Il diritto di contare – Libro e film

Pluricandidato agli Oscar 2017, Il diritto di contare – titolo che per una volta rende piuttosto bene il gioco di parole dell’originale Hidden Figures, dove figures significa sia persone sia cifre – racconta la storia di Katherine Goble, Dorothy Vaughn e Mary Jackson, tre afroamericane che negli anni ’60 lavoravano alla NASA e diedero un contributo essenziale alla corsa allo spazio. Talmente essenziale che nel 2015  il presidente Obama insignì Katherine Goble della Medaglia presidenziale della libertà.

Anni ’60, donne, matematiche, di colore, alle prese con gli ingegneri della NASA. Una condizione di vita per solutori più che abili, e che loro scelsero di affrontare aggrappandosi a tre capisaldi principali: dignità, integrità, lavoro serio e impeccabile. La narrazione filmica si concentra principalmente sul periodo della missione destinata a lanciare John Glenn nello spazio, coprendo quindi l’arco temporale fino al 1961. Di conseguenza, è stato necessario prendere qualche licenza poetica: ai tempi, erano già state emesse sentenze che decretavano l’incostituzionalità della segregazione razziale nelle scuole e sui mezzi di trasporto, e in molti Stati le cose stavano lentamente cambiando. In Virginia la sacca di resistenza fu molto più feroce e duratura, ma nei laboratori di Langley no, perché in un periodo così critico e sperimentale non ci si poteva permettere il lusso di rinunciare a possibili menti brillanti per via del colore della pelle. Alcune scene diventate epiche nel film, quindi, nella realtà sono avvenute in momenti diversi, e spesso più sottotono, ma è una licenza che si concede volentieri, perché utile ad avere un quadro veritiero di uno status quo oggi francamente difficile da immaginare fino in fondo.

Sebbene non tantissimi, ci sono stati numerosi film che hanno raccontato l’assurdità della segregazione: ultimo in ordine di tempo il bel The Help con Viola Davis e la stessa Octavia Spencer che troviamo anche nel Diritto di contare. Tuttavia, nella maggior parte dei predecessori, l’attenzione era focalizzata su una dimensione familiare, al massimo di piccola comunità, dove comunque i rapporti di forza neri-bianchi erano già sbilanciati in origine, trattandosi quasi sempre di storie di domestiche nere con illuminate (o no) padrone bianche. Qui invece siamo nel cuore del decennio che più di tutti ha cambiato storia e costumi della società occidentale, in un luogo dove contava solo l’intelligenza, e vedere in questo contesto i bagni segregati o le caffettiere (non i bar, proprio i bollitori) separate è ancora più fastidioso e irritante di quanto non fosse altrove. E’ pertanto con un senso di naturalezza che si assiste al cambio di rotta nel comportamento dei colleghi delle tre protagoniste, quando non possono che riconoscere la superiorità delle doti matematiche di Katherine o la tendenza innata all’ingegneria di Mary.

Alcuni membri del cast con il presidente Obama. Foto di Pete Souza.

Il film funziona, trasmette bene la frustrazione di chi aveva le qualità ma era impastoiato da leggi cieche, e ha un cast talmente straordinario che è una gara a chi è più bravo: lasciatemi fare una menzione d’onore per Kevin Costner, attore bravissimo, che ogni tanto però perdiamo lungo la strada, e una di sorpresa per Jim Parsons, lo Sheldon Cooper di The Big Bang Theory che sarebbe quantomeno entusiasta del personaggio interpretato dal suo attore.

Quello che manca un po’, però, è l’aspetto scientifico, sacrificato ovviamente in nome di quello sociale. Quando si guarda Katherine coprire di segni astrusi la lavagna o entra in scena John Glenn si tende a rimanere un po’ insoddisfatti, perché il tutto dura sempre troppo poco per poter davvero assaporare il gusto di quegli anni meravigliosi in cui le equazioni ci hanno aperto le porte del cielo. E per supplire a quella che è più una scelta stilistica che non una carenza, ci viene in soccorso il libro originale da cui è stato tratto il film, di Margot Lee Shetterly.

Nata e cresciuta a due passi da quel Langley e quella NASA, dove tra l’altro lavorava il padre portandola a volte con sé, la Shetterly ha intervistato le tre protagoniste e tutti coloro che avevano vissuto, da spettatori o in prima linea, quell’epopea, e ha riportato le loro storie in un saggio di agevole lettura e infinita riserva di informazioni. Tutti gli aspetti più strettamente tecnologici e scientifici che nel film giocoforza si sono persi, tornano invece nel libro, senza mai diventare così specifici da non farne godere anche i non addetti ai lavori, ma sempre sufficientemente puntuali da far capire che cosa stava succedendo quando si cambiava quella o quell’altra variabile negli aerei da guerra o si arrivava per la prima volta a toccare velocità Mach 1.

Il saggio della Shetterley copre un arco temporale molto più ampio, partendo dalla metà degli anni ’40, e offre anche qualche sprazzo sulle condizioni lavorative delle controparti maschili, che subivano discriminazioni diverse ma non meno intense: loro si potevano fregiare del titolo di ingegnere, con tutti i vantaggi lavorativi che ne conseguivano, ma spesso erano oggetto di vessazioni o intralci, per lo più da parte dei “colletti blu”, gli operai del Langley. Le donne, invece, facevano parte di gruppi più numerosi, che in qualche maniera le proteggevano da insulti o attacchi, ma non di rado venivano trattate come simpatici soprammobili o utili macchinette di calcolo. Viene anche ampliato il parterre di personaggi, introducendo altre donne e altri uomini che hanno fatto grande la NASA, e che quasi ci fanno venir voglia di sperare in una serie tv per poter dar spazio a tutti.

E’ una storia, questa, di cui credo in pochi sapessero i dettagli, che andava raccontata. Ed è stata raccontata bene, anzi, benissimo. La silente, pacata e tuttavia inarrestabile resistenza opposta dagli afroamericani alle assurde leggi dell’apartheid (Miriam Mann che ruba il cartello “Tavolo delle donne nere” ogni qualvolta lo trova a mensa, finché i gestori non rinunciano a farlo ricomparire, è di una grazia commovente), la forza dell’intelletto che surclassa diffidenza e abitudini ricordando che le battaglie comuni si combattono per l’appunto insieme, la tecnologia che fa passi da gigante destinando alla leggenda luoghi e nomi che oggi ci sono familiarissimi, insomma, tutto ciò che concorse a creare lo zeitgeist di quell’epoca emerge nitidamente tanto dalle pagine quanto dallo schermo, ed è una rinfrancante visione in questi giorni di grandi confusioni e timori.

Da vedere e leggere.

Immagine di copertina: Il cast del film all’anteprima americana.

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