Blue Whale: storia di una psicosi

Ne parlano i genitori sulle chat delle scuole, ne parlano gli insegnanti tra di loro: controllate che i vostri ragazzi non pubblichino foto di balene sui loro account Facebook; controllate che non parlino tra loro di “blue whale”… E’ la storia del momento, che è stata protagonista di un servizio delle Iene trasmesso in prima serata domenica scorsa, e che ha per oggetto un gioco perverso che spinge al suicidio. Ma è tutto vero?

Secondo la voce che si sta diffondendo a macchia d’olio in queste ore, le “regole” sarebbero queste:

Il giocatore è una persona che decide di porre fine alla propria vita, e lo segnala postando su un social network l’hashtag #f57. Un “curatore” gli assegna una serie di compiti, uno al giorno, per un periodo di cinquanta giorni. Le “missioni” comprendono atti autolesionisti come tagliarsi i polsi (ma non in profondità) o incidersi il disegno di una balena su un braccio. Ovviamente tutto deve essere tenuto segreto né ci si può più tirare indietro, pena minacce e intimidazioni. L’ultimo giorno, il curatore chiede al giocatore l’atto estremo: uccidersi buttandosi da un palazzo o sotto a un treno.

Il nome (che in realtà occorrerebbe tradurre come “balenottera azzurra“) sarebbe un riferimento allo spiaggiamento dei cetacei, e si dice che avrebbe portato alla morte oltre 130 adolescenti. Cosa ne sappiamo per certo?

Dalla Russia con orrore

Molto prima del servizio delle Iene, “Blue Whale” vive sui media russi; la sua diffusione a livello globale si deve a un giornale russo, Novaja Gazeta, che in un articolo del 16 maggio 2016 racconta:

Abbiamo contato 130 suicidi di ragazzi accaduti in Russia tra novembre 2015 e aprile 2016. Quasi tutti facevano parte degli stessi gruppi su internet.

Secondo il giornale, di questi 130 “almeno 18” sarebbero collegabili al gioco, che avrebbe come “base operativa” alcuni gruppi sul social network VKontakte.

Eppure, le prove di un’effettiva esistenza del Blue Whale mancano. Il fatto che molti ragazzi suicidi facessero parte degli stessi gruppi, di per sè, non è una prova: VKontakte in Russia è popolare quanto Facebook da noi, il fatto che quasi tutti i ragazzi siano iscritti non prova nulla se non la sua diffusione tra i giovani, e il fatto che molti siano iscritti a gruppi in cui si parla di suicidio e argomenti simili è soltanto la prova di un interesse per il tema. Come ha sintetizzato il Corriere della Sera in un articolo del 17 maggio, “non si diventa pescatori leggendo un forum di pesca, si legge un forum di pesca perché lo si apprezza come sport o passatempo.”

Nonostante manchino riscontri oggettivi, la storia di Novaja Gazeta ha un successo immediato. I social media russi si riempiono di persone che postano l’hashtag #f57, foto di balene, e che cercano di entrare nel gioco. Ci prova anche un giornalista di Radio Free Europe: un presunto “curatore” prende contatto con lui, ma dopo una prima richiesta (incidersi sulla mano l’hashtag incriminato, prova a cui il giornalista provvede con un’immagine modificata in Photoshop) si dilegua. Ulteriori tentativi non vanno a buon fine.

Copycat e panico morale

Il reportage di RFE fa riflettere: da un lato abbiamo una diceria che si diffonde e crea un immediato effetto emulazione, il cosiddetto “effetto Werther” (che prende il nome dalla presunta ondata di suicidi seguita alla pubblicazione del romanzo di Goethe). Non è solo un’ipotesi: diversi studi hanno dimostrato un aumento di suicidi in seguito a una notizia sull’argomento, spesso con modalità simili a quella della notizia. Per questo, molti codici deontologici suggeriscono ai giornalisti di limitare il più possibile dettagli in casi del genere, e di non presentare le morti sotto una luce romantica o gloriosa. Un articolo come quello di Novaja Gazeta sicuramente non va in questa direzione.

Da un altro punto di vista, la storia in Russia ha assunto i contorni di un “panico morale”: un processo simile a quanto avvenuto negli anni ’80 con Dungeons&Dragons, accusato di istigazione al suicidio solo perché diversi adolescenti che si erano tolti la vita avevano anche partecipato a sessioni del celebre gioco di ruolo. Lo stesso accadde con il “panico satanico” degli anni ’90, in cui black metal e vestiti scuri venivano considerati la prova di un’improbabile setta che istigava i ragazzi a togliersi la vita.

Inoltre, come fa notare il Corriere della Sera:

Nel 2016 è uscito un film, «Nerve», che per certi versi riprendeva le tematiche di Blue Whale, e si è innescato quindi una sorta di cortocircuito in cui è difficile capire se un caso isolato è diventato leggenda metropolitana, se la leggenda è stata imitata dalla realtà o se è entrata di mezzo anche una strana storia di marketing virale.

Rina Palenkova e l’anima del commercio

Emblematica, da questo punto di vista, è la vicenda di Rina Palenkova, una ragazza morta suicida dopo aver postato la sua foto sul social network. Poco dopo la sua morte, vennero create pagine web che sfruttavano la sua immagine e il tema del suicidio, raccontando che la ragazza avrebbe fatto di una parte di una setta segreta in qualche modo connessa al gioco della balena: su una di queste, chiamata “Sea of Whales“, comparvero video in cui la ragazza compariva insieme a messaggi cifrati (lettere ebraiche, numeri, strani loghi). La sua immagine divenne virale, quasi un meme inneggiante al suicidio, la ragazza comparve in decine di filmati di youtube dal sapore vagamente esoterico, fino a veri e propri ARG (giochi basati su enigmi da risolvere e messaggi cifrati).

Saltò fuori che alcuni dei misteriosi simboli non erano altro che il logo di una marca di intimo. E More Kitov, creatore della community, dichiarò al giornale Lenta che il loro obiettivo non era spingere i ragazzi al suicidio, bensì la pubblicità. Stesso discorso per Filipp Lis, amministratore della pagina f57, poi cancellata dal social VKontakte.

Si tratta di pagine che vivono su quello: maggiore il numero di iscritti, maggiore la pubblicità, maggiori i guadagni. E sfruttare figure popolari come qualla della Palenkova o la storia di Blue Whale sono sicuramente un metodo per far crescere in fretta le proprie pagine, e poi magari rivendere al miglior offerente.

Filipp Budejkin

In tutto ciò, c’è stato anche un arresto: quello di Filipp Budejkin, un giovane di 21 anni arrestato per istigazione al sucidio, e che sarebbe stato uno dei “curatori” dietro al gioco Blue Whale. Secondo Anton Breido, che ha coordinato l’inchiesta sul caso, ci sarebbero le prove di un teenager arrivato fino alle “fasi finali” del gioco, ma poi tiratosi indietro.
Budejkin ha raccontato ai media russi di aver creato la pagina f57, ma che non aveva nessun piano e che si stava semplicemente divertendo. E che le persone da lui istigate (secondo una sua intervista, sarebbero 17) non erano altro che “rifiuti della società”.

Non è chiaro, però, se sia stato lui l’inventore del gioco o se abbia utilizzato una narrativa già esistente (quella di Blue Whale) per prendersi gioco e manipolare persone più deboli in cerca di aiuto; né se il suo obiettivo sia stato effettivamente raggiunto.

In un’udienza svoltasi alcuni giorni fa a San Pietroburgo, il giovane si è dichiarato colpevole delle accuse di istigazione al suicidio (ma la vittima, va detto, sarebbe una sola, e per fortuna “arresasi” prima di arrivare al gesto estremo).

Tirando le somme

Quindi, in definitiva, cosa ne sappiamo? Sicuramente non conosciamo l’origine della storia: c’è chi pensa che tutto abbia origine da Budejkin, e che le sue vittime siano state molte di più di quante accertate dalla polizia; per ora, però, non esistono prove a riguardo. Nel caso, si sarebbe trattato di un ragazzo annoiato che ha creato un gioco poi sfuggitogli di mano (nonostante l’arresto di Budejkin, la storia sui social network russi è più viva che mai).

Il reportage di RFE ipotizza invece che la leggenda si sia particolarmente diffusa grazie alla destra russa, come una sorta di favola contro il “lato oscuro del web”, contro cui chiedere controlli e restrizioni. Una storia ingigantita grazie alla politica e arricchita sempre più di particolari, con il crescere della popolarità. Altri articoli, come quello del Corriere della Sera, ipotizzano una derivazione dai creepypasta (racconti dell’orrore piuttosto popolari su forum e social network, praticamente l’equivalente digitale delle storielle horror da campeggio).

Va detto, comunque, che gruppi che parlano di suicidio sulla rete sono sempre esistiti: molti cercano di dissuadere i loro membri dal commettere il gesto estrermo, altri servono a mettere in contatto persone che stanno lottando contro gli stessi pensieri negativi. In pochi sfortunati casi può capitare invece che una persona che ha pensieri di morte si imbatta in qualcuno che invece di aiutarla la incoraggi, o addirittura che alcuni individui si coalizzino per fare cyber-bullismo nei confronti delle persone più deboli.

Blue Whale fornisce ai primi una narrativa in cui i loro pensieri suicidi possono avere un’aura di “normalità”, e ai secondi una possibilità di dar sfogo alle proprie frustrazioni tormentando persone in difficoltà. Insomma, quello che sta succedendo in Russia è quello che i folkloristi chiamano tecnicamente “ostensione”: la spinta a “mettere in scena” quella che inizialmente era solo una leggenda metropolitana, comportandosi secondo i dettami della stessa; un fenomeno niente affatto raro, basti pensare alle persone arrestate per essere effettivamente andate in giro vestite da clown dopo la diffusione della leggenda metropolitana dei clown minacciosi.

Ma non è detto che “curatori” e “giocatori” vogliano davvero andare fino in fondo: l’esperimento di RFE dimostra che, per fortuna, da parte di un aspirante suicida non è poi così facile mettersi in contatto con una persona veramente intenzionata a manipolarla. La preoccupazione di genitori e insegnanti è comprensibile, ma bisognerebbe comunque ricordare che, per ora, di morti accertate per Blue Whale non ce ne sono state (non c’è quindi motivo per farsi prendere dal panico, soprattutto se i propri ragazzi non frequentano social network russi). Ma è possibile che, se la voce continuerà a diffondersi, prima o poi qualcuno trasformerà sul serio in realtà quella che per ora ha ancora i contorni della leggenda metropolitana. Anzi, proprio per questo, forse sarebbe il caso di smettere di alimentarla.

(Immagine di copertina: fotografia di Mike Baird tratta da Wikimedia, licenza cc-by-2.0)

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