“Le mie amiche streghe”, il primo romanzo di Silvia Bencivelli

Le mie amiche streghe
Silvia Bencivelli
Giulio Einaudi editore, 2017
pp. 178
€ 17,00

Burrhus Skinner, il più famoso (e anche il più discusso) tra gli psicologi comportamentisti del secolo scorso, se n’era accorto osservando il comportamento dei piccioni chiusi nelle sue Skinner boxes. Dapprincipio l’esperimento era strutturato in modo che gli uccelli ricevessero cibo azionando un pulsante: il trucco era ben presto imparato e lo stomaco pieno garantito. Poi lo scienziato decise di cambiare le carte in tavola e fece sì che ad azionare la distribuzione del cibo fosse un timer, non legato in alcun modo al comportamento degli animali. E qui si verificò qualcosa di interessante: Skinner notò che parecchi tra i piccioni coinvolti nel suo studio elaboravano curiose ritualità: chi si  dondolava, chi spingeva la testa verso un angolo della gabbia, chi ruotava su se stesso… in breve ciascuno ripeteva l’azione che aveva compiuto subito prima di ricevere il cibo, convinto che potesse avere una qualche influenza sulla sua somministrazione. Una superstizione bella e buona, l’irrazionalità che emerge come frutto dell’evoluzione, che fa cogliere nessi causali anche quando non ci sono. C’è un po’ dei poveri piccioni di Skinner in tutti noi, perché l’irrazionalità è parte integrante della nostra vita, anche di quelli – e mi ci metto senz’altro in mezzo – a cui piace pensarsi razionali, scettici, col rasoio di Occam saldo in mano a far piazza pulita di fantasie senza fondamento. Lo sapeva bene il compianto professor Dànilo Mainardi, che a questo tema aveva dedicato un suo famoso libro, L’animale irrazionale. E lo scoprirà suo malgrado Alice, protagonista del libro con cui Silvia Bencivelli, giornalista scientifica e saggista molto nota, fa il suo ingresso nella narrativa.

La si ama facilmente questa Alice, anche se all’inizio può dare un po’ sui nervi, con il suo ditino sempre alzato a rintuzzare le strampalate teorie delle sue amiche d’infanzia, che fatica sempre più a capire. Come l’autrice, è una giornalista scientifica laureata in medicina, con una grande passione per le cose difficili e la voglia di capirle fino in fondo, per poi spiegarle a chi la legge o la segue in TV. Ma cosa è accaduto alle persone che le stanno intorno? Perché le amiche con cui ha condiviso esperienze di vita e rigorosi studi universitari sembrano d’un tratto moderne fattucchiere, che credono ai poteri di improbabili panacee e a losche trame ordite in oscure stanze dei bottoni? Perché nessuno sembra farsi più convincere dalla razionalità di un ragionamento che da premesse rigorose va a sfociare in conclusioni ineccepibili? Come può una brillante anestesista curare i propri figli con l’omeopatia? Che cosa spinge una biologa che fa la ricercatrice a fare le capriole sott’acqua per convincere il feto podalico che ha in grembo a girarsi dalla parte giusta? Alice non riesce a capirlo fino al momento in cui dovrà fare i conti anche con la propria parte irrazionale, un Io a lungo represso che emerge inaspettato nel momento in cui un problema di salute fa vacillare le sue convinzioni. E da quel momento è come se esistessero due Alice, due pezzi di un puzzle che non si incastrano, o – per usare un’immagine significativa per lo sviluppo della storia – due occhi che si ostinano a vedere ciascuno la propria realtà, senza dialogare, restituendo immagini che si sovrappongono confusamente. Una sensazione che Alice conosce bene e che rappresenta il suo essere, come un po’ lo siamo tutti, intimamente divisa.

E, paradossalmente, questa Alice che si riscopre fragile riesce a insegnarci molto più dell’Alice che sale in cattedra. Ci ricorda che tutti – anche le persone più intelligenti e istruite – hanno angoli di irrazionalità con cui sarebbe miope non far pace. Ci distoglie dall’alzare il ditino per stigmatizzare la stupidità altrui, ma è pronta a perdonarci se proprio non riusciamo a trattenerci dal farlo. Ci dimostra sul campo che per far passare un messaggio è meglio non salire sul pulpito, ma dimostrarsi consapevoli dell’imperfezione che ci accomuna tutti. D’altra parte «essere felici è molto più divertente che essere perfette».

Il lettore delle inchieste e dei saggi di Silvia Bencivelli ritroverà anche nel suo romanzo d’esordio la verve e il gusto per la narrazione che sono una caratteristica dell’autrice. Ne offrono un esempio le digressioni che seguono i lunghi monologhi con cui Alice spera di aver ragione delle idee delle sue amiche “streghe”, tra scie chimiche, diluizioni omeopatiche e vaccini ingiustamente diffamati. Ma lo si vede anche nei personaggi tratteggiati con una breve scena, un rapido pensiero, un bozzetto ironico che resta impresso.

Di un saggio che riesce a coinvolgere il lettore e a tenerlo incollato alla pagina si sente spesso dire che si legge come un romanzo. Ammesso che abbia senso stabilire confini tra i generi letterari, forse non sbaglieremmo se dicessimo che Le mie amiche streghe intrattiene e fa pensare come un romanzo, ma è anche una miniera di informazioni come un ottimo saggio.

Hai gradito questo post? Aiutaci con una