferma ai suoi sospetti. Nel 1998, spiega Brunvand, il libro non esisteva ma lui e i suoi collaboratori stavano lavorando proprio alla prima edizione del libro (2001). Nonostante nessun folklorista avesse collaborato con la produzione, Brunvand riconosce da alcuni indizi che gli autori avevano fatto del loro meglio per documentarsi. L’enciclopedia consultata si trova su uno scaffale di fianco a The Mexican Pet (1986) e nella classe di Wexler si nota una copia di The Vanishing Hitchhiker (1981): due altri famosi libri di Brunvand sulle leggende metropolitane. Nel materiale promozionale era poi citato il lavoro di altri colleghi come Peter Tokovsky, Norine Dresser e Patricia Turner.

Evoluzione del folklore

Secondo Brunvand il film ci dice quanto all’epoca il concetto di leggenda metropolitana e del loro studio fosse già conosciuto al grande pubblico. Da allora, osserva lo studioso, c’è stato però un cambiamento radicale. La diffusione delle leggende per via orale, e talvolta cartacea, è oggi minoritaria rispetto a quella che avviene su internet. Se questo ha causato una standardizzazione di queste narrazioni (una mail inoltrata a milioni di indirizzi ha meno possibilità di mutare rispetto a una storia raccontata faccia a faccia), non ha però cambiato né la loro natura, né la loro influenza sulla cultura.

Un esempio attuale è il film Slenderman, uscito da poco nelle sale. La storia del personaggio del titolo è forse più interessante del film in sé. Creato nel 2009 da Eric Knudsen come creepypasta, cioè un breve racconto dichiaratamente di fiction, ha cominciato a evolversi. Attraverso internet, Slenderman è diventato più di un personaggio, ma una creatura leggendaria, rendendo incerto il confine tra realtà e finzione. Il folklore può essere, ed è, anche digitale.

In Italia il punto di riferimento per lo studio delle leggende metropolitane e il loro rapporto con la cultura è il Ceravolc – Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee. Fondato nel 1990 da Paolo Toselli, le sue attività di indagine e catalogazione sono citate ad esempio proprio da Mr Urban Legend, cioè Jan Harold Brunvand, nella già citata II edizione della sua Enciclopedia. Dal 1991 al 1997 il Centro ha curato una pubblicazione cartacea, Tutte storie, che seguiva le leggende diffuse nello stivale, dalle famose vipere volanti ai profeti di terremoti. Oggi l’attività del Centro prosegue attraverso il sito, che di recente ha reso disponibili le scansioni di tutti i numeri del leggendario, è il caso di dirlo, Tutte storie.

A proposito del rapporto tra leggende e cinema Paolo Toselli spiega a Query online:

La contaminazione tra cinema e leggende metropolitane esiste da parecchio, condividendo l’associazione paura/attrazione. Vorrei citare il film del 1993 Candyman. Terrore dietro lo specchio del regista statunitense Bernard Rose, il quale prende ispirazione dal racconto di Cleve Barker The Forbidden. È probabilmente il primo film fattuale sulle leggende moderne, che riprende una sorta di gioco/sfida molto diffuso a partire dagli anni ’70: l’evocazione di uno spettro (meglio noto come Mary Worth o Bloody Mary) davanti a uno specchio.

«Certo è che oggi questo genere di narrazioni circolano molto meno di un tempo attraverso il classico passaparola – conclude Toselli – mentre sono sempre più infuse nelle varie espressioni della cultura popolare. Ad esempio la musica, come si può approfondire sul sito del CeRaVoLC, recentemente rinnovato».

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