Xylella tra prove di patogenicità e pesticidi: l’importanza della corretta informazione

Nella questione della Xylella pugliese la comunicazione continua ad assumere un ruolo cruciale. L’informazione – e, purtroppo spesso, la disinformazione – che passa attraverso i media è determinante nell’orientare l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei riguardi delle affermazioni degli scienziati e dei provvedimenti dell’autorità competente.

 

Il nesso Xylella-disseccamento

Il 17 giugno la pubblicazione di un articolo sul Fatto Quotidiano aveva riportato in auge alcuni tra i noti cavalli di battaglia dei gruppi che sostengono spiegazioni “alternative” rispetto ai dati scientifici (qui si può leggere una risposta alle varie questioni sollevate), con particolare riferimento alle presunte incertezze sul nesso causale tra batterio e malattia. Alle tante discussioni che ne erano scaturite aveva partecipato anche il profilo social del CICAP, ricevendo da parte del vicedirettore del Fatto Quotidiano, la promessa di tornare sull’argomento con un pezzo più rigoroso e fondato. In effetti, pochi giorni dopo il medesimo quotidiano è ritornato sull’argomento rispondendo a una lettera indirizzata al giornale dalla Società Italiana di Biologia Vegetale e dalla Società Italiana di Genetica Agraria. Il testo della risposta non sembra, però, mantenere le promesse di maggior rigore, sebbene meno sensazionalistico nella forma.

In particolar modo, viene ribadito come non vi sia certezza che la causa della moria degli olivi sia Xylella, perché i dati scientifici in nostro possesso sarebbero insufficienti per affermarlo. Al momento, però, non risulta che qualcuno abbia portato validi argomenti contro il parere degli esperti dell’Efsa che, già nel 2016, dichiaravano soddisfatti i postulati di Koch relativamente alla ricerca presentata dall’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del Cnr di Bari, oppure contro quello dei referee che nel 2017 hanno approvato la pubblicazione su Scientific Report dello studio a cura dello stesso istituto del Cnr. A queste evidenze già solide bisogna aggiungere i dati che provengono da un monitoraggio condotto specificatamente con lo scopo di verificare il nesso batterio-disseccamento, eseguito lo scorso anno in 11 diversi comuni della zona infetta. Gli esiti non lasciano spazio a dubbi sul fatto che sia il batterio a determinare il disseccamento delle piante. Come sottolinea Anna Percoco dell’Osservatorio fitosanitario della Regione Puglia: «L’Osservatorio si è fatto promotore di un’indagine conoscitiva chiedendo al Cnr di verificare l’incidenza di Xylella fastidiosa negli olivi dell’area infetta e con manifestazione conclamata di disseccamento rapido. La sperimentazione condotta dall’ente di ricerca ha dimostrato la presenza del batterio in ognuno dei 500 alberi sottoposti all’analisi. Chiaramente, data la sua semplicità, l’esperimento è facilmente replicabile da chiunque ritenga di poter contestare il dato anche se, a oggi, non sembra esserci alcuna smentita». Ci troviamo, quindi, di fronte a dati ufficiali, raccolti sotto la supervisione dell’Osservatorio fitosanitario, esattamente come quelli provenienti dai monitoraggi relativi all’espansione dell’infezione, che sono spesso presentati in modo distorto e tendenzioso dai sostenitori di spiegazioni che si discostano dalle evidenze scientifiche. È importante ribadire che i dati di questi ultimi monitoraggi non possono essere chiamati in causa come prova del nesso batterio-malattia, perché non è questo lo scopo per il quale sono stati raccolti. Sottolinea Anna Percoco: «L’Osservatorio ha il compito di effettuare il monitoraggio nell’area cuscinetto, nell’area di 20 km della zona infetta in cui si applicano le misure di contenimento (comunemente chiamata zona di contenimento) e nella zona indenne. Questo monitoraggio serve proprio a delimitare le zone infette e indenni. Come massima forma di trasparenza, tutti i dati sono resi pubblici e periodicamente comunicati alla Commissione per il tramite del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali». «Diverso è il ragionamento per la zona infetta, al di fuori dei 20 km», continua Percoco. «In questo caso, l’Osservatorio non effettua alcun monitoraggio ma recepisce i dati raccolti, per esempio, quando si devono movimentare piante di olivo per lavori pubblici o necessità private. In questo caso la legge prevede l’obbligo di far analizzare le piante per verificare la presenza di infezione e i dati ottenuti vengono acquisiti nei database regionali anche se non provengono da una vera e propria attività di monitoraggio». La logica conseguenza è che adoperare questi dati per trarne considerazioni sulla capacità di Xylella fastidiosa di causare la malattia è assolutamente illogico. «È a tutti evidente – sottolinea, infatti, Percoco, che, in assenza di appropriato monitoraggio, non è corretto affermare che, a oggi, la totalità delle piante presenti in area infetta sia malata. Né è sufficiente un lieve sintomo di bruscatura per asserire che una pianta sia malata. E poiché non tutte le analisi condotte in area infetta hanno riguardato necessariamente piante malate, è assolutamente impreciso utilizzare le risultanze di tali analisi per confutare il nesso causa-effetto tra presenza del batterio e malattia». Le analisi, quindi, non sono state eseguite soltanto su piante con sintomi conclamati, quindi questi dati non possono costituire una conferma del fatto che sia Xylella fastidiosa a causare la malattia. Precisa ulteriormente Percoco: «Secondo i dati regionali resi noti nel gennaio 2017, delle 1536 piante (sintomatiche e non), costituite sia da olivi sia da altre specie, analizzate in area infetta, il 6% è risultato infetto da Xylella fastidiosa. Pertanto, non è corretto affermare che, essendo risultato positivo all’infezione di Xylella fastidiosa solo il 6% delle piante analizzate nella zona infetta, il batterio sia presente solo nel 6% delle piante malate,  come già si è avuto modo di comunicare a chi ha proposto tale argomentazione nei media. Questo concetto è stato peraltro ribadito sempre a mezzo stampa e illustrato in dettaglio nei diversi e numerosi incontri divulgativi presso comuni, associazioni e per ultimo nel convegno di Lecce del 13 giugno 2018».

Donato Boscia, dirigente di ricerca all’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del Cnr e coautore di alcune tra le più importanti pubblicazioni sull’epidemia pugliese, sottolinea ulteriormente il concetto: «Avendo avuto modo di consultare il database regionale contenente i dati relativi al monitoraggio 2017-2018 relativamente alle quasi 200.000 piante situate nelle zone cuscinetto e contenimento, ho riscontrato innanzitutto come circa 30.000 non riguardassero piante di olivi ma altre specie vegetali. Dei circa 170.000 olivi, oltre il 90% era classificato con la dicitura “sintomo assente”. Per le restanti piante, comprendenti la maggior parte delle oltre 3800 risultate positive alle analisi e classificate con “sintomo presente”, bisogna sottolineare come questa semplice dicitura non consenta di discriminare se le piante presentassero un sintomo conclamato, più spesso associato a Xylella fastidiosa, oppure un sintomo lieve, aspecifico e comune alla maggior parte delle malattie dell’olivo».

I numeri non confermano, quindi, l’affermazione secondo la quale nella zona infetta ci sarebbero molte piante con sintomi di disseccamento rapido negative ai test per Xylella fastidiosa. Anzi, ripetiamo, il monitoraggio condotto a tale scopo ha consentito di appurare il contrario.

Nel frattempo, la ricerca scientifica ha anche permesso di smentire un altro degli elementi chiave più spesso citati da parte dei sostenitori delle spiegazioni alternative: il ruolo dei funghi, spesso chiamati in causa per spiegare l’epidemia di disseccamento. Il 13 giugno, nel corso del già citato convegno di Lecce, sono stati presentati i dati del progetto Epizixy, che ha permesso di appurare, con un lavoro durato quattro anni, come non vi sia collegamento tra la presenza di funghi e l’epidemia alla quale si sta assistendo in Puglia.

Infine, ricorda Percoco: «Non si deve  dimenticare che focolai di Xylella fastidiosa sono stati individuati anche in Francia nel 2015 (in Corsica e nella regione PACA), in Spagna nel 2016-2017 (nelle Baleari, nella zona di Alicante, a Madrid, in un vivaio in Almeria),  in un vivaio in Germania nel 2016, con ceppi diversi e su diverse specie come mandorlo, olivo, vite, piante ornamentali».

La diffusione di questo patogeno rappresenta, quindi, una minaccia per l’agricoltura del continente europeo e arginarne la diffusione diventa sempre più importante.

 

Le polemiche sul “decreto Martina”

Negli ultimi mesi il Salento è stato teatro di una massiccia campagna di protesta – anche in questo caso tramite ricorsi al Tar del Lazio e ordinanze dei comuni coinvolti – contro il Decreto del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali del 13 febbraio 2018 (più conosciuto come “decreto Martina”), che prevede l’applicazione di diverse strategie per evitare la diffusione dell’epidemia, tra cui una serie di misure per il controllo della sputacchina, l’insetto che fa da vettore al batterio. Il movimento di protesta ha presentato l’applicazione del decreto Martina con toni estremamente forti, parlando di “decreto dei veleni”, sottolineando come le misure previste comportino l’uso di massicce quantità di pesticidi, tossici per gli esseri umani e l’ambiente. La polemica ha riguardato, in particolar modo, una categoria di agrofarmaci, i neonicotinoidi, di cui si è sottolineata la tossicità per le api, con richiami all’importanza dell’apicoltura nel Salento, che rischierebbe, così, di scomparire e paventando, in potenza, rischi non indifferenti anche per gli esseri umani.

In effetti, di recente l’EFSA, l’ente europeo che si occupa della sicurezza alimentare, ha confermato l’esistenza di rischi per le api connessi con l’uso di tre neonicotinoidi, il cui uso è proprio per questo oggetto, in Europa, di restrizioni fin dal 2013. Nel frattempo alcuni studi e revisioni sistematiche hanno indagato sull’impatto di alcuni neonicotinoidi sulla salute umana, riscontrando alcuni effetti, ma sottolineando la necessità di ulteriori ricerche per poter fornire risposte più certe. Se ci fermassimo qui, probabilmente sarebbe automatico concludere che le proteste contro il decreto Martina siano giustificate dall’applicazione del principio di precauzione. Ma si tratterebbe di una valutazione approssimativa. Ne abbiamo parlato con Donatello Sandroni, giornalista specializzato in tematiche relative all’agricoltura, con un dottorato in Ecotossicologia e autore di testi divulgativi e di debunking sul mondo agricolo e gli agrofarmaci.

«Le notizie relative a studi che riguardano la tossicità degli agrofarmaci – ci ha detto – vanno sempre valutate con attenzione. Gli insetticidi, che sono concepiti appunto per uccidere organismi, hanno chiaramente un certo grado di tossicità anche per gli organismi che non costituiscono il loro bersaglio, ma gli allarmismi sono fuori luogo». Per capirci, dai tempi del DDT le cose sono cambiate tantissimo. «Oggi – continua Sandroni – gli agrofarmaci sono generalmente molto sicuri. Negli ultimi 20-30 anni le formulazioni dei fitofarmaci sono cambiate molto, divenendo sempre più mirate e meno pericolose per gli altri organismi». E per quel che riguarda i neonicotinoidi? «Si tratta di una classe di pesticidi molto ampia e differenziata. Relativamente al prodotto indicato dal decreto Martina, l’acetamiprid, è importante sottolineare che si tratta di un fitofarmaco che, usato rispettando le procedure corrette, non espone a particolari rischi. Dal punto di vista tossicologico, si tratta di un prodotto con un profilo eccellente, con una tossicità orale trascurabile, riguardo al quale mancano evidenze di mutagenicità, di teratogenicità e di cancerogenicità», continua Sandroni. «Il prodotto non rientra, inoltre, tra i neonicotinoidi oggetto di restrizioni da parte dell’Unione Europea perché pericolosi per le api», aggiunge. «Si tratta, inoltre, di un prodotto che ha un buon grado di penetrazione all’interno delle foglie e che quindi non è particolarmente soggetto a essere dilavato dalle piogge e a raggiungere i corsi d’acqua, tanto più che si tratta di un agrofarmaco caratterizzato da scarsa persistenza ambientale della sostanza attiva, con tempi di dimezzamento nel terreno dell’ordine di pochi giorni», continua Sandroni. «Naturalmente molto dipende dal modo, più o meno corretto, con il quale viene eseguito il trattamento, ma, tutto sommato, i rischi per gli organismi acquatici vengono anche resi improbabili dall’ambiente in cui si trovano gli oliveti della Puglia meridionale, un contesto arido e distante da corsi d’acqua». Cerchiamo, inoltre, di mettere il discorso in prospettiva: i quattro trattamenti previsti dal decreto Martina sono da considerarsi molti o pochi rispetto ai normali usi agricoli? «A questo proposito, basta riflettere sul fatto che gli oliveti sono, generalmente, soggetti a pochi trattamenti annuali. Quattro o cinque trattamenti sono comunque nulla rispetto ai più di venti trattamenti che si fanno annualmente nei meleti del Trentino Alto Adige, senza che vi siano problemi per la salute pubblica, anzi: le statistiche sanitarie sono eccellenti, a dispetto dei molti allarmismi che proliferano anche in quelle aree geografiche», sottolinea Sandroni. Nel 2016, per esempio, negli oliveti salentini sono stati eseguiti in media almeno quattro trattamenti per il controllo della mosca dell’olivo, ma non risulta che vi siano state particolari rimostranze. Allo stesso modo, non sembra che vi siano movimenti di protesta quando, nel territorio dei vari comuni, si eseguono disinfestazioni contro zanzare e altri insetti infestanti, per le quali vengono impiegate molecole spesso più pericolose, peraltro in ambiente urbano, e nelle immediate vicinanze delle abitazioni.

Anche in questo caso alla base sembra esserci un problema legato alla percezione delle parole. Sebbene la disinfestazione e il trattamento agricolo contro gli insetti dannosi per le colture siano, di fatto, operazioni analoghe, la percezione è molto diversa, anche a partire dalle stesse parole. Parlare di “disinfestazione” fa pensare a un’operazione igienica, mentre il riferimento a “trattamenti” e a “pesticidi” evoca lo spettro della “chimica cattiva”, che ci mette in pericolo.

«C’è poi una certa dose di diffidenza verso tutto ciò che appare lontano dalla tradizione ed è percepito come una sospetta innovazione», nota Sandroni. «Nessuno si dà pensiero per il bicchierino di grappa che ha l’abitudine di sorseggiare, eppure da molto tempo la scienza conosce i rischi collegati all’assunzione di alcol e, in particolare, di superalcolici. Allo stesso modo nessuno si preoccupa dell’esposizione umana a sostanze pericolose abitualmente adoperate per le pulizie, come la candeggina, che ha tutta una serie di rischi per gli esseri umani e l’ambiente». È per questa stessa ragione che di solito sono percepiti come innocui prodotti da sempre utilizzati in agricoltura, come i sali di rame. «Il classico ramato che i nostri nonni spargevano nei campi o altri prodotti tradizionali come la poltiglia bordolese, sempre a base di rame, non sono comunemente percepiti come pesticidi né associati a rischio chimico, eppure si tratta di prodotti tutt’altro che innocui».

In generale, relativamente ai rischi collegati con l’uso dei pesticidi, è fondamentale mettere i relativi studi in prospettiva: «Si deve tenere presente che il parametro principale è quello dell’esposizione del soggetto alla sostanza. Bisogna, infatti, considerare che le condizioni descritte dagli studi eseguiti in laboratorio spesso non rispecchiano quelle della vita quotidiana e riguardano dosaggi molto più forti e modalità di somministrazione più dirette», conclude Sandroni.

È, inoltre, importante sottolineare come le misure che coinvolgono agenti chimici siano solo una parte dell’azione di contrasto all’insetto vettore. Ricorda Anna Percoco: «È utile osservare come sia fondamentale l’intervento meccanico contro la fase giovanile del vettore che, non essendo alata, vive sulle erbe spontanee presenti negli oliveti, attraverso l’eliminazione della vegetazione spontanea con lavorazioni superficiali dei terreni e interramento o trinciatura delle erbe. Per promuovere e incentivare tale misura fitosanitaria, nel mese di aprile è stata fatta, grazie all’ausilio dei Carabinieri forestali, una capillare azione informativa preventiva nelle aree delimitate. Gli insetticidi sono, invece, necessari per contrastare l’adulto del vettore che, essendo alato, è responsabile della diffusione del patogeno, perché acquisisce il batterio alimentandosi da piante di olivo infette e lo trasferisce a quelle sane». Per quel che attiene alla sicurezza delle misure, Percoco ribadisce i dati che abbiamo riferito: «Per quanto riguarda l’acetamiprid, la Regione Puglia ha tenuto conto sia del parere dell’EFSA, che ritiene l’uso di questo prodotto a basso rischio per le api, sia del Regolamento UE/2018/113 del 24/01/2018 con il quale la Commissione europea ha rinnovato l’approvazione di tale principio attivo sino al 28/02/2033. Inoltre, la salute pubblica è assicurata proprio dal Ministero della salute che, prima che un prodotto fitosanitario venga autorizzato per uno o più usi, lo sottopone a una rigorosa valutazione dei rischi riguardo alle proprietà chimico-fisiche, agli aspetti tossicologici (riferiti a consumatori e operatori), al metabolismo, ai residui, al destino ambientale, agli aspetti eco-tossicologici e all’efficacia. Il tutto avviene in linea con i processi autorizzativi nazionali ed europei adottati da tutti i Paesi dell’Unione Europea».

Allo stato attuale delle nostre conoscenze non emergono, quindi, evidenze a sostegno delle affermazioni di chi ha criticato il decreto Martina.

 

Concludiamo con un appello al senso di responsabilità di chi fa informazione, perché farsi veicolo di affermazioni antiscientifiche può contribuire a peggiorare una situazione già critica sotto molti punti di vista.

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