Alle radici dell’Homo sapiens

Con la collaborazione di Mario Rossi. Si ringraziano Chiara Pasquini e Simona Bassano.

Quando pensiamo all’evoluzione dell’uomo, una delle prime immagini che tornano alla mente è quella composizione lineare che passa da un piccolo e gobbo primate a un alto ed evoluto uomo bianco, muscoloso e glabro. Questa rappresentazione, per quanto tramandata per decenni, è oggi considerabile un falso ideologico: la postura, l’altezza media, la struttura corporea, il colore della pelle, sono caratteristiche variabili e complesse che non possono essere inserite in una semplice processione lineare – e, soprattutto, il “muscoloso uomo bianco” non è un rappresentante d’elezione per un’intera specie. Le scoperte degli ultimi anni – dall’Homo naledi in Sud Africa all’avanzamento tecnologico nella ricostruzione del DNA dai resti fossili umani – hanno permesso di comprendere, se non la complessa interazione fra le differenti specie Homo, l’esistenza di un’articolata ramificazione che ha contraddistinto l’evoluzione degli Hominina.

Query Online, in occasione della mostra “Homo sapiens, le nuove storie dell’evoluzione umana ospitata dal MUDEC di Milano fino al 26 febbraio 2017, ha intervistato il prof. Telmo Pievani – Ordinario all’Università degli studi di Padova in Filosofia delle Scienze Biologiche e docente di Antropologia e Bioetica – che, insieme a Luigi Luca Cavalli Sforza, ha curato l’intero progetto espositivo, dedicato alle origini della nostra specie.

Telmo Pievani (credit: Festival della Scienza/Flickr, photo by Cirone-Musi, CC BY-SA 2.0)

Query Online: Professore, in ambito accademico, in che modo è cambiata l’interpretazione dei processi evolutivi umani?

Telmo Pievani: Siamo passati dalla scala lineare del progresso umano a un cespuglio ramificato di forme, capendo che la biogeografia, cioè la distribuzione delle popolazioni in questo caso di ominini, è stata fondamentale per produrre questa ricchezza di specie umane. La sorpresa maggiore è che questa ramificazione perdura fino a tempi recentissimi. Ancora 50 mila anni fa sulla Terra esistevano quattro forme umane diverse.

Q.: cosa ci ha permesso di mettere ordine nella complessità delle specie umane che hanno preceduto e, soprattutto, quelle che hanno convissuto con Homo sapiens?

T.P.: Il salto di qualità è avvenuto quando siamo stati capaci di far convergere dati differenti (genetici, morfologici, biogeografici, ecologici, etc.) proponendo modelli molto più raffinati sull’evoluzione umana. Ma non escludo altre sorprese o la scoperta di altre specie umane ancora.

Q.: alla fine, la nostra specie ha avuto la meglio sulle altre; perché è riuscita a prevalere?

T.P.: Perché a un certo punto ha occupato le loro nicchie ecologiche, sostituendole. E ora continua a farlo, estinguendo in gran quantità la biodiversità terrestre. Siamo una specie invasiva e invadente. Molto creativa e molto distruttiva al contempo. Non è ancora chiaro perché a un certo punto la bilancia sia andata a favore di Homo sapiens, ma probabilmente la nostra arma segreta fu il linguaggio articolato e tutto ciò che ne conseguì in termini di immaginazione creativa e di coordinamento sociale.

Caricatura della seconda metà del XIX secolo, raffigurante un Darwin dal corpo di un orango (credit: Pubblico Dominio)

Q.: nonostante le numerose riprove scientifiche multidisciplinari ormai disponibili, c’è ancora oggi chi contesta duramente la teoria evoluzionistica, negando quindi la possibilità dell’esistenza di altre specie umane. Perché, secondo Lei?

T.P.: Per due ragioni. La prima politica e ideologica: il creazionismo è un cavallo di battaglia dei fondamentalisti religiosi, che se la prendono con Darwin per prendersela con il vero obiettivo, che è la libertà della ricerca scientifica. La seconda è psicologica: la spiegazione darwiniana è controintuitiva e scomoda, mentre le nostre menti prediligono ricostruzioni finalistiche, consolatorie, basate su agenti intenzionali. Il Disegno Intelligente in tal senso è molto più facile da accettare.

Q.: una delle sezioni più stupefacenti della mostra è quella dedicata ai Neandertal, che sono spesso considerati dal pubblico come “rozzi uomini delle caverne”, e invece vengono accuratamente rappresentati come molto più evoluti, vestiti e capaci di creare monili. Quanto sono distanti da noi, in termini evoluzionistici?

Ricostruzione di due Neandertal, ospitata presso il Neandertal Museum a Mettmann, in Germania (credit: UNiesert, Frank Vincentz/Wikipedia, montaggio di Abuk SABUK, CC BY-SA 3.0)

T.P.: Con i Neandertal siamo cugini di primo grado, nel senso che abbiamo avuto un antenato comune (H. heidelbergensis) vissuto intorno a 500mila anni fa. Poi quando ci siamo incontrati (noi provenendo dall’Africa, loro dall’Europa) ci siamo sporadicamente accoppiati, cosicché una piccola percentuale di DNA neandertaliano è presente in tutti gli Homo sapiens odierni non africani.

Q.: sfatiamo un altro mito: nella società moderna, siamo in qualche modo abituati all’idea che le nostre nazioni di appartenenza abbiano confini “concreti”, e che ad essere “atipici” siano i migranti. Qual è stata l’importanza delle migrazioni nello sviluppo della specie umana?

T.P.: Massima, anche se fino a poco tempo fa sottovalutata. Siamo migranti da due milioni di anni. Le espansioni umane hanno frammentato le popolazioni del genere Homo, favorendo speciazioni geografiche (i rami del nostro cespuglio) e generando diversità. Flussi migratori di epoche differenti, sempre provenienti dall’Africa, si sono stratificati, fino all’arrivo di noi Homo sapiens, buoni ultimi, i migranti per eccellenza, mobili e adattabili. Il nostro cervello è così plastico e flessibile anche grazie all’esperienza migratoria.

Q.: anche in merito alle migrazioni, oggi – al di fuori dell’ambito accademico – si sente frequentemente parlare di “razze”, spesso confondendole con l’identità etnica o culturale. Al di là della politica, basta pensare all’esperienza delle serie TV americane, dove si citano “caucasici”, “ispanici”, “asiatici” e “afroamericani”. Ma ha davvero senso parlare di “razze” umane?

T.P.: I sette miliardi di esseri umani che vivono oggi sulla Terra discendono tutti da un piccolo gruppo di africani fuoriusciti circa 60mila anni fa. Il nostro genoma è estremamente simile, siamo tutti cugini stretti, anche se ognuno con una propria identità genetica individuale. Tutti parenti e tutti differenti. Oltre ad aver avuto un’origine unica, africana e recente, siamo anche mobili, quindi rimescolati. Le differenze esteriori sono invece dovute a una manciata di cambiamenti genetici adattativi recenti, legati a insolazione, clima e alimentazione. La variazione genetica umana è distribuita in modo continuo, senza cesure. Per tutte queste ragioni (tecniche, non politiche) parlare di “razze umane” come si parla di razze di altri animali non ha senso. Se qualcuno vi dice che un certo farmaco è “razziale” perché funziona particolarmente bene per gli afroamericani o per i cinesi, sta facendo marketing scientificamente scorretto.

Q.: qual è l’importanza della sua collaborazione con il grande genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, da cui è nata l’idea della mostra “Homo sapiens, le nuove storie dell’evoluzione umana”?

T.P.: Cavalli Sforza è un gigante della scienza italiana e forse avrebbe meritato più riconoscimenti di quelli che comunque ha avuto, perché è stato un grande innovatore, un pioniere di campi inediti che oggi sono praticati da migliaia di ricercatori in tutto il mondo. Con i suoi studi ci ha permesso di capire la storia della diversità umana e quanto siano state importanti le migrazioni nella nostra evoluzione. Dobbiamo essergli grati perché questi sono contributi culturali fondamentali, non solo scientifici. Io nella Mostra non ho fatto altro che mettere in scena e raccontare le sue scoperte, mentre a Padova nella nostra Unità di Ricerca cerchiamo di approfondire e aggiornare alcune sue intuizioni, in particolare sulle espansioni recenti di Homo sapiens fuori dall’Africa e sulle loro relazioni con la comparsa dell’intelligenza simbolica.

Q.: a questo punto, ci piacerebbe sapere di più su di Lei. In che modo si è avvicinato alla filosofia, e alla scienza in particolare?

T.P.: Concluso il Liceo classico, mi sono interessato molto ai temi teorici e di metodo connessi alla ricerca scientifica. Ho iniziato con Fisica, poi Filosofia della Scienza alla Statale di Milano con Giulio Giorello, e da lì, leggendo i libri di Stephen J. Gould, è scattata la passione per la biologia evoluzionistica. La filosofia della biologia era una disciplina appena nata e, almeno in Italia, poco praticata, così mi sono specializzato sull’evoluzione biologica negli States con Niles Eldredge e Ian Tattersall. Benché filosofo, ancora oggi le mie pubblicazioni tecniche in inglese e quelle della mia Unità di Ricerca al Dipartimento di Biologia di Padova escono su riviste scientifiche.

Q.: Lei è anche un grande divulgatore scientifico; come nasce questa sua esigenza, che, come sappiamo, non è di tutti gli scienziati?

T.P.: Durante il mio periodo di ricerca all’American Museum of Natural History di New York con Eldredge, facevamo ricerca sperimentale e sulle collezioni ai piani superiori non accessibili al pubblico, ma ogni nostra attività doveva avere anche una ricaduta comunicativa e didattica nelle sale pubbliche del Museo, attraverso conferenze, seminari, serate, mostre scientifiche, presentazioni di nuove scoperte, allestimenti innovativi. Ricerca e comunicazione insieme, sempre. Da quel momento mi è sempre rimasta l’idea che la comunicazione sia un dovere civico di tutti gli scienziati, un dovere di trasparenza e di democrazia.

Q.: nella sua attività divulgativa, ha scritto molti libri; a quale si sente più legato?

T.P.: Penso La vita inaspettata, uscito nel 2011, perché unisce i contenuti scientifici alla scrittura narrativa, come vorrei sempre fare. E poi perché tratta del tema filosofico che mi è più caro: la contingenza storica. Al secondo posto metterei Nati per credere, del 2008, un’esperienza molto formativa per me di intreccio di competenze con Giorgio Vallortigara e con Vittorio Girotto, carissimo collega e amico purtroppo recentemente scomparso.

Q.: in chiusura, vorremmo chiederle quali sono i suoi rapporti con il CICAP.

T.P.: Direi ottimi, anche se occasionali. Ne condivido pienamente lo scetticismo razionale e l’impegno contro la diffusione delle menzogne antiscientifiche. È un lavoro quanto mai necessario nell’era della Rete, dove proliferano ciarlatani di ogni risma.

Per chi volesse approfondire:

I LIBRI

LA MOSTRA

 “Homo sapiens. Le nuove storie dell’evoluzione umana”
Aperta fino al 26 febbraio 2017
Mudec – Museo delle Culture
via Tortona 56, Milano
Tel. 02.54917
Orari: lun 14.30-19.30, mar/mer/dom 09.30-19.30, gio/sab 9.30-22.30

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