Il DNA sulla scena del crimine

Articolo di Simone Raho, genetista forense

Il tema è di stretta attualità, vista la recente sentenza sul caso Yara Gambirasio, ma non solo. L’utilizzo in ambito forense del DNA appassiona da diversi anni l’opinione pubblica: lo dimostrano le tante trasmissioni televisive (seguitissime) che spesso infiammano il dibattito popolare, creando vere e proprie fazioni, e che dividono gli animi. Negli ultimi anni il test del DNA viene sempre più considerato “la prova regina”, in grado di risolvere ogni caso. Ma è davvero così? Il solo DNA è sufficiente per condannare un sospetto? Quanto è davvero probante il reperimento di una traccia di DNA in una scena del crimine? E quanto possiamo essere sicuri che tale traccia identifichi in modo certo un determinato individuo?

Il fingerprint genetico o DNA profiling è una tecnica ormai consolidata da diversi anni che si basa sull’identificazione di specifici tratti del DNA che prendono il nome di microsatelliti o STR (Short Tandem Repeats). Questi sono sparsi in diversi punti del genoma umano (in gergo tecnico, loci), e la loro localizzazione è nota in numerosi casi. I microsatelliti, più in dettaglio, sono brevi sequenze di DNA ripetute in tandem molte volte (per es. AGAGAGAGAGAGAG). Quello che è interessante constatare tuttavia è che non è tanto importante la sequenza in sé di questi tratti, ma piuttosto la loro lunghezza. Il che sarebbe come dire che l’esperto non deve “leggere” queste sequenze di DNA, ma piuttosto “pesarle”, e ciò semplifica enormemente il lavoro. Ciascun microsatellite inoltre ha una lunghezza specifica che cambia da individuo a individuo all’interno della popolazione. Per ciascun soggetto vengono analizzati diversi di questi marcatori. Ma quanti di essi sono necessari per identificare in maniera univoca una persona? Negli Stati Uniti, ad esempio, il CODIS (COmbined DNA Index System), sviluppato dall’FBI, prevede l’utilizzo di 13 di questi marcatori STR presenti su 11 dei 23 cromosomi umani (corredo aploide). Un profilo genetico ottenuto con i 13 microsatelliti del CODIS permette di identificare inequivocabilmente (con l’eccezione dei gemelli monozigoti) il soggetto a cui appartiene: infatti la probabilità che due individui non imparentati, presi a caso nella popolazione, abbiano lo stesso profilo genetico utilizzando i 13 marcatori si aggira attorno a uno su mille miliardi di individui. Il che sarebbe come dire che un certo profilo genetico ottenuto con il CODIS è trovato in media in un soggetto su 1012 persone. Una cifra davvero enorme, ma non è tutto: oltre al CODIS esistono in commercio altri kit che espandono il numero di marcatori analizzabili fino a 24, rendendo pertanto la probabilità che due individui non imparentati condividano lo stesso profilo prossima allo zero. Il test del DNA, se eseguito secondo le linee guida nazionali e internazionali della comunità scientifica, è di conseguenza assolutamente attendibile.

Ciò non vuol dire, in ogni caso, che non possano sorgere dei problemi o degli imprevisti, o che questo tipo di indagine sia priva di difficoltà e complicazioni. E’ innanzitutto d’obbligo sottolineare che l’accertamento del DNA è solo uno dei mezzi di prova a disposizione degli inquirenti, e come tale deve essere considerato, sebbene abbia assunto sempre più un ruolo determinante, grazie anche all’evoluzione e all’affinamento delle tecniche di genetica forense. Il test del DNA è importante, ma solo se considerato insieme a tutti gli altri elementi. Il DNA non ci dice direttamente chi è il colpevole, ma può associare la presenza di un determinato soggetto alla scena del crimine. E’ importantissimo capire questa differenza. Qualsiasi sia il risultato del test, esso deve sempre essere considerato un “tassello” (seppur rilevante) da valutare da parte degli inquirenti nel contesto di tutti gli altri. Né spetta al genetista forense indicare chi sia o meno il colpevole in base ai risultati di un profilo genetico. Solo nelle serie televisive, una volta ottenuta la tipizzazione genetica il caso è chiuso. Non è così nella realtà: secondo il sistema processuale italiano la prova si forma durante il dibattimento, quindi durante il contraddittorio delle parti davanti a un giudice. Tutti i fatti e i dati raccolti dal Pubblico Ministero durante le indagini preliminari devono quindi essere esclusivamente considerati degli elementi di prova. E’ fondamentale considerare che il repertamento, la custodia e la conservazione della traccia o del reperto risultano essere dei fattori determinanti sia per l’esito delle analisi del profilo che si sta cercando, sia per la presentazione dei risultati in tribunale: se una traccia biologica non viene raccolta e poi conservata in maniera adeguata, potrebbero essere compromessi i risultati delle analisi. Allo stesso modo assume una particolare rilevanza nelle scienze forensi la cosiddetta catena di custodia. Essa consiste in una serie di procedure (documentate) atte a garantire la rintracciabilità e l’autenticità di un campione in tutte le sue fasi, sin dal momento del prelievo e fino al suo smaltimento.  Questo vuol dire che un profilo genetico estrapolato da una qualsiasi traccia sulla scena del crimine, anche se correttamente eseguito, potrebbe essere facilmente “smontato” (e quindi non essere incluso tra le prove) da un buon avvocato in dibattimento se non fosse dimostrata in maniera certa la tracciabilità del reperto in esame da cui il profilo è stato ricavato.

Un altro problema da non sottovalutare è quello legato alle contaminazioni. Ha fatto scuola in tal senso il caso conosciuto come “il fantasma di Heilbronn”: un presunto serial killer, di sesso femminile, che ha imperversato per mezza Europa tra il 1993 e il 2009,  e che era apparentemente coinvolto in numerosi casi di omicidio. L’unico legame fra tutti questi misfatti era il DNA, recuperato in scene del crimine differenti, ma la fantomatica pluriomicida è rimasta senza un nome per circa un decennio, facendosi beffe degli investigatori. In realtà non esisteva nessun serial killer; la verità era molto più semplice e ironica allo stesso tempo: erano i tamponi utilizzati per la raccolta del DNA ad essere contaminati, per la precisione da un’addetta al loro confezionamento. E lo stabilimento in cui lavorava riforniva di tamponi mezza Europa per i rilievi tecnici della Scientifica. Il mistero fu risolto, non senza imbarazzo, e servì a far riemergere per l’appunto l’annoso problema delle contaminazioni.

Per concludere, possiamo affermare che il DNA quale mezzo di prova è un potente strumento nelle mani degli investigatori. Se eseguito in maniera appropriata e secondo le linee guida delle società scientifiche di riferimento è un esame assolutamente affidabile e rigoroso.  Ma allo stesso tempo è indispensabile, come detto in precedenza, che esso venga sempre inquadrato nell’insieme degli altri elementi a disposizione degli inquirenti e che non si alimentino false aspettative: l’ “effetto CSI” è in agguato dietro ogni angolo. Anzi, dietro ogni traccia.

10 pensieri riguardo “Il DNA sulla scena del crimine

  • 20 Luglio 2016 in 19:20
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    ottimo articolo, complimenti! 🙂
    spero un giorno di poter leggere un altrettanto ottimo articolo che ci spieghi la questione tanto discussa del dna mitocondriale relativa al caso di Yara Gambirasio.

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    • 21 Luglio 2016 in 14:41
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      Condivido, sarebbe estremamente interessante

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  • 20 Luglio 2016 in 21:14
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    Ti ringrazio, il mio obiettivo era quello di scrivere un articolo che fosse il più chiaro possibile anche per i non addetti ai lavori. Sono contento, se almeno con qualcuno, sono riuscito nel mio intento.

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  • 27 Luglio 2016 in 13:06
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    Se ho ben compreso, uno dei problemi con le tracce genetiche e’, per assurdo, che i test sono anche troppo sensibili. Ecco un esempio che ho trovato recentemente su una Nota Rivista Americana che si occupa di Scienza (…):
    Immaginiamo che io stringa la mano a 5 persone diverse, e che poi mi metta a tavola per mangiarmi una bella bistecca.
    Se eseguiamo il test del DNA sul coltello da me usato per tagliare la carne (magari perche’ e’ diventato l’arma di un delitto), sul manico trovremo il mio DNA piu’ quello delle altre 5 persone cui avevo stretto la mano. E c’e’ una probabilita’ del 20% che il maggior contributo in termini quantitativi di detto materiale non venga da me, che ho usato il coltello a tavola, bansi’ da una delle 5 persone cui avevo stretto la mano.
    Questo esempio mi ha fatto davvero riflettere su alcuni aspetti della questione che il Vostro articolo mette bene in luce, Grazie.

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  • 27 Luglio 2016 in 17:42
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    Il fatto che le tecnologie odierne hanno raggiunto livelli di sensibilità molto elevati è vero, così come sono noti i problemi legati al “touch DNA” o al cosiddetto “trasferimento secondario”. A maggior ragione, come dicevo nell’articolo, vale il discorso che le tracce di DNA ritrovate sulla scena del crimine devono sempre essere inquadrate nel contesto della scena stessa, così come di tutti gli altri elementi di prova a disposizione degli inquirenti.

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  • 3 Agosto 2016 in 18:14
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    Davvero un ottimo articolo. Complimenti.

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  • 6 Agosto 2016 in 21:23
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    Complimenti. Finalmente un articolo che, con linguaggio chiaro, permette a tutti di comprendere le problematiche legate al DNA nelle indagini forensi.

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  • 28 Ottobre 2016 in 23:31
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    Buonasera signor Simone, ho letto con molto interesse il suo articolo.
    Vorrei porle una domanda a cui, pur avendo parecchio cercato online, formulando diverse richieste differenti, anche in inglese, sui motori di ricerca, non ho trovato risposta.
    In un esame del DNA a scopo di DNA profiling, utilizzando il sitema a 13 marcatori del CODIS, quanti Gigabyte (o Megabyte) di dati si vengono a formare?
    E se volessimo utilizzare il kit da 24 marcatori, per lo stesso profilo genetico che veniamo a leggere, quanto spazio occupa (in Gb o Mb) su un Hard disk di pc?
    La ringrazio anticipatamente per la cortese risposta che vorrà darmi.
    Saluti
    Emanuele

    Risposta
  • 30 Ottobre 2016 in 12:40
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    Se con la sua domanda intende sapere se siano necessari dei PC performanti per eseguire i software e le applicazioni necessari per la tipizzazione, la risposta è affermativa. Ma non saprei dirle con precisione quanti dati si vengono a formare in termini di Gigabyte o Megabyte.

    Risposta
  • 30 Ottobre 2016 in 14:39
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    No, gentilissimo, non era mia intenzione conoscere la capacità computazionale del(i) pc necessari all’esame in questione, bensì proprio la dimensione di spazio di archiviazione necessario a contenere i dati di un singolo esame.
    Grande curiosità ha provocato in me la notizia che per cercare l’assassino di Yara Gambirasio siano stati estratti i profili genetici di circa 18-19mila persone (fonte: Focus.it); ora, nel più recente omicidio di Seriate di Gianna del Gaudio, già a 70 persone più o meno vicine alla sfortunata signora è stato effettuato lo stesso esame.
    La mia domanda, che a questo punto rivolgo a tutti coloro che leggeranno questa pagina, è proprio rivolta a capire la capacità di immagazzinamento degli Hard Disk coinvolti in indagini così estese.
    Sapere le dimensioni di un singolo esame del DNA, a scopo di DNA Profiling, fa facilmente capire con una singola moltiplicazione quanto devono essere dimensionati in un sistema di pc per ottenere spazio sufficente a 10,50, 100 o oltre esami.
    Grazie per l’attenzione, attendo una risposta da parte di qualcuno che leggerà.
    Emanuele

    Risposta

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