Il trillo del diavolo: “Samarcanda”

In questa rubrica di Query Online raccontiamo, un brano alla volta, la musica intrisa di scienza e misteri: è il turno di Vecchioni.

Uscita nel 1977 all’interno dell’album omonimo, Samarcanda è uno dei maggiori successi di Roberto Vecchioni, forse quello che più ha contribuito a farlo conoscere al grande pubblico: in parte grazie anche al ritmo orecchiabile che richiama da vicino quello di Dance dance dance dei Crazy Horse, la storica band rock-country di Neil Young, unito al violino di Angelo Branduardi che ha contribuito a rendere unico il pezzo.

Ma ancora più interessante è il testo, che molti fan del Professore hanno interpretato come una favola leggera, forse anche per quel martellante oh oh cavallo del ritornello. Non molti sanno che fu scritto invece in un momento tragico della vita dell’artista: il padre Aldo era appena morto in ospedale, in seguito alla ricaduta di una malattia che dopo una grave parentesi iniziale sembrava in via di guarigione. Samarcanda è infatti una canzone sul destino beffardo e sulla sua ineluttabilità.

Vecchioni racconta di essere entrato in una libreria, e di essersi imbattuto in Appuntamento a Samarra di John O’ Hara. E lì, nell’incipit, compare il racconto che farà da trama per Samarcanda: è la storia di un uomo che cerca di sfuggire alla morte, mentre ci sta in realtà correndo incontro, in una specie di profezia che si autoavvera.

Una piccola curiosità: anche il nome della protagonista del film horror “The ring”, Samara, potrebbe essere stato scelto come omaggio al libro di O’ Hara, con riferimento all’ineluttabilità della morte indicata dalla protagonista (nell’originale giapponese era Sadako). Questa circostanza, però, non è mai stata confermata dai produttori del film.

Ad ogni modo, O’ Hara citava a sua volta Sheppey del commediografo William Somerset Maugham (in questo caso, chi parla è la Morte):

C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per fare acquisti. Ma il servo ritornò subito, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di minaccia, bensì di sorpresa”, risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”.

Non si conosce esattamente l’origine del racconto, forse mediorientale: il più antico riferimento sembra si trovi nel Talmud babilonese (Sukkah 53a), dove i protagonisti sono due scribi etiopi di Salomone.

Nel corso del tempo la storiella è stata ripresa da diversi autori per riflettere sul tema dei “presagi” e dell’ineluttabilità del destino: se si dispone di una profezia, si può usarla per cambiare la sorte? Oppure il destino è qualcosa di segnato, che non è possibile cambiare? E’ con questo significato, ad esempio, che compare in Un sogno in rosso, del viennese Alexander Lernet-Holenia: la racconta uno dei protagonisti, Laskowski, a un gruppo di aristocratici russi, su cui pende un presagio di morte. Ma nel tempo, fior di teologi hanno cercato in vari modi di conciliare libero arbitrio e profezia, un compito non sempre facile.

Al paradosso, comunque, esiste una soluzione: far profezie solo sul passato, e mai sul futuro; oppure farne di talmente vaghe da poter essere ricondotte a qualche evento reale solo quando questo si è verificato. Per quanto sembri una battuta, è il metodo utilizzato da molti veggenti sia in tempi antichi che di quelli moderni, da Nostradamus agli astrologi. E, a giudicare dai loro estimatori, funziona perfettamente.

TESTO
Intro: C’era una gran festa nella capitale perché la guerra era finita.
I soldati erano tornati tutti a casa ed avevano gettato le divise.
Per la strada si ballava e si beveva vino, i musicanti suonavano senza interruzione.
Era primavera e le donne finalmente potevano, dopo tanti anni, riabbracciare i loro uomini.
All’alba furono spenti i falò. E fu proprio allora che tra la folla, per un momento,
a un soldato parve di vedere una donna vestita di nero che lo guardava con occhi cattivi.
Ridere, ridere, ridere ancora,
ora la guerra paura non fa;
bruciano nel fuoco le divise la sera,
brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all’aurora,
il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.
“Salvami, salvami, grande sovrano,
fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità!”
“Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c’è…”
“Corri cavallo, corri ti prego,
fino a Samarcanda io ti guiderò;
non ti fermare, vola ti prego
corri come il vento che mi salverò…
Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh”
Fiumi poi campi, poi l’alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c’era sulla porta quella nera signora
stanco di fuggire la sua testa chinò:
“Eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!”
“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.”
“Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là…
Ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà…
Oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh”

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