Xylella: il nodo della comunicazione

olivo

Il viso simpatico di una persona intelligente e cordiale. In treno, si avvicina per sedersi di fronte a me, che sto scrivendo un articolo sul tablet, dopo aver sentito telefonicamente la coautrice.

«Non ho potuto evitare di ascoltare la sua conversazione», mi fa. «Ho capito che parlava di Xylella. Se vuole, le dico che idea mi sono fatto su questa situazione».

Comincia, quindi, a raccontarmi del suo oliveto nel brindisino e della sua gestione amorevole attraverso le pratiche che la tradizione, ma anche le conoscenze più recenti, gli hanno insegnato. Parole piene di buon senso di una persona che unisce esperienza e capacità di pensare. Poi si arriva alla Xylella e qui, inevitabilmente, le parole dell’olivicoltore ricalcano le teorie antiscientifiche più in voga, che, con poche eccezioni, monopolizzano l’informazione. So che ora si aspetta una risposta e, d’altra parte, so anche di non poter dare conferma alle sue conclusioni. Sulla punta della lingua, istintivamente, avrei la critica alle deduzioni che si allontanano dai binari della scienza, ma opto per un altro approccio. Comincio dicendo quanto sia d’accordo con le tante cose piene di buon senso che mi ha riferito sulla cura del suo oliveto: nessuno più di un olivicoltore coscienzioso – sottolineo – sa che cosa serva ai propri alberi, perché glielo insegnano anni d’esperienza e il contatto quotidiano con le piante. Vedo il suo viso distendersi e capisco che non è più sulla difensiva. Il sacrosanto apprezzamento del suo lavoro e il riconoscimento di un bagaglio di conoscenze che non possono essere ignorate gli ha fatto molto piacere. Ora – lo capisco – è pronto ad ascoltare conclusioni diverse dalle sue, senza che questo gli appaia come una critica diretta o come una svalutazione del suo lavoro. Gli riferisco, quindi, che cosa pensano gli scienziati dell’epidemia degli olivi pugliesi e perché non si abbia motivo di dubitarne. Mi ringrazia, lo ringrazio e ciascuno dei due torna a occuparsi delle proprie cose, con la consapevolezza di aver imparato qualcosa.

Che nell’affaire Xylella un nodo importante sia rappresentato dalla comunicazione è ormai chiaro a tutti. Di fronte alla diffusione esponenziale e alla popolarità delle spiegazioni antiscientifiche, non si può evitare di chiedersi dove sia l’inghippo. Io per lavoro non curo olivi, ma cerco di istruire ragazzi: faccio l’insegnante. Se c’è una cosa che il mio mestiere insegna, è che per tirare fuori il meglio da un alunno è necessario non ferire la sua autostima e riconoscere i suoi punti di forza prima di segnalargli le debolezze da rimediare, consapevoli, peraltro, che non è mai solo lo studente a imparare. Troppo spesso, purtroppo, chi si occupa di scienza o della sua comunicazione cade nell’errore di far sentire il proprio pubblico uno studente impreparato di fronte a un prof che ha già iniziato a scrivere il 2 sul registro. La conseguenza è che la comunicazione si interrompe sul nascere, cioè nel momento in cui chi ascolta si sente trattato da sciocco o, nella migliore delle ipotesi, da scolaretto che va soltanto istruito e dal quale non si può imparare nulla.

In molti casi si ha l’impressione di essere ancora fermi al vecchio “deficit model”, un’impostazione che ha definitivamente fatto il suo tempo ed evidenziato tutti i suoi limiti. Immaginare una società che ha il solo compito di ricevere passivamente, venendo istruita da esperti che hanno la bontà, per una volta, di scendere dalla loro torre d’avorio non rende giustizia alla strada compiuta, nel corso del tempo, dalla comunicazione della scienza, che ha sperimentato strategie più corrette ed efficaci per incontrare il pubblico. Per esempio quella della condivisione e dello scambio biunivoco, della partecipazione consapevole che si può attuare quando lo scienziato (o il professionista della comunicazione scientifica) rinuncia a salire in tribuna a educare le masse. Non dico nulla di originale, chiaramente. Tra i tanti che ne hanno parlato con chiarezza ed efficacia c’è, per esempio, Dario Bressanini, che ha sintetizzato sul suo blog i principali errori nella comunicazione della scienza. Per un ulteriore approfondimento, si può leggere il libro di Silvia Bencivelli e Francesco Paolo de Ceglia, Comunicare la scienza, Carocci editore.

Da quando, nel 2013, il caso Xylella è esploso, ho partecipato a conferenze e incontri, letto articoli, ascoltato interviste e ho spesso avuto l’impressione che questi comuni errori di comunicazione ergessero muri che era poi impossibile abbattere. Difficile non caderci, perché a nessuno piace che sia messo in dubbio il proprio lavoro. Ecco, appunto, a nessuno. Neppure a chi vive di olivicoltura e ha tanta esperienza e conoscenze in questo settore. Conoscenze che vanno innanzitutto rispettate perché si possa instaurare uno scambio di idee, dove nessuno cala la verità dall’alto.

Né possiamo prendercela con i ricercatori, spesso lasciati da soli ad affrontare il problema di raccontarsi al pubblico. Sono relativamente pochi gli istituti di ricerca italiani che si preoccupano di formare gli scienziati sulla comunicazione e purtroppo i risultati si vedono quando la gestione di un’emergenza rende indispensabile l’instaurarsi di un dialogo costruttivo.

Eppure l’esperienza insegna che quando si parte dal rispetto e dal confronto il messaggio passa, che ci si trovi in TV, in una sala conferenze o, perché no, sui sedili di un treno.

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