Le orme del diavolo

Alcuni anni fa, giovane e incosciente, intorno alle 12 di un mattino d’agosto, mi avventurai in dolce compagnia su un sentiero di montagna fra le Dolomiti, non lontano dal Lago di Garda, in cerca del sito dove erano state rivenute delle impronte di dinosauro. Abbastanza giovani e molto incoscienti, non sapevamo che i dinosauri avevano scorrazzato praticamente sulla cima del pendio in cui ci trovavamo, e quindi percorremmo un paio di kilometri abbondanti sotto il sole d’agosto, senza acqua, né abbigliamento adatto, né cappelli. Vi basti sapere che uno degli avvalli lungo la strada leggenda narra abbia ispirato la descrizione dantesca dell’Inferno, per avere un’idea di quante volte abbia cercato di voltarmi indietro e correre verso l’uscita. Per fortuna non l’ho fatto, e giunta al termine del sentiero ho potuto godere del bellissimo spettacolo di varie impronte lasciate da quelli che nel mio immaginario sono tutti piccoli Arlo.

Racconto questo aneddoto un po’ per dare il bentornato alla nostra rubrica (siamo tornati! vi siamo mancati, eh?), un po’ perché è un’associazione scattata in automatico quando ho cominciato a fare ricerche per questo articolo.
Cercare in giro tracce varie di piedi diabolici non è particolarmente difficile: l’Italia, con il suo retaggio a metà fra il religioso e il superstizioso, è ricca di case vicoli e palazzi dove il buon Lucifero avrebbe lasciato la propria firma in modi fantasiosi.

C’è per esempio la pietra del diavolo nella basilica di Santa Sabina a Roma. Si tratterebbe del sasso che il demonio avrebbe scagliato contro San Domenico raccolto in preghiera e caduto in estasi, irato per non essere riuscito a indurlo in tentazione. E’ un ciottolo di discrete dimensioni, nero come l’onice, con dei segni come di profonde incisioni semicircolari.

O i più piccoli segni di “unghiate” sulla cattedrale di Pisa, proprio quella di Piazza dei Miracoli (e che conserverebbe anche l’anfora del miracolo delle nozze di Cana), una linea di forellini che sarebbe stata lasciata dalle unghie del diavolo che si arrampicava per cercare di impedire la costruzione della chiesa e il cui numero varierebbe ogni volta che le si conta. Molto suggestive anche le “ciampate” che si trovano lungo il pendio del vulcano di Roccamonfina, vicino Caserta: d’altra parte chi potrebbe camminare con piedi così grandi sulla lava incandescente se non il diavolo in persona? Per secoli la storia è stata semplicemente questa, del diavolo a passeggio fra i fiumi rossi dell’eruzione vulcanica, ma, come spesso accade, la verità storica emersa dalle indagini stratigrafiche condotte dal professor Mietto dell’Università di Padova è stata di gran lunga più intrigante. Le orme appartengono infatti a un gruppo di ominidi che hanno disceso il pendio (aiutandosi e lasciando tracce anche delle mani nei punti più scivolosi) 350mila anni fa: sono fra le più antiche orme mai rivenute del genere Homo, e saranno pure gusti personali ma a me questo affascina di più delle impronte caprine e puzzolenti di qualche diavolo annoiato.

Anche all’estero le tracce diaboliche non mancano. Una delle più celebri è quella che sarebbe stata lasciata nel Maine tanto amato da Stephen King, e che qualche vandalo ha recentemente pensato bene di dipingere con un po’ di vernice spray rossa, hai visto mai a qualcuno sfuggisse di guardare il reperto storico. In questo caso, la leggenda narra che, durante la costruzione della North Manchester Meeting House (sì, Manchester in New England, non England semplice), uno degli operai non riusciva a scalfire questa pesante pietra che intralciava il lavoro e quindi giurò di cedere la propria anima al diavolo se qualcuno fosse riuscito a spostarla.

Evidentemente il buon operaio non era cresciuto, come noi giovani virgulti italici, a pane e storia terribili della nonna, altrimenti avrebbe ben potuto immaginare quale tristo destino gli riservava la promessa fatta tanto a cuor leggero: il mattino dopo la pietra era altrove e del muratore nessuno ebbe più notizia. Ovviamente sul lastrone era rimasta la firma del nostro buon amico Belzebù, una macchia un po’ indistinta che somiglierebbe a un gruppo di impronte umane sovrapposte e una incisione triangolare che sarebbe il piede caprino.

Tuttavia, fra la gente che ama solleticarsi l’immaginario con storie spaventose e inspiegabili (circa), sicuramente le impronte più famose in assoluto sono quelle che furono rinvenute nel Devon, in Inghilterra, nell’inverno del 1855.

Disegno delle impronte pubblicato dal The Illustrated London News, 1855.

Le impronte comparvero all’alba della notte fra l’8 e il 9 febbraio, e poi tornarono un paio di giorni dopo, in entrambi i casi dopo una pesante nevicata. Le impronte erano particolarmente bizzarre perché erano disposte in una lunga fila singola che si estendeva per quella che è stata calcolata essere un’estensione fra le 40 e le 100 miglia complessive, e proseguendo bellamente sopra qualsivoglia ostacolo venisse incontrato: fattorie, fiumi, granai, (case, vicoli e palazzi l’abbiamo già detto?), sopra i tetti e lungo i muri. Alcune testimonianze raccontavano di averne viste addirittura fra il Dorset e il Lincolnshire. Un evento così sinistro e misterioso non poteva che essere causato dal demonio in persona e per un po’ gli abitanti della zona preferirono rimanere in casa la sera.

Di prove, al solito, ce ne sono ben poche. Pur essendo circolata ampiamente ai tempi in cui è avvenuta, le prime testimonianze scritte furono rinvenute nel 1950, in una serie di documenti appartenuti a un vicario della zona, che fra le altre cose riportavano anche degli schizzi delle impronte e una lettera al The Illustrated London News. E in assenza di fotografie e rilievi scientifici questo e poco altro è tutto ciò di cui ci dobbiamo accontentare, tanto che in molti ipotizzano che si sia trattato di un evento di isteria di massa, in cui fenomeni diversi venivano fraintesi e ricondotti a un’unica sorgente anch’essa interpretata erroneamente (un po’ come probabilmente accadde nella battaglia di Los Angeles). Non a caso, sottolinea Joe Nickell, le testimonianze differiscono significativamente nel riportare dimensioni e forma delle impronte. Inoltre, come invece fa notare Brian Dunning nel podcast di Skeptoid, riesce difficile credere che in un solo giorno, con la neve alta, qualcuno del 1855 abbia potuto ripercorrere tutta la presunta traccia se davvero si estendeva per miglia e miglia, visti i mezzi di trasporto non proprio supersonici e la ruralità del Devon dell’epoca, il che inficia parecchio la plausibilità della ricostruzione dell’estensione del fenomeno.

C’è da dire, tuttavia, che una spiegazione univoca e soddisfacente del fenomeno non è ancora stata fornita, sebbene i più propendano per diversi specie animali, tra cui il topo selvatico, che avrebbe la dimensione giusta anche per essersi intrufolato nei tubi troppo piccoli per altre bestiole. Poco successo ha invece ottenuto quella che ricondurrebbe le impronte all’ancora di zavorra trascinata da un pallone meteorologico andato smarrito, poiché nessuno ai tempi ha denunciato la perdita di un simile pallone né ne è mai stato rivenuto alcuno fra le fronde degli alberi come invece sarebbe stato estremamente probabile.

Quello che certamente porta a escludere la pista satanica è che fenomeni simili si sono verificati altrove, nel corso della storia, ad esempio in quella che viene chiamata Isola della desolazione, ovvero l’arcipelago delle Isole Kerguelen nell’Oceano Indiano: qui vivevano, prima dell’avvento degli occidentali, poche specie animali e vegetali, tra cui qualche pinguino e molti insetti, visto che le temperature medie si aggirano fra i 2 e i 7 gradi e i venti fischiano anche a 200 kilometri orari. Tuttavia, nel 1840, il capitano James Clark Ross trovò una serie di impronte forse simili a quelle che sarebbero state rinvenute in Devon, ma senza che apparentemente vi fosse fauna adatta a lasciarle. Alla fine, il capitano Ross ritenne probabile che si fosse trattato proprio di un cavallo o di una capra smarriti da qualche spedizione precedente, a lasciare quei segni così misteriosi. Ora, se possiamo anche supporre che Azazello si diverta ad andare in giro a spaventare i poveri abitanti del Devon (o del Belgio, dove ne sono state rivenute altre nel 1945, di cui esiste persino evidenza fotografica), riesce più difficile credere che se ne vada girovagando sena ragione per isole impervie dove al massimo può indurre in tentazione un pinguino.

Postilla: Questa è una storia interessante in cui sono incappata mentre studiavo. Dai vari resoconti a nostra disposizione non sembra che le condizioni climatiche dell’evento in Devon siano paragonabili a quelle raccontate nel blog dell’amica scettica, tuttavia il fatto che le foglie si fossero prima congelate e poi nello sciogliersi avessero lasciato dei segni che alcuni abitanti avevano scambiato per impronte animali mostra come sia possibile che un fenomeno del tutto naturale venga completamente frainteso.

Sonia Ciampoli

“A che punto è la notte” è una rubrica che fa il punto sui mysteri di vecchia data, che esercitano ancora tutto il loro fascino pur essendo già stati smentiti e razionalmente spiegati.

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