24 gennaio 1587: i dipinti che sudavano

Il verno questo annoscriveva nel suo diario Girolamo Magni (1531-1603), il “piovano” di Popiglio (oggi frazione del neonato comune di San Marcello Piteglio sulla Montagna pistoiese) – ha durato da ottobre dell’86 sin a San Giovanni Battista [il patrono della Pieve] cioè a 24 di giugno 87 siché la ricolta è molto serotina”.

In quel lungo inverno avvenne un fatto che Magni purtroppo non ci ha raccontato, forse perché non lo venne a sapere (e sarebbe strano) o piuttosto perché ritenne non fosse cosa da menzionare. Qualche kilometro più su rispetto alla sua pieve, lungo un percorso che collegava Lizzano (oggi altra frazione di San Marcello Piteglio) con Cutigliano (ora capoluogo del nuovo comune di Abetone Cutigliano), all’altezza di un ponte che non esiste più sul torrente La Lima, c’era un tabernacolo, con alcuni dipinti all’interno: una

immagine della gloriosa vergine Maria […] quale ha un bambino sul braccio destro a mandritta della quale nel pariete vi è un’immagine di Santa Maria Maddalena et sopra nel cerchio della volta […] vi è un Dio Padre

Orbene, questi dipinti, in una sera di quell’inverno, avevano sudato. Sì, proprio sudato (un comportamento comunque insolito, dato il freddo). O almeno fu quanto pensò allora qualcuno.

Sappiamo la data, il 24 gennaio di 430 anni fa. Il pievano di Cutigliano, don Enrico Mancini (?-1604, un immigrato, si potrebbe dire, dato che veniva dall’altra parte del confine, dalla montagna modenese) se la prese comoda, forse non dando grande importanza all’evento (ma neppure si era preoccupato, qualche anno prima, di far cancellare i disegni osceni con cui era stata imbrattata la sua pieve, cosa che era stata ovviamente stigmatizzata dal visitatore apostolico). Informò infatti il vescovo di Pistoia, attraverso un ambasciatore della comunità, solo il (1?)2 aprile successivo, mascherando forse un certo imbarazzo per la scarsa sollecitudine con un attacco piuttosto vago:

In questi giorni passati certe donne visitanti una certa cappelletta dal Vulgo chiamata la Vergine dal ponte alla pietra del fiume detto la Lima […] videro l’immagine depinta di Santa Maria Madalena e il bambino della gloriosa Vergine et la figura di Dio padre et anchora parte del muro bagnata […]; et così esse donne cridorno per il popolo et tutti, furore corseno a vedere; io subito v’andai et questo fu di notte tempo et trovai nel suddetto modo et co’ uno vello l’asciugai. Il simile la medesima notte fecero li preti di Lizzano, da quello punto in poi non s’è veduto altro et è andato il nome che ha fatto molti miracoli et vi è stato et è continuamente concorso di genti, ossia di forastieri et vi si fanno elemosine delle quali il comune come patrono se li tiene […].

A voler essere malfidati, si potrebbe quasi pensare che fosse quest’ultimo aspetto a preoccupare il pievano e non, piuttosto, l’evento in sè. Del resto, qualche anno dopo, la comunità locale accusò Mancini, senza che questo desse origine ad una qualche indagine, di una gestione piuttosto allegra delle offerte del tabernacolo… Ma torniamo alla lettera.

Ad aggiungere ritardo su ritardo, questa raggiungerà Pistoia e il destinatario soltanto il 14. E’ il primo documento di un fascicolo dell’Archivio vescovile della città toscana che Elena Vannucchi ha il merito di avere studiato e pubblicato nel suo suo Miracolo a Cutigliano (Gruppo di Studi Alta Val di Lima, Gruppo di Studi Alta Valle del Reno “Nueter”, Storianuova, 2015), interessante studio alla base di quanto racconteremo in questo articolo.

Contrariamente al pievano, l’anziano vescovo di Pistoia, l’orvietano Lattanzio Lattanzi (1512?-1587), si mosse con celerità e immediatamente spedì su per i monti, insieme ad un notaio, un canonico della cattedrale già in servizio a Roma, Cosimo Bracciolini (?-1615), dottore in entrambe le leggi (canonica e civile), autore di un Trattato de’ miracoli della sacra immagine della gloriosa vergine santa Maria dell’Humiltà di Pistoia (1580) che ne faceva, comunque, un esperto di miracoli. Le lettere del vescovo che ne affermavano l’autorità in quanto suo delegato per determinare cos’era avvenuto per davvero a Cutigliano indicavano la linea d’indagine cui il canonico si atterrà: “et perché questi sono casi ne quali conviene procedere con molta maturità et consideratione” (alla comunità di Cutigliano) o, più esplicitamente, “molto cautamente” (al pievano).

I due inviati raggiunsero Cutigliano il 15 aprile, e per prima cosa ritennero necessario ascoltare le autorità civili e religiose. Il capitano della montagna, tale Baldinotti, o piuttosto Benedetto Baldovinetti come scrive Magni (che, peraltro ne aveva una scarsissima considerazione: “con poca compassione de’ poveri attende a inquisire della robba, senza prima averne cercato esito e mandar comandamenti per far denari, spinto a ciò dalla sua avaritia e crudeltà”) se la cavò con poco: di fresca nomina, non aveva “veduto nè inteso per ora cosa alcuna di detti miracoli”.

Qualcosa in più da dire aveva ovviamente Mancini, che raccontò come era venuto a conoscenza di quanto stava accadendo e del suo primo sopralluogo. Poi, seguendo le domande piuttosto direttive di Bracciolini, aveva confermato quella che doveva essere anche l’ipotesi degli inviati pistoiesi: che il supposto sudore non fosse altro che l’effetto dello scioglimento di neve che era caduta nei giorni precedenti.

Io tengo et reputo quanto a me sia più tosto con ragione et con accidente naturale che per via di miracolo, atteso che né prima né poi si è mai veduto altra acqua né altre gocciole nelle dette figure […]. Et io per me qui dico et tengo che il murisciolo li giorni avanti, sendo il tabernacolo aperto dinanzi, possa haver facilmente fatto entrar della nieve sopra le dette figure, et così ancora fra lastra e lastra della copertura del tabernacolo; et per il freddo, ghiaccio et vento stato alcuni giorni avanti a poco a poco bagnato et humettato le mura et le imagini; et che per il calore del sole stato quei giorni si possa la detta nieve congelata esser liquefatta, et aver penetrato nella muraglia grossa mezzo braccio incirca, et aver humettato et bagnato le dette figure. Et tanto credo esser la verità.

Un’ipotesi che, lo racconterà poco dopo il cappellano della Compagnia della Madonna di Cutigliano, era stata discussa nei giorni subito seguenti l’avvenimento, in un pranzo dove il nostro pievano non era presente, ma cui invece aveva partecipato il sacerdote di Lizzano menzionato nella lettera iniziale e che, in quella occasione, aveva difeso che “gli era sudore”. Purtroppo, gli inviati vescovili non ritennero necessario ascoltare questo ed un altro sacerdote della zona sostenitori del miracolo.

Probabilmente a questo punto convinti della correttezza dell’ipotesi naturale, Bracciolini e il notaio si trovarono a dover spiegare i supposti “molti miracoli” che erano stati attribuiti all’immagine. Dei ciechi lombardiilluminati” poco vennero a sapere: raccolsero però testimonianze che indicavano che questi si erano comportati comunque sempre da ciechi anche dopo il presunto intervento miracoloso. Meo di Jacopo, cui l’immagine avrebbe sanato un braccio malato, fu invece chiamato a testimoniare: Bracciolini gli disse esplicitamente che “si sa molto bene che lui quando andò alla Madonna era alquanto guarito del detto braccio”. Lui negò la cosa ma probabilmente non riuscì a convincere il canonico.

Infine, il giorno successivo, comparve un bambino di sei anni, Puccino. Rimasto quasi cieco da un occhio per una sassata, la voce popolare diceva che aveva ripreso la vista. In realtà, già il cappellano aveva raccontato agli investigatori che il pievano aveva fatto un esperimento con il piccolo e che questo ci vedeva come prima. Il notaio annotò subito che “et veduto che la luce dell’occhio è quasi del tutto spenta et che è quasi impossibile che di esso ne vegga et possa vedere”. Il bambino chiarì che dopo essere stato guarito vedeva un poco di albore e che vedeva un pochino. Il canonico allora “fattogli serrare l’altro occhio buono et aperto il cattivo” gli domandò cosa avesse in mano: “il calamaio se bene havevo la penna solamente”; fece ancora un’altra prova: “domandatogli quante dita erano queste, alzandone una” ottenendo come risposta “sono cinque”. Al notaio, a questo punto, non rimase che scrivere che “et visto et experimentato che da esso detto occhio non vede né discerne cosa alcuna se non un poco d’albore et nel medesimo modo che vedeva prima”. A Bracciolini sorse il dubbio che fosse stato imbeccato: e il bimbo, forse voce della verità, rispose “Mi fu detto da certe donne alla forra che io dicessi che vi vedevo più assai sebbene io non vedevo”. “Et perché si conosce chiaramente che lui non vede nè è stato ralluminato nè in lui tosto miracolo alcuno, fu licenziato”.

E le altre “certe donne”, quelle che avevano per prime notato il presunto miracolo del sudore? Grazie ai verbali, sappiamo che la prima ad aver notato il fenomeno della “sudorazione” era stata una diciannovenne, Domenica. E’ l’unica ad essere interrogata, sempre il 16, da Bracciolini: Domenica aveva descritto il momento in cui si era accorta del bagnato, mentre era impegnata nelle sue consuete devozioni “tutta soletta” al tabernacolo. E di come poi la cosa era stata confermata da altre due giovinette giunte nel mentre. Le ragazze erano poi rientrate alle loro abitazioni. Bracciolini l’accusò (e lei negò) che allora “essa andò dicendo tal cosa et levando di essa romore per la terra”. La voce, comunque, in quella sera, si diffuse velocemente, come del resto era ovvio: un miracolo, a Cutigliano! E così, quando più tardi Domenica tornò al tabernacolo “con altre donne” “qui era tutto il popolo et tutti ne vedevano tal cose come me”. Bracciolini cercò di convincerla che il tutto era stato provocato dalla neve, ma Domenica resistette alla spiegazione che le era stata proposta: “io credo che ciò sia accaduto per miracolo, perché per allora non vi era su nieve alcuna: et non so poi se la nieve o l’humidità habbia potuto causare tali cause”. Chi oggi ha a che fare con testimoni di fatti paranormali, sa che è qualcosa che può accadere ancora quando viene proposta una spiegazione convenzionale.

Il canonico aveva comunque abbastanza materiale per concludere in quello stesso giorno l’inchiesta.  Quel che era avvenuto, dovette ragionare, era spiegabile come un avvenimento naturale (il discioglimento della neve aveva prodotto la “sudorazione”, una spiegazione scettica ante litteram!), mentre i supposti miracoli non erano altro che esagerazioni e “romori”. Con l’autorità del vescovo, allora, “commesse che intorno alla detta Vergine non si faccia o si muovi cosa alcuna, et particolarmente non si pubblichi miracolo di essa senza nuovo ordine”.

Sull’Appennino tosco-emiliano sono diversi i luoghi di culto sorti in quei secoli come conseguenza di un qualche evento ritenuto miracoloso. Nella maggior parte di questi casi, però, quel che oggi abbiamo sono una o più “leggende di fondazione” trasmesse dalla tradizione. A Cutigliano, invece, per un miracolo mancato, si sono conservate le voci dei protagonisti. Carlo Ginzburg, in un suo saggio del 1989 (“L’inquisitore come antropologo”) suggeriva un’analogia fra gli atti processuali prodotti da tribunali laici ed ecclesiastici della prima età moderna e il taccuino dell’antropologo. Certo,

questi documenti non sono neutrali; l’informazione che ci forniscono è tutt’altro che “obiettiva”. Essi devono essere letti come il prodotto di un rapporto specifico, profondamente diseguale

ma come ricordava in una recente intervista “mi resi conto che in molti casi c’era, da parte degli inquisitori, una straordinaria attenzione nei confronti delle testimonianze degli imputati. Proprio come fa uno storico”. Gli atti di questa inchiesta, pur attraverso le domande direttive del canonico e la scrittura del notaio, ci restituiscono delle voci (quella di Domenica, di Enrico, di Puccino…) che altrimenti avremmo irrimediabilmente perso. E che ci permettono di capire, almeno in parte, come ognuno di quei soggetti interpretò quell’evento “strano” che si trovò di fronte.

Immagine: Cutigliano nel 1938  (Public Domain, CTI Toscana, via Wikipedia)

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