“Non dare il cioccolato al cane o muore”! Sarà vero?

Per i possessori di cani e gatti, può essere già capitato di aver sentito un monito catastrofista: non bisogna mai dare loro del cioccolato, se non si vuole ucciderli. C’è chi crede che il risultato sia istantaneo, e chi invece la prende come una leggenda metropolitana, somministrando di tanto in tanto qualche cioccolatino – che i cani sembrano apprezzare più dei gatti. Mentre si può immaginare che il metabolismo dei nostri animali possa avere delle differenze rispetto al nostro, cosa c’è di vero nella pericolosità del consumo di cioccolato da parte di cani e gatti?

Il contesto

L’inquietante interno di un cabosside, con i semi (ancora freschi) ricoperti da una sostanza dolciastra bianca (Photo Credit: കാക്കര/Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Il cioccolato è un prodotto dolciario derivato dal cacao, una polvere di colore bruna, dal gusto amaro, estratta da un albero chiamato Theobroma cacao, originario dell’America Centrale. Lo strano frutto, chiamato “cabosside“, è ripieno di decine di grossi semi, dai quali, con un complesso procedimento estrattivo, vengono ottenuti la pasta di cacao e il burro di cacao. Quest’ultima rappresenta la parte grassa della lavorazione (conosciuta anche attraverso il “cioccolato bianco“, una variante che può contenere anche latte e/o zucchero); la prima, invece, opportunamente macinata e setacciata, permette di produrre la polvere di cacao vera e propria.

Prelibatezza azteca portata in Europa nella prima metà del 1500 dal conquistador Hernán Cortés, il cacao richiede parecchio tempo per diffondersi nel Vecchio Continente, e inizialmente solo come medicamento. Dapprima attraverso i territori di influenza spagnola, e poi sempre più capillarmente sul continente, il consumo di cacao cresce nel XVIII e soprattutto nel XIX secolo con l’introduzione nell’impasto dello  zucchero, che ne stempera i toni amari.

La struttura di base (nel caso specifico, in granito) di una macchina per il concaggio (photo credit: Z22/Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Nel 1802, un genovese – tale Bozelli – progetta una macchina per raffinare industrialmente la pasta di cacao e miscelarla più efficacemente con zucchero e vaniglia. Nel 1828 l’olandese Conrad Van Houten inventa un procedimento per separare meccanicamente il burro dalla pasta di cacao; e mentre lo svizzero Daniel Peter “inventa” il cioccolato al latte nel 1875, il suo connazionale Rudolf Lindt, quattro anni più tardi, sviluppa una tecnica (il “concaggio“) per amalgamare meglio gli ingredienti esaltare gli aromi desiderati ed eliminare quelli meno apprezzabili. Il cioccolato, alle porte del XX secolo, diviene un prodotto di massa.

Il cacao, in natura (e in commercio) è particolarmente ricco di un alcaloide, la teobromina, presente anche (in misura minore) nei semi della cola e nelle foglie di tè. Stimolante del sistema nervoso centrale, la teobromina è utilizzata negli integratori destinati al consumo umano per via le sue proprietà cardiocinetiche e vasodilatatorie, e per la blanda attività diuretica. E’ presente in molte creme destinate al trattamento della cellulite.

“Non dare il cioccolato al cane, altrimenti muore”. Sarà vero?

Il cioccolato è tanto buono per l’uomo quanto pericoloso per cani e gatti (photo credit: John Loo/Wikipedia, CC BY 2.0)

Assolutamente vero, pur dipendendo dalla dose. Cani e gatti sono molto più sensibili di noi alla teobromina (o meglio, fanno molto più fatica a metabolizzarla); nei cani e nei gatti, la dose letale è tra i 100 e i 500 mg. per kilogrammo corporeo. Una piccola barretta di cioccolato fondente da 100 grammi potrebbe già essere in grado di uccidere un cane di piccola taglia. Bisogna anche considerare la lenta metabolizzazione; nel cane, per esempio, l’emivita della teobromina è di circa 18 ore (6-9 volte superiore rispetto agli esseri umani), un arco di tempo piuttosto lungo, proprio a causa della scarsissima capacità dell’animale di neutralizzare ed espellere la teobromina.


Lo sguardo cuccioloso non deve trarre in inganno: il cane, come il gatto, non dovrebbe mai mangiare alimenti contenenti cacao.

Pur ricordando il celebre aforisma di Paracelso – “è la dose che fa il veleno” – è quindi bene prendere opportune precauzioni per evitare che i cani in particolare – che, a differenza dei gatti, sono più sensibile al gusto del “dolce” – abbiano accesso a dolci a base cioccolato. Quello fondente, fra gli altri, così come la polvere di cacao, sono le varianti più ricche di teobromina: 100g di cacao amaro ne contengono in media 1.600-2.000mg,  mentre se ne trovano tra i 500 e i 1.600mg nel cioccolato fondente, 300mg nel cioccolato al latte e qualche decina di milligrammi nel cioccolato bianco.

I sintomi dell’avvelenamento includono vomito, talvolta contenente sangue, sete intensa (polidipsia), ipereccitabilità, tachicardia, affanno, atassia e/o spasmi muscolari, e, se la dose è sufficiente, possono portare ad aritmia cardiaca, convulsioni e morte. In caso di sospetto avvelenamento da cioccolato, intervenire immediatamente contattando un veterinario; la terapia, in assenza di un antidoto conosciuto, è basata sull’induzione del vomito (per tentare di liberare lo stomaco dall’alcaloide), sulla somministrazione di carbone attivo, eventualmente di ossigeno, e sull’integrazione di liquidi per via intravenosa.

In breve

  • I prodotti a base di cioccolato contengono un alcaloide, la teobromina, che è tossica per cani e gatti. La polvere di cacao e il cioccolato fondente sono gli alimenti che ne contengono la dose maggiore, seguiti dal cioccolato al latte. Il burro di cacao (o il “cioccolato bianco”) ne contiene quantità di gran lunga inferiori.
  • Qualora si sospetti dell’avvelenamento del cane o del gatto a causa della teobromina, contattare al più presto possibile un veterinario: la tempestività nell’intervento è cruciale per limitare gli effetti dell’intossicazione. I sintomi includono in particolare, vomito, sete intensa, eccessivo nervosismo o atassia e spasmi muscolari.
  • In presenza di bambini, è bene che essi stessi siano istruiti nel non somministrare a cani e gatti alimenti contenenti cioccolato, altrimenti percepiti come un possibile premio.
  • Le bucce dei semi di cacao sono talvolta utilizzate per il giardinaggio, come pacciamatura e concime organico a lenta cessione; sono anch’esse ricche di teobromina, e possono essere pericolose per cani e gatti.
  • Curiosità: il nome “teobroma” deriva dal greco “theós” (“Dio”) e “brôma” (“nutrimento”) – il “cibo degli dei”. La pianta del cacao è oggi seriamente a rischio a causa del riscaldamento globale.

Le origini

La struttura molecolare della teobromina (3,7-dimethyl-1H-purine-2,6-dione)

L’alcaloide del cacao fu scoperto nel 1841 dal chimico russo Alexander Woskresensky, e successivamente isolato. Studiato per i possibili effetti farmacologici nell’uomo, viene indicato un secolo più tardi – nel 1942 – in un case report pubblicato su Veterinary Journal, che identifica la teobromina come possibile causa della morte di sei cani che hanno mangiato del cibo contenente cacao. In ambito veterinario, gli studi sugli effetti della teobromina hanno valutato numerose altre specie animali, incluse anatre, cavalli, conigli e persino orsi. Il prestigioso British Medical Journal ha pubblicato nel 2017 un interessante articolo che indica nei periodi festivi di Natale e Pasqua come quelli in cui nel regno unito si verifica la maggior evidenza di casi di intossicazione canina da teobromina, che da sola rappresenta circa un quarto di tutti i casi di intossicazione acuta nel cane riscontrate in ambito veterinario. Lo stesso articolo riporta che, in Germania e Stati Uniti, sono rilevanti anche i giorni successivi a San Valentino e ad Halloween; un monito ad assicurarsi che i propri animali domestici non possano entrare in contatto con quello che è evidentemente quasi solo per noi umani “il cibo degli dei”.

Tutte le foto mostrate nell’articolo sono di Pubblico Dominio o con licenza CC senza obbligo di attribuzione, salvo quando diversamente indicato nella didascalia.

Hai gradito questo post? Aiutaci con una