Il WiFi è pericoloso?

Di recente ha fatto scalpore la proposta da parte della nuova amministrazione comunale di Torino di limitare allo stretto indispensabile l’utilizzo del WiFi nei luoghi pubblici. La neosindaca si è preoccupata di specificare che si tratta di un orientamento di massima, e che la diffusione della connettività internet fa pure parte degli obiettivi di programma della giunta.

Iniziative simili, anche molto più specifiche, si sono ripetute nel recente passato, con limitazioni di vario tipo nelle scuole, e mozioni di indirizzo di varie amministrazioni locali. In particolare di recente, sempre in Piemonte, è stata proposta da Paolo Allemano al Consiglio Regionale una mozione poi votata all’unanimità. Lo scopo di quest’ultima iniziativa sarebbe quello di tutelare le persone elettrosensitive, cioè chi manifesta sintomi di vario tipo in presenza di dispositivi elettronici. Nella mozione si afferma che l’elettrosensibilità è una patologia riconosciuta, che diversi studi evidenzino come l’esposizione a campi elettromagnetici provochi disturbi neurologici, in particolare nei bambini, e che i medici concordino sulla necessità di ridurre le emissioni per prevenire questa patologia. Tutte queste iniziative si richiamano al “principio di precauzione”: finché non venga provata l’innocuità delle onde radio, meglio limitare, o evitare, le esposizioni.

Ma la posizione della comunità scientifica a riguardo è molto diversa. L’elettrosensibilità viene attualmente classificata come una patologia legata all’ansia. Numerosi studi in cieco (in cui cioè il soggetto non sa se è esposto o meno a campi elettromagnetici) hanno mostrato in modo univoco come i sintomi siano presenti indipendentemente dall’effettiva esposizione (es. qui una rassegna, e un articolo divulgativo sull’argomento). La scheda sull’argomento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità conclude che “la cura dei soggetti colpiti dovrebbe concentrarsi sui sintomi e sul quadro clinico e non sul bisogno che la persona avverte di ridurre o eliminare i campi elettromagnetici”. In generale l’enorme mole di studi sugli effetti dei campi a radiofrequenza non ha evidenziato nessun effetto neurologico. In ogni caso gli studi attuali si concentrano su possibili effetti a lungo termine dell’uso dei cellulari, mentre le esposizioni alle emissioni di ripetitori o di wifi, molto meno intense, non sono considerate pericolose dagli organismi protezionistici e dall’OMS. Il consigliere Allemano ha sottolineato come l’IARC abbia classificato i campi dei wifi come “possibili cancerogeni”. Ma questa classificazione si riferisce solamente all’utilizzo di cellulari, mentre lo stesso documento dell’IARC esclude ci siano indicazioni di pericolosità per  altre forme di esposizione, come ripetitori o wifi. Inoltre la classificazione indica solamente la possibilità di un rischio, la cui esistenza viene ritenuta comunque improbabile. La situazione attuale delle conoscenze sull’argomento è anche qui sintetizzata in una scheda dell’OMS.

La mozione si richiama a un documento dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (Risoluzione n. 1815 del 27 maggio 2011), che ha contenuti simili. A sua volta questa risoluzione si basa su un documento, redatto dal deputato proponente, il quale è fortemente critico verso le posizioni dell’OMS su questo problema, ritenute viziate da conflitti di interesse. In particolare il documento indica l’ICNIRP, la principale associazione di categoria che raggruppa gli studiosi di radioprotezionistica, come una diretta emanazione delle industrie di radiocomunicazioni, mentre ritiene che avrebbero una una maggiore affidabilità le associazioni di cittadini preoccupati dalle emissioni. Occorre inoltre sottolineare come il Consiglio d’Europa sia un organismo comunitario con compiti generali di tutela dei diritti umani, e non abbia compiti legislativi, o normativi.

La mozione propone, oltre che la riduzione delle esposizioni, di informare la popolazione sui rischi connessi all’uso del wifi. Andando a leggere la scheda dell’OMS a riguardo, o la pagina dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, che affermano che non sia mai stato trovato nessun effetto nocivo imputabile ai trasmettitori wireless, ci si chiede quali rischi si dovrebbe illustrare.

La mozione, o la risoluzione su cui si basa, propone di abbassare i limiti di esposizione a 1 milliwatt per metro quadro (mW/mq), con l’obiettivo di arrivare a 0,1 mW/mq. Per confronto gli attuali limiti italiani, facilmente rispettati dai wifi, sono di 0,1 watt/mq (cento-mille volte maggiori), i limiti internazionali, alle frequenze dei wifi, di diversi watt/mq. I primi effetti con una qualche rilevanza sulla salute si incontrano ad esposizioni superiori a 100 watt/mq. Abbassare i limiti ai livelli proposti avrebbe l’effetto di impedire praticamente ogni forma di comunicazione radio. Non sarebbe possibile rimanere nella stessa stanza in cui sia acceso un cellulare, o un access point wifi. Diventerebbe difficilissimo garantire la coperture alla rete cellulare. Paradossalmente questo aumenterebbe l’esposizione nell’unica situazione che attualmente desta qualche sospetto: i cellulari adattano la potenza con cui trasmettono alla potenza ricevuta dalla stazione radio base, e quindi espongono chi li usa a potenze più alte in zone con cattiva copertura. Chiaramente chi ha redatto il documento ha in mente solo le emissioni artificiali, a frequenze fino a 5-10 GHz e su bande di frequenza strette. Ma se si prendono alla lettera, e si considerano le emissioni in tutta la banda delle microonde (da 1 a 100 GHz) questi limiti sarebbero paradossali: ogni corpo caldo emette infatti onde radio (emissione termica), e l’emissione in questa banda di frequenza da un corpo a temperatura ambiente è di circa 0,1 mW/mq.

Ma anche se la pericolosità delle onde radio non è provata, non sarebbe meglio limitarle, o proibirne l’uso finché non se ne provi l’innocuità? Il problema di questa interpretazione del “principio di precauzione” è che non è mai possibile dimostrare l’innocuità di qualcosa. Il massimo che si possa fare è cercare effetti negativi, e non trovarne. Questo per le emissioni dei wifi è stato fatto, con i risultati che possiamo leggere nella relazioni di enti come OMS, IARC, Istituto Superiore di Sanità. E difatti il principio di precauzione, come correttamente enunciato, dice che la precauzione vada applicata quando esistono seri sospetti sulla nocività di qualcosa, ma manchi una conferma certa. E vada applicato per il periodo di tempo, limitato, in cui gli studi possano appurare se il serio sospetto sia o meno fondato. Se invece vogliamo una conferma certa di innocuità, dovremmo vietare assolutamente qualsiasi cosa. O, come viene spesso fatto, possiamo vietare, per “principio di precauzione”, qualsiasi cosa non ci piaccia, per qualsiasi ragione.

21 pensieri riguardo “Il WiFi è pericoloso?

  • 2 Settembre 2016 in 12:02
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    per fortuna i nostri progenitori non nascosero la scoperta del fuoco perché tendenzialmente pericoloso per precauzione … abbiamo persone che per precauzione non vorrebbero vivere perché la vita sicuramente conduce alla morte , e questi di per se non sono pericolosi , lo diventano quando possono disporre di potere …

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  • 2 Settembre 2016 in 23:54
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    Uhm, artificio letterario non perfetto, quello di Andrea, poiché il potere casomai ti espone ai pericoli piuttosto che allontanartene. Difatti le aziende telefoniche (potere economico) si guardano bene dall’informarci preventivamente e ci obbligano a tenere sempre acceso il wifi di casa (pena il non funzionamento del telefono di casa) senza spiegarci che chiedendo la fibra sarà così. Nel migliore dei casi (nel caso cioè in cui effettivamente il wifi si innoquo) ci trattano da bambini incapaci di comprendere e valutare. Non avrebbero torto, a dire il vero, se si guarda solamente a come sono accolti gli OGM in Italia (o i vaccini, o la cura DiBella, o il metodo Stamina di Vannoni).

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  • 3 Settembre 2016 in 11:34
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    Pawel
    Di cosa dovrebbero informarci preventivamente le aziende telefoniche? Che ci forniscono il wifi assieme al modem? Di solito è ben reclamizzato, come un vantaggio. Di solito è possibile disabilitarlo (ancora non ho visto modem con wifi non disabilitabile, ma non escludo che esistano), naturalmente occorre sapere come fare, entrare nel menu di configurazione. Ma essendo una funzionalità molto richiesta, è abilitata nella configurazione standard. Certo, se stacchi la spina al modem il telefono smette di funzionare, visto che ormai si usano solo servizi VoIP (voce su internet), ma se si disabilita il wifi il telefono continua a funzionare normalmente.

    Molti elettrodomestici oggi hanno una funzionalità wifi: televisori intelligenti, stampanti, anche se in questo caso di solito occorre attivarle, almeno per configurare la connessione con il router.

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  • 5 Settembre 2016 in 09:54
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    Se proprio si vuole disattivare il Wi-Fi del modem, i modem di marche buone (non sono i modelli stra-economici che forniscono le compagnie telefoniche) hanno praticamente sempre il pulsante per disinserire il wi-fi e usarlo solo via cavo.
    Però il motivo per cui normalmente vale la pena cambiare il modem “gentilmente fornito in offerta” dalla compagnia telefonica con uno da 50 Euro o più, è che l’antennina del wi-fi del modem in offerta è talmente poco potente che non arriva da una camera all’altra in un piccolo appartamento. La possibilità di disattivare l’antenna è un optional molto comodo per vari motivi (scollegare momentaneamente tutti i device tranne il P7C con cui si sta lavorando collegato via cavo, che avrà tutta la banda per se se si deve spedire/ricevere files pesanti, per esempio. Utile per escludere figli e nipoti collegati coi loro aggeggi succhiabanda quando serve a voi).
    Insomma, entrare nel menu di configurazione non è sempre strettamente necessario.

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  • 7 Settembre 2016 in 16:50
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    bellissimo articolo, come sempre. Un avvertimento va dato quando c’è il fondato sospetto che quella certa e particolare cosa possa dare quel certo e particolare danno. “Fondato” significa che lo si è riscontrato e studiato, non per sensazioni o per simpatie personali. I geniali regolatori di cui parla l’articolo giustificano la restrizione con una supposta inattendiiblità dell’ICNIRP; la loro convinzione invece è sera e documentata? Da dove nasce? Dalla sfera di cristallo, dal magico intuito degli illuminati?
    Anni fa, è stato sostituto il collegamento dalla centrale telefonica di distretto a quella urbana del paese dove abito. La gente ha formato un comitato perché, dopo averlo saputo, ha iniziato ad avvertire emicranie. Peccato che il nuovo cavo fosse in fibra ottica, pertanto funzionante a “lampi di luce” e quindi privo di qualsiasi emissione elettromagnetica dispersa…

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  • 4 Ottobre 2016 in 15:50
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    Buon giorno
    La risoluzione 1815 si basa sulle ricerche scientifiche indipendenti “bioinitiative” e leggendo le conclusioni di questo rapporto indipendente emergono chiare risultanze scientifiche che si contrappongono ai pareri OMS per questo è stata redatta risoluzione

    proprio per incongruenza tra parti scientifiche? ( conflitto interessi? )

    il nostro consiglio di stato precisa che l’applicazione del principio di precauzione dovrebbe prevalere prima dell’umanità scientifica

    il “problema” wireless non è nell’etere ma nel quadrato della distanza all’esposizione di trasmittente e ricevente che oramai teniamo tutti in tasca

    Se dovessi vendere prodotti in amianto cosa mi consiglirerebbe? certifico qualità o difetti?

    https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/Notiziasingola/index.html?p=NSIGA_4103664

    Risposta
  • 4 Ottobre 2016 in 16:26
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    Signor Carlo,

    il gruppo Bionitiative è in conflitto di interessi. Si tratta di un gruppo fortemente marginale, che vuol imporre le proprie idee a dispetto delle evidenze scientifiche formando “istituti” con nomi altisonanti per darsi credibilità scientifica. Non sono ammessi nel gruppo persone con idee differenti, o studi che non portino alle loro conclusioni. Non è permesso un sano dibattito scientifico, che nella comunità “ufficiale” invece esiste. Non esistono solo gli interessi economici, esistono anche quelli ideologici.

    Il principio di precauzione richiede precise condizioni per poter essere invocato. Condizioni che per le emissioni del wifi non esistono. Il paragone con l’eternit non regge, per quest’ultimo non si applica il principio di precauzione, ma l’evidenza scientifica, che abbiamo dai primi studi fatti sull’argomento, ormai quasi un secolo fa.

    L’unanimità scientifica non esiste su nulla, neppure sulla dannosità dell’Eternit. Ad esempio ci sono alcune preoccupazioni sui vegetali coltivati con tecniche biologiche, che qualche scienziato prende molto seriamente. Vietiamo l’agricoltura biologica per principio di precauzione?

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  • 4 Novembre 2016 in 11:42
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    non so se siamo colleghi, comunque parlo da scienziato non complottista!
    Il WiFi ha una frequenza di circa 2.5GHz il cellulare 1.5 GHz. La frequenza del cellulare è classificata cancerogena certa. 1GHz di differenza non significa nulla: se è cancerogeno il cellulare lo è anche il WiFi. come del resto i radar che sparano radiazioni alla stessa frequenza (~1GHz). Dov’è la differenza? nella potenza emessa. Il Radar spara a decine di kW e se rimani a lungo nel raggio d’azione senza schermature ti viene la leucemia. Il cellulare spara segnale ad 1-2Watt, per contro il WiFi comune spara il segnale a 0.1-0.2Watt. Tralasciamo i nuovi potenti WiFi hotspot per provincia e condominiali che non conosco le specifiche.
    Quindi senza sbagliare possiamo dire che se il cellulare è cancerogeno il WiFi lo è per un decimo della sua potenza nominale (rispetto al cellulare). Quindi tutto apposto?
    NO. perché a differenza di un soggetto investito da un radar, il dispositivi che si collegano al segnale WiFi sono essi stessi antenne WiFi che irradiano e l’ irradiamento è pulsato ad una frequenza di refresh di qualche decina di Hz. Quindi in una stanza (es. le nostre classi digitali) dove N>10 studenti entrano e si agganciano al WiFi si crea una situazione che distribuisce un segnale paragonabile a quello di un apparato telefonico in ogni cm^3 dell’ aula. Se si aggiungono fenomeni di interferenza il segnale aumenta.
    Riguardo la pulsazione del segnale connesso all’ invio/ricezione dei pacchetti, essa produce dei treni d’onda sulla portante del segnale ai 2 GHz che risentono di una variabilità di qualche decina di Hz. Ci sono molti studi che parlano di bio-equivalenza tra un sistema pulsato a bassa potenza ed un sistema non pulsato ad alta potenza. In soldoni il WiFi fa male, preso singolarmente, fa meno male della radiazione dei cellulari, ma in ambienti affollati e, sopratutto, dove si prospetta un utilizzo giornaliero per più di 4 ore giornaliere, si superano i limiti raccomandabili per le esposizioni dei bambini (che non sono i limiti di legge del campo!).
    I limiti raccomandabili sono 0.6V/m, sebbene il valore risenta dell’ inadeguatezza del sistema di misura adottato, in quanto per quantificare il potenziale danno (e quindi indicare dei valori massimi di legge) andrebbe utilizzato come metro di misura il Watt/Kg di peso corporeo, ma chiaramente questo valore dovrebbe essere relazionato alla singola lunghezza d’onda.
    Se gradisce alcuni riferimenti riguardo a quanto appena detto, glieli posso fornire senza nessun problema.
    Ultima cosa per eseprienza diretta non utilizzerei il criterio del peer-review per peronare la causa dello scientificamente corretto, poiché “se si vuole” uno studio può essere scientificamente corretto, ma comunque sbagliato e quindi dimostrare quello che ci si prefigge di dimostrare.

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  • 4 Novembre 2016 in 13:37
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    Gentile sig. Gallozzi,
    nel suo commento leggo diverse inesattezze.

    – Le onde radio a 1.5 GHz non sono “cancerogene certe”. E’ l’ESPOSIZIONE al cellulare ad essere classificata come POSSIBILE cancerogena.
    La differenza è importante. Il documento IARC non classifica, esplicitamente, altri tipi di esposizione, come quelli derivati da stazioni radio base.
    La differenza tra i due casi è la distanza. Il cellulare trasmette a 2-5 cm dalla testa, qualsiasi altro tipo di esposizione trasmette da distanze molto maggiori, e l’esposizione diminuisce col quadrato della distanza (ad un metro e’ circa 1000 volte minore, a parità di potenza)
    Possibile cancerogeno significa che esistono dei sospetti, ma che la relazione è improbabile. Quindi è possibile che un uso prolungato del cellulare causi un aumento dei gliomi (il tumore considerato), ma questo non è né provato né probabile, abbiamo pesanti indicazioni in senso contrario. Per prudenza è comunque consigliabile (ad es.) usare un auricolare o un vivavoce se si utilizza pesantemente il cellulare.

    – se ci si mette davanti ad un radar non viene (per quel che ne sappiamo) la leucemia. Il tumore per cui esistono sospetti è il glioma, l’IARC non ha trovato sufficienti indicazioni per classificare altri tipi di esposizioni (es. professionali al radar) e/o altri tipi di tumori (es. leucemie)

    – calare di 10 volte l’esposizione non significa ridurre di 10 volte la cancerogenicità. Anche trascurando il discorso fatto sopra della distanza, per cui le esposizioni di un access point wifi ad un metro sono 10mila volte meno potenti (10 volte meno potenza, e 1000 volte più attenuazione di tratta) di quelle di un cellulare con poco campo. Non conosciamo il meccanismo che eventualmente potrebbe causare la cancerogenicità, se esiste, ma molto probabilmente è a soglia. Quindi ridurre le esposizioni al di sotto della soglia porterebbe a zero l’eventuale rischio.

    – gli utenti del wifi utilizzano potenze ancora minori (tipicamente 10 mW). E comunque sono a distanze ancora maggiori (difficilmente ne avremo più di uno a 1 metro di distanza). L’esposizione cumulativa quindi resta bassissima, complessivamente 10-100 mila volte inferiori a quelle di un cellulare.

    – I limiti italiani di 6 V/m (0.1 W/mq) corrispondono ad assorbimenti,a quelle frequenze, di qualche milliwatt/kg. I limiti che suggerisce, e che non hanno nessuna base scientifica, di 0,6 V/m (1 milliwatt/mq), corrispondono a decine di microwatt/kg. Non ci sono indicazioni riguardo ad una maggiore dannosità di segnali deboli pulsati (comunque anche quelli del cellulare, almeno fino al GSM, lo sono)

    – Sul discorso del peer review. Verissimo, è un sistema con un sacco di difetti. E’ possibile far passare articoli scadenti, quindi il peer review da solo non è una garanzia. Ma se qualcosa NON passa il peer review, o lo fa solo su riviste di dubbia o nessuna credibilità, questa è una garanzia di cattiva scienza.

    Risposta
  • 8 Novembre 2016 in 13:13
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    Non so se si riferisca a me (mi chiamo Gianni, non Giacomo)
    Un singolo studio dice poco. Occorre riuscire a replicarlo. Tra decine di migliaia di studi è sempre possibile selezionare quello che, magari per puro caso, senza essere necessariamente “cattivo”, mostra dei risultati particolari. Un’analisi degli studi sull’argomento (incluso quello citato) è disponibile qui.
    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27420084
    Le conclusioni sono che meglio è fatto lo studio (più controlli, maggior numero di casi esaminati), meno effetti si vedono. Il che sembrerebbe indicare una scienza non proprio ottima.

    Risposta
    • 10 Novembre 2016 in 06:46
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      Mi perdoni per il nome Sig Gianni
      Ricapitolando in assenza di studi ripetuti categoricamente sono da escludere effetti negativi per la salute, utilizzare connessione Wifi per telefonare o navigare con Smart Phone è da preferire per esposizioni inferiori,quindi una scolaresca di bambini, diciamo di undici anni gita in autobus da Milano a Venezia tutti con Smart Phone , autobus purtroppo mezzo di trasporto privo di connessione Wifi, telefoneranno e navigheranno in Internet in connessione telefonica classica ed o genitore posso ideologicamente stare tranquillo perché non ci sono ed interpretsti tanti studi relativi sull’esposizione cumulativa di bambini che viaggiano in autobus ed utilizzano Smart Phone senza wifi

      Risposta
    • 11 Novembre 2016 in 07:22
      Permalink

      Gentile dig gianni molto importante è anche verificare chi sono gli autori degli studi…. Simco,Scarfì…….e conflitti di interesse???

      Cortesemente per i giovani meglio wifi per Smart Phone che connessione telefonica 1,5 Ghz?

      Ed in autobus?

      Sarebbe molto molto gentile se mi aiutasse a capire, mettere in pratica la scienza
      Grazie

      Risposta
  • 7 Gennaio 2017 in 17:23
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    Ringrazio per la trattazione rigorosa dell’argomento, e l’avere sottolineato il principio della precauzione. Condivido la posizione e segnalo un articolo, recentemente pubblicato sul forum dell’AIFM (Associazione Italiana di Fisica Medica) che va nella stessa direzione, invitando a non essere superficiali ma, nel contempo, a non creare allarmismi che ad oggi risultano non giustificati. Ringrazio e segnalo il link all’articolo citato:

    http://www.fisicamedica.it/forums/wifi-e-campi-elettromagnetici/pericolosit%C3%A0-wifi

    Cordiali saluti

    Risposta
  • 9 Gennaio 2017 in 09:44
    Permalink

    Cari tutti, il problema di tutte queste disquisizioni riguarda il fatto che gli unici effetti sanitari “riconosciuti” per l’ esposizione ai campi EM dai canali ufficiali sono gli effetti termici.
    In effetti esistono svariati studi medici, che testimoniano gli effetti “non termici”, che cominciano a farsi sentire già a partire dai 0.6V/m.
    Alcuni studi effettuati su soggetti elettrosensibili in doppio cieco, vedi dott. Marinelli et al, inoltre dimostrano senza ombra di dubbio che Non solo gli effetti dipendono dall’ intensità di radiazione, ma anche dalla sua frequenza e, a partità di intervallo di frequenza, dalla banda utilizzata ed infine dalla modalità di tramissione impacchettamento dei dati (pulsazione ecc…).
    Per farla breve: le moderne tecnologie digitali UMTS/HSPDA ecc… producono l ‘ insorgenza degli stessi sintomi sui pazienti ignari del tipo di radiazione a cui sono sottoposti, ma con tempi più brevi rispetto a protocolli più potenti, ma che utilizzano meno banda. Esempio un UMTS rispetto ad un segnale GSM 3 volte più potente, produce i sintomi in un tempo nettamente inferiore. Lo stesso discorso per il WiFi.
    Il progetto Interphone che rappresenta un grande studio epidemiologico fatto tra il 2000 ed il 2004 su un grande numero di pazienti in tutto il mondo, verrà pubblicato nei primi mesi del 2017 in quanto per non far emergere correlazioni reali sono stati utilizzati dei campioni di controllo che non utilizzavano cellulare MA utilizzavano i telefoni cordless domestici (dannosi quasi quanto i cellulari): così facendo in prima istanza non si è trovato alcuna correlazione tra l’ uso dei telefoni e l’ insorgenza di patologie e quindi dal 2004 al 2010 si è ufficializzata questa posizione, poi è stata ripulita la statistica e sono stati rieseguiti tutti gli studi/analisi ed è emersa una perfetta correlazione tra uso del cellulare e l’ isorgenza di patologie (anche tumorali) e questa correlazione era direttamente proporzionale al tempo di utilizzo del cellulare. In questi mesi verrà pubblicato lo studio rivisto dell’ itnerphone project nella rivista americana di epidemiologia. Questo studio dovrebbe rimettere in discussione tutti i valori di esposizione internazionali ridimensionandoli di un grosso fattore… dovrebbe!

    Risposta
  • 9 Gennaio 2017 in 10:33
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    @Stefano Gallozzi.

    Il motivo per cui gli unici effetti riconosciuti siano quelli termici è che non esistono evidenze solide di altri effetti. Ci sono indicazioni di possibili effetti, di cui si tiene conto per quanto possibile, per esempio tutte le considerazioni che hanno portato a classificare i campi come “possibili cancerogeni” sono relative ad effetti non termici. Ma sono talmente deboli da non giustificare che questa classificazione (non sono “probabili cancerogeni”), e questo solo per quanto riguarda l’esposizione diretta ai campi relativamente intensi di un cellulare accanto alla testa. Non per campi di 1 milliwatt/metroquadro (0,6 V/m). Non ci sono indicazioni di effetti della modulazione.

    Gli studi del gruppo di Marinelli sono isolati e non replicati da altri gruppi. Per quanto riguarda quelli del gruppo Interphone (che comunque sono relativi all’uso di cellulari, non a campi tipo quello del wifi), aspettiamo di vedere cosa dirà lo studio finale. Il rapporto attualmente disponibile non mostra nessuna correlazione Addirittura si vede un numero MINORE di tumori nella popolazione esposta (probabilmente un effetto spurio). Il rapporto del 2011 è disponibile qui: http://interphone.iarc.fr/UICC_Report_Final_03102011.pdf. E in ogni caso, se fosse vero che i risultati negativi derivano da aver scelto situazioni di esposizione troppo bassa, significherebbe che almeno queste sono innocue.

    Riguardo gli elettrosensitivi, esistono innumerevoli studi che mostrano che si tratti di un effetto a base psicosomatica. Non è un singolo studio a cambiare le cose.

    Infine non esiste la “scienza ufficiale”. Esiste la scienza. In cui si confrontano voci diverse. Certo, anche con interessi in gioco, di vario tipo, e non solo quelli che spingono verso un insabbiare i rischi. Ma non è possibile nascondere la verità per 50 anni (gli studi sugli effetti dei campi a radiofrequenza vanno avanti da almeno mezzo secolo), non è mai successo, in nessun campo, neppure di fronte ad interessi enormi.

    Risposta
  • 18 Gennaio 2017 in 09:58
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    @Gianni Comoretto,
    gentile Gianni, leggo alcune affermazioni che dovrebbero essere ponderate in maniera un pò più attenta da uno scienziato come lei.
    1) gli studi di Marinelli sono replicabilissimi ed attendibili da qualsivoglia team di scienziati, ma non si vuole replicarli poiché se ne conoscono già i risultati.
    2) l’ interphone project è stato inquinato volutamente (notizia tra le altre cose apparsa su molti giornali nel 2016, ma alla quale viene chiaramente dato poco ECO):
    http://e-smogfree.blogspot.it/2016/11/progetto-interphone-conefrmata-la.html
    3) epistemologicamente parlando (e questo è molto grave a mio avviso) “Non è un singolo studio a cambiare le cose”… siamo sicuri? Il fatto che uno scienziato applichi il metodo scientifico solo quando gli fa comodo e per il resto adotti dei dogmi la dice lunga sul tenore delle argomentazioni: se la teoria della relatività viene confermata da 80-90 anni OK va bene, ma se domani uscisse uno studio che incontrovertibilmente falsificasse la teoria, allora si farebbe prima a dire che quel caso non conta nulla (magari screditando il lavoro) oppure che la relatività non funziona nel 100% dei casi e quindi è falsificata. Non è filosofia spicciola: qui si parla di persone che si ammalano e stanno male e pensare dall’ alto del nostro pulpito che i loro malori/malesseri siano autoinventati e/o psicosomatici è una grossa responsabilità che gli scienziati si prendono perché significherebbe sottovalutare un problema dall’ impatto epidemiologico mondiale. Quindi se è vero che non esiste la scienza ufficiale ma solo la scienza in cui si confrontano differenti voci, allora deve ammettere che se una “minoranza” di scienziati affermano che sopra 0.6V/m vi sono effetti sul materiale biologico, la SCIENZA deve prenderne atto ed attuare tutte le dovute precauzioni nel merito non fare un discorso statistico dicendo che tanto su 100mila persone se ne ammaleranno al più una decina… perché questo può essere vero OGGI, ma DOMANI questa percentuale potrebbe salire e ritrovarci con un nuovo aminato tra le mani.
    Non bisogna frenare la tecnologia, io ci lavoro, ma se pensate che esistono indumenti speciali per proteggersi dai campi EM non ionizzanti, vi posso dare il riferimento (si tratta di indumenti con filamenti metallici per simulare una gabbia di faraday) … se vale sul posto di lavoro (per i paesi più attenti alla salute dei lavoratori) allora una domanda dovrebbe sorgere spontanea… chi è che ci sta rifilando la super-cazzola? (scusate il francesismo).
    Se pensa che gli studi di elettrosensibilità siano poca robba… ecco un link dove potrete trovare un pò di materiale e di riferimenti validi. SALUTI
    https://comitatotutelamonteporziocatone.wordpress.com/documentazione/elettrosensibilita-studi/

    Risposta
    • 6 Settembre 2017 in 10:34
      Permalink

      Il decreto, in un documento di 68 pagine, dedica al wifi il seguente paragrafo:
      “Al fine di ridurre il più possibile l’esposizione indoor a campi magnetici ad alta frequenza (RF) dotare i locali di sistemi di trasferimento dati alternativi al wi-fi, es. la connessione via cavo o la tecnologia Powerline Comunication (PLC).”

      Non le definirei “precise precauzioni”. E’ un’indicazione di massima, senza nessun livello di esposizione da rispettare, e senza nessun criterio di verifica. Questo la rende di quasi impossibile applicazione se non come “consiglio”, non è possibile stabilire quando si sia ridotto l’uso del wifi “il più possibile”.
      L’indicazione si rifà all’idea di ridurre il più possibile le esposizioni, quando esistano alternative altrettanto semplici da implementare, e non a rischi accertati o sospettati.

      Risposta
  • 6 Settembre 2017 in 12:37
    Permalink

    Grazie molto celere e disponibile

    Mi domando : esistono riferimenti esposizione RF calcolato su 6 minuti (o calcolate nelle 24h aumentando le concentrazioni nelle ore diurne ) tot volt/m, è presumibile siano di riferimento?
    Un dispositivo funzionante modalità wifi nell’area di utilizzo inferiore al metro, per ovvie ragioni manuensi, a quanti volt/m ci si espone? Per quanto tempo? E se l’intensità segnale è debole il dispositivo potenzia il collegamento nelle mani dell’utilizzatore?
    Grazie

    Risposta
  • 3 Giugno 2018 in 12:23
    Permalink

    A coloro che sostengono che il wifi faccia male (e probabilmente sarà senz’altro così), si preoccupano anche del sostare nelle vicinanze di un pc acceso, magari per alcune ore al giorno, anche senza wifi? E si preoccuoano, ad sempio, anche delle emissioni prodotte dalla semplice rete elettrica di casa?

    Risposta

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