Cattivi scienziati. La frode nella ricerca scientifica

Cattivi scienziati

Enrico Bucci,
Cattivi scienziati. La frode nella ricerca scientifica
Add editore, 2015
€ 14,00

Quando si parla di frode nella scienza ci sono due narrazioni che si contendono la scena. Da un lato c’è chi argomenta che non è né una novità né una stranezza, che gli scienziati sono esseri umani come tutti, ma che la scienza contiene già in sé i meccanismi necessari per tenere sotto controllo questi fenomeni. Dall’altro c’è chi, osservando il crescente numero di articoli ritirati per frode, falsificazione o plagio si straccia le vesti e grida alla crisi della scienza.

Il libro di Bucci, pur con una sfumatura verso quest’ultima posizione, cerca una via pragmatica: descrive nei dettagli il problema, le sue plausibili cause e cerca di individuare una possibile soluzione. Non è però un saggio tecnico per addetti ai lavori, ma un libro di divulgazione che racconta al grande pubblico cosa sia la frode nella scienza e quali conseguenze abbia sulla conoscenza scientifica e sulla sua produzione. Parte quindi dai fondamenti, raccontando in breve come funziona la scienza, come lavorano gli scienziati e perché è importante potersi fidare delle conoscenze scientifiche; poi descrive, servendosi sia di esempi classici presi dalla storia della scienza sia di casi più recenti, in che modo gli scienziati a volte imbroglino falsificando i dati o addirittura inventando esperimenti mai compiuti, e che vantaggi ne possano trarre.

La parte centrale, e più corposa, si incentra su due argomentazioni ampiamente condivise tra gli addetti ai lavori. La prima è che esiste, nei confronti dei ricercatori, una spinta a pubblicare sempre di più. L’ovvio rischio è di andare a scapito della qualità e, in casi più estremi ma non rari, del rigore e dell’onestà dei lavori pubblicati. La causa prima è che praticamente qualunque valutazione della ricerca, dai concorsi pubblici a cattedra alla misura della produttività scientifica dei ricercatori o degli enti, si basa su parametri bibliometrici che, a loro volta, si basano principalmente sul numero di articoli pubblicati.

La seconda è che il meccanismo della peer review usato in tutto il mondo per valutare l’opportunità della pubblicazione di un lavoro scientifico non solo è soggetto a manipolazioni e inconsistenze tanto quanto la pubblicazione stessa, ma è per sua natura inadatto a individuare le frodi. I revisori che valutano un articolo, infatti, hanno il mandato di verificarne la coerenza interna, cioè semplicemente di controllare che dai dati a disposizione discendano logicamente le conclusioni, e la correttezza formale, ossia che siano contenute tutte le informazioni necessarie a documentare il risultato e i procedimenti usati per ottenerlo. È estremamente raro che abbiano la possibilità di verificare i dati stessi, dato che in gran parte dei casi questo significherebbe ripetere l’esperimento. Entrambi i punti sono argomentati nel dettaglio, con numerosi esempi di distorsioni del processo che mostrano chiaramente come le difese dell’editoria scientifica contro la frode siano davvero deboli.

Le argomentazioni dell’autore diventano appena meno convincenti nelle conclusioni, dove si auspica come soluzione la creazione di un nuovo “sistema immunitario” per la ricerca, costituito in primo luogo da scienziati che si occupino direttamente di trovare metodi e strumenti per individuare e documentare le frodi. Bucci è uno di questi, avendo pochi anni fa lasciato il lavoro di ricercatore presso il CNR per fondare un’azienda dedicata all’analisi su larga scala dei dati biomedici pubblicati, metodo che può essere usato anche per individuare alcuni tipi di frode (per esempio la manipolazione di immagini): un’applicazione descritta nel libro, usata dall’autore per stimare la diffusione del fenomeno. A questa prima linea di difesa si dovrebbero poi aggiungere meccanismi che puniscano severamente la frode, non sempre ben chiari nelle legislazioni attuali.

Ben venga un simile “sistema immunitario”, ma forse il rinnovamento dovrebbe essere più profondo. La gigantesca proliferazione della letteratura scientifica facilita (e in parte causa) la frode, ma non solo: è comunque a scapito della qualità. Per fare solo un esempio banale, la necessità di pubblicare con regolarità può portare a non affrontare problemi interessanti ma che implicano tempi molto lunghi, oppure a presentare risultati parziali, diluendo l’informazione; anche su questi temi stanno comparendo i primi studi quantitativi. È ormai diventato un luogo comune il paradosso secondo il quale un qualunque grande scienziato del passato non avrebbe mai passato un moderno concorso a cattedra: si tratta quindi di ripensare i processi di produzione della letteratura scientifica e forse, più in generale, come la ricerca e i ricercatori vengono valutati. Nel frattempo, libri come quello di Bucci aiutano a portare l’attenzione sul problema e ad aumentare la consapevolezza anche nei confronti della ricerca scientifica in generale, e non solo delle sue distorsioni.

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