Come ti curo l’AIDS con un infuso

Da alcuni mesi in Tanzania non si parla d’altro: Babu Loliondo è su tutte le pagine dei giornali. La gente fa di tutto per arrivare a casa sua, un piccolo villaggio nella regione di Ngorongoro; le autorità non sanno come frenare l’afflusso di visitatori, e la coda ha raggiunto i 52 kilometri tra auto, pulmann, bici e pedoni. Fra le persone in fila ci sono stati addirittura dei morti, per la ressa e il caldo. Tutti con un sogno: guarire dall’AIDS, e da ogni altra malattia.

“Babu Loliondo”: tradotto, significa semplicemente “il nonno di Loliondo”, che altro non è se non il nome del suo villaggio. Il suo vero nome invece è Ambilikile Mwasapile, ed è un pastore della chiesa protestante in pensione. Ebbene, questo signore avrebbe trovato un elisir miracoloso, in grado di guarire da uno dei mali incurabili più diffusi in Tanzania: l’AIDS. Ma non solo: con il procedere delle settimane e del passaparola, la “cura di Loliondo” si è trasformata in una panacea in grado di risolvere qualsiasi problema di salute, dal diabete al tumore, dall’ipertensione all’ulcera.

Il segreto starebbe nella radice di un albero, chiamato localmente Mugariga: il reverendo ne estrae una specie di the, ne dà un bicchierino al paziente per una somma irrisoria (500 scellini, equivalenti più o meno a 25 centesimi di Euro) e conclude la visita consigliando di rimanere alcune ore in preghiera, operazione necessaria per poter guarire.

Babu Loliondo sostiene di aver avuto la ricetta direttamente da Dio, in sogno. Da quando ha iniziato la sua missione la sua fama è cresciuta a dismisura: gruppi musicali intonano il suo nome nei locali della capitale, alcuni ministri sono andati a fargli visita, mentre si organizzano i primi viaggi della speranza per gli occidentali.

Ma cosa ne dice la scienza? Le autorità tanzanesi si sono limitate ad affermare che, dalle loro analisi, l’elisir non è pericoloso. Ma di qui a guarire l’AIDS ce ne passa.

C’è da dire una cosa: la pianta di Mugariga, dalle cui radici viene estratto l’elisir, non è affatto sconosciuta. Si tratta della Carissa edulis, usata come pianta medicamentosa già dai Masai. In passato diversi team di medici ne hanno analizzato le proprietà: alcuni studi, in particolare, hanno evidenziato che estratti di Carissa edulis possono essere efficaci per contrastare il virus dell’herpes (HSV).

Renato Bruni, ricercatore e docente presso il corso di Laurea di Scienze Farmaceutiche Applicate dell’Università di Parma, e conosciuto in rete come Meristemi, ci spiega che:

l’azione antivirale di queste piante è da attribuire a molecole chiamate terpeni, presenti in Carissa edulis e in molte altre piante. Non abbiamo dati certi sull’efficacia nell’uomo di queste molecole, perché al momento gli studi sono stati effettuati sugli animali, ma possiamo avanzare l’ipotesi che la somministrazione per un certo periodo di estratti di Carissa edulis possa far regredire alcuni sintomi dell’herpes e di altre forme virali opportunistiche dell’AIDS.

Ecco, quindi, come potrebbe essersi generato l’equivoco: i malati, dopo aver bevuto l’elisir (probabilmente più di una volta), potrebbero aver manifestato una riduzione dell’herpes: ma non dell’HIV. Questa momentanea illusione di guarigione, unita all’effetto placebo, potrebbe averli spinti a comunicare la loro esperienza ad altri, innescando il passaparola.

I medici della capitale, che hanno avuto modo di esaminare alcune persone sottoposte alla “cura di Loliondo”, sono scettici: finora non hanno trovato ancora nessuno che, positivo al test HIV prima di bere l’elisir, sia poi diventato negativo. È possibile che, sotto la pressione popolare, si arrivi a intraprendere una sperimentazione clinica, come era avvenuto per il caso Di Bella in Italia. Ma il fatto che gli estratti di Carissa edulis siano già stati testati dalla ricerca medica (senza grossi risultati se non il già citato effetto su quello dell’herpes) lascia poche speranze.

Tutto questo, comunque, non ferma la fama di Ambilikile Mwasapile, né quella dell’albero Mugariga: e se tra qualche anno troverete anche in Italia gli estratti di Carissa edulis, magari pubblicizzati come rimedio alle più svariate malattie, ricordatevi di questa storia.

6 pensieri riguardo “Come ti curo l’AIDS con un infuso

  • 23 Maggio 2011 in 18:16
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    Per la precisione la sostanza che si è dismostrata attiva è un triterpene quasi ubiquitario nel regno vegetale, il lupeolo, su cui è recentemente apparsa una revisione degli studi pre-clinici (doi:10.1016/j.lfs.2010.11.020). Aggiungerei però che dell’intruglio del pastore sappiamo troppo poco: risalire da un nome comune ad una attribuzione tassonomica è sempre un azzardo, la pianta effettivamente bevuta potrebbe anche essere un’altra, non appartenere al genere Carissa ed avere lo stesso nome volgare.
    Nelle società africane non mancano peraltro precedenti di situazioni analoghe di rimedi estemporanei, spesso di origine vegetale, venduti a caro prezzo a malati sieropositivi poco abbienti e soprattutto poco informati. Un esempio a riguardo è quello dell’Ubhejane, un intruglio di decine di piante (pare oltre 80, ricetta non nota) per il quale mancano studi sull’uomo ed esiste solo una limitata quantità di informazioni circa la tossicità. I conflitti tra validazione scientifica e promozione commerciale di questo prodotto sono raccontati in questo articolo, che cerca di distinguere a riguardo le differenze tra scienza e superstizione. L’Ubhejane non ha l’avvallo di medici e ricercatori ma gode di ottime entrature politiche, per effetto di un deleterio mix tra politici conniventi con faccendieri di dubbia origine e businessman ed esigenze politiche molto incentrate sulla demonizzazione ideologica della scienza. Del resto, le migliaia di persone rese bisognose dalla malattia o dal bisogno rappresentano un elettorato di facile presa per qualunque populista.

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  • 23 Maggio 2011 in 20:23
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    Facile dire “non funziona” bisogna seguire alla lettera : sia nella sperimentazione che nelle analisi , bisogna rimanere in preghiera ore ed ore.sigh !!! sigh !!! sono sconcertato…….

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  • 24 Maggio 2011 in 08:18
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    E chissa’ quante persone, convinte di essere guarite, allenteranno le precauzioni mediche e contageranno altra gente… 🙁

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  • 24 Maggio 2011 in 16:55
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    Gli avvenimenti di Ngorongoro non sono una novità, ma un film più volte proiettato anche nella nostra civilissima Europa: I Tempo: in un luogo c’è qualcuno, o una cura, che guarisce alcuni malati di malattie incurabili; II Tempo: una enorme fila si forma per raggiungere quel luogo, quella persona, o per acquistare la pozione magica, che non è disponibile ovunque per tutti. Finale: solo alcuni guariscono, ma bastano ad alimentare la fila. La maggior parte non guarisce ed è più che sufficiente ad alimentare lo scetticismo. Creduloni e Scettici ignoreranno le prove contro le loro tesi e si attaccheranno a quelle favorevoli. La verità, molto semplice, non verrà mai accettata: non esistono cure o luoghi o persone in grado di guarire tutti i malati di una singola malattia veramente grave, perché i malati sono uomini, non prodotti standardizzati. A Luk Blax (Ti piace l’ escamotage per superare l’ ambiguità del cognome?) : Lo stare “alcune ore” in preghiera, ma sul serio, è già un fenomeno paranormale. Chi ci riesce è, praticamente, un grande mistico. E, quindi, può abbastanza facilmente ottenere miracoli.Io non ci riesco nemmeno per mezzora di fila.

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  • 26 Maggio 2011 in 13:24
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    @ Aldo: Blax e’ bello , ma sa molto di dentifricio .sigh!!! mi sento un tubetto di dentifricio.Ben detto Gavagai.

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