Gioia Locati sanzionata con un ‘avvertimento’ dall’Ordine dei Giornalisti per un suo articolo sulla “cura” Di Bella

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Ricordate l’articolo di Gioia Locati “Io uso il metodo di Bella in Africa”, pubblicato su IlGiornale.it a Marzo del 2012? Beh, io sì. E non solo perché si trattava dell’ennesimo articolo pro-”cura” Di Bella della Locati – che pure è guarita dal suo tumore al seno grazie alla medicina scientifica – ma soprattutto perché utilizzava come testimonianza della bontà di tale “cura” le parole del ‘medico’ (sic!) Domenico Biscardi.

Peccato che Biscardi non risulti iscritto in nessun Ordine della federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri. Inoltre, secondo la ricostruzione del collega Paolo Russo sulle pagine de “La Stampa” nell’Aprile del 2014, nell’articolo su Davide Vannoni – altro beniamino della Locati – titolato “Quando Vannoni cercò di sbarcare a Capoverde”:

Domenico Biscardi, 46 anni, di Caserta. Si laurea a stento in farmacia a quasi quarant’anni ma nel suo curriculum si spaccia per medico anatomo patologo, nonché internista, con studi condotti alla seconda Università di Bologna e a New York. Titoli che affianca a quelli di ispettore di Polizia e istruttore di arti marziali. Nel 2005 viene arrestato per associazione a delinquere e riciclaggio e sempre in quegli anni sbarca a Capoverde, dove sposa l’avvenente Dilma Dos Santos. Parte vendendo acque minerali, poi mette piede nella clinica di Murdeira dell’isola di Sal, dove inizia a dispensare a piene mani la «cura Di Bella».

Biscardi esercita abusivamente la professione anche in Italia, prima che i Carabinieri facciano irruzione nel suo studio di patologia anatomica a Caserta, sequestrando pacchi di ricette fotocopia della fantomatica cura anticancro.”

Quando le ho chiesto ragione di questa discrepanza su Twitter, la Locati mi ha risposto che

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aggiungendo che “ha preso una laurea in Usa che a capoverde riconoscono”.

Eppure Biscardi medico non è. Come può un non-medico sostenere e praticare una (non)“cura” che la comunità scientifica ha decretato come inefficace dopo numerosi studi? E perché la Locati dà conto delle varie circostanze descritte da Biscardi, inducendo il lettore a credere che seguendo questi percorsi a-scientifici si possa guarire?

Purtroppo la collega ha deciso di non rispondere. Il vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia Stefano Gallizzi, al quale la Locati è iscritta, mi ha esplicitamente invitato a presentare un esposto:

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Esposto che ho presentato, puntualmente, un paio di giorni dopo – il 16 giugno 2014. La collega prova a buttarla in caciara:

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Ora l’esposto è arrivato ad una conclusione. Il Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia ha decretato la sanzione dell’avvertimento per Gioia Locati. Le motivazioni sono una vera e propria lezione di giornalismo non solo per la collega, ma anche per i tanti (troppi) giornalisti che scrivono a cuor leggero di “cure” e “terapie”. Le riporto per intero.

La giornalista Locati ha sottolineato che l’articolo segnalato dall’esponente si inserisce in un lavoro molto più ampio da lei realizzato avente ad oggetto la cura Di Bella. Questa circostanza non costituisce a parere di questo Consiglio una giustificazione. Va innanzitutto rilevato che il giornalista deve rispondere del contenuto di ogni articolo singolarmente preso perché il lettore non è tenuto a conoscere altri articoli scritti dal giornalista sul medesimo argomento, ma può formare la propria opinione anche solo attraverso la lettura di un singolo pezzo.

Al di là di questa considerazione, nel momento in cui Gioia Locati scriveva i numerosi articoli dedicati alla cura Di Bella, la cura Di Bella era già stata definitivamente bollata come non valida dall’Istituto superiore della sanità dopo una attenta sperimentazione. Il semplice fatto di avere deciso di dedicare a tale terapia un così ampio lavoro, dando visibilità ad alcuni pareri medici contrari alla cura, ma anche ad alcune opinioni favorevoli, costituisce a parere di questo Consiglio un modo discutibile di fare giornalismo.

Il lettore, specialmente se malato e quindi maggiormente disposto a credere a qualunque prospettiva di guarigione, viene indotto a ritenere che la cura Di Bella possa essere efficace – anche se categoricamente bocciata a seguito della sperimentazione – e, in ipotesi, persino ad affidarsi ad essa piuttosto che a cure effettivamente valide.

Pertanto, nel momento in cui il giornalista vuole tornare a parlare di una cura dichiarata non efficace dall’Istituto superiore della sanità ha il dovere di ricordare al lettore tale bocciatura. Diversamente il semplice fatto che la cura trovi ancora spazio sui giornali induce il pubblico ad attribuirle credibilità. Dunque, già l’intero lavoro della giornalista Locati sulla cura Di Bella è tale da suscitare più di una perplessità.

Quanto all’articolo oggetto del presente procedimento esso presenta più di un aspetto critico.

Nel dare la notizia che la cura Di Bella è utilizzata con successo si sceglie di intervistare il dottor Domenico Biscardi che nell’articolo viene definito medico e che medico, invece, non è. Domenico Biscardi, infatti, è laureato in farmacia. Nell’articolo, tuttavia, egli viene definito come “medico e farmacista”. Sul punto la giornalista Locati si è difesa dicendo che Domenico Biscardi è comunque abilitato a svolgere la professione sanitaria a Capo Verde perché in tale Paese vigono regole diverse rispetto a quelle italiane. Anche ammesso che Biscardi possa esercitare la professione medica a Capo Verde, va rilevato che l’articolo si apre con la seguente frase: “Sei mesi l’anno fa il medico volontario a Capo Verde, a Mundeira. Gli altri sei lavora a Caserta”. Il lettore non può che capire che Biscardi fa il medico per sei mesi a Capo Verde e per sei mesi in Italia e che, dunque, egli è abilitato all’esercizio della professione medica nel nostro Paese. Nel resto dell’articolo si possono leggere, ancora, frasi come “medici che come lui hanno scelto di andare a lavorare dove ci sono più malattie che cure”, “Ho fatto per anni il volontario in Kenya, affiancando i veterani bravi chirurghi come Roberto Faccin” inoltre alla domanda “Anche a Caserta lei applica il metodo Di Bella?” Biscardi risponde “Sì, lì ho tutti i documenti clinici che provano la regressione del cancro”. Dunque Gioia Locati presenta Domenico Biscardi come medico che lavora “sia in Africa, sia in Italia”. Egli, però, medico non è. Il fatto che egli non abbia neppure i titoli per esercitare la professione mina alle basi la scelta di intervistare proprio lui per riabilitare un metodo di cura che l’Istituto superiore della sanità ha clamorosamente bocciato.

Di fronte alla ufficiale dichiarazione di infondatezza della cura operata dal più alto organo competente in materia sanitaria del nostro Paese non può essere certo un farmacista a sostenere che si tratta, invece, di un metodo efficace.

L’articolo, inoltre, non ricorda in alcun modo che la terapia Di Bella è stata bocciata, ma ne parla come si trattasse di una cura normalmente praticata, non solo a Capo Verde, ma anche in Italia (“Anche a Caserta lei applica il metodo Di Bella? Sì”).

Il lettore è, dunque, indotto a ritenere che la cura Di Bella venga ordinariamente praticata sia in Italia, sia all’estero con grande successo anche in casi gravi e quasi incurabili come il cancro al fegato delle dimensioni di tre centimetri per due e mezzo, come si legge nell’intervista e che essa costituisca validissima alternativa alla chirurgia, come nel caso della giovane donna con tumore all’utero al terzo stadio.

Non solo, l’articolo cita anche il nome di uno specifico complesso, lo iodopovidone (comunemente commercializzato come Betadine) affermando che con esso si ottengano ottimi risultati nell’uccidere le cellule maligne.

Dunque l’articolo descrive come ottima, ed in alcuni casi quasi miracolosa, una cura bocciata dalla sperimentazione e dall’Istituto superiore della sanità affidandosi alle dichiarazioni di un farmacista che dice di utilizzare il Betadine per combattere le cellule tumorali. Appare evidente il rischio che l’articolo faccia sorgere speranze infondate nei malati inducendoli a rifiutare la soluzione chirurgica o le più pesanti cure offerte dal servizio sanitario nazionale per cercare effetti miracolosi nei disinfettanti sulla base delle dichiarazioni di Domenico Biscardi, il quale non può essere considerato una autorevole fonte scientifica.

P.Q.M. il Consiglio ravvisa la responsabilità di Gioia Locati per i fatti a lei contestati e, tenuto conto delle ragioni che hanno indotto la giornalista ad affrontare le tematiche delle malattie oncologiche, ritiene sanzione adeguata l’avvertimento.

Il modo di affrontare le tematiche oncologiche della Locati “costituisce a parere di questo Consiglio un modo discutibile di fare giornalismo” e “l’intero lavoro della giornalista Locati sulla cura Di Bella è tale da suscitare più di una perplessità”. C’è il rischio concreto che il lettore possa affidarsi alla (non)“cura” Di Bella seguendo le parole della giornalista. Da nessuna parte nell’articolo si dà conto al lettore che la (non)“cura” Di Bella sia stata ritenuta inefficace dalla comunità scientifica e dagli organi preposti. Si sceglie invece di presentare come “medico” una persona che medico non è, lodando acriticamente le varie ‘terapie’ proposte. Ma visto che la Locati ha scelto di scrivere di tumori dopo averne sperimentato uno sulla sua pelle, curato però con la medicina scientifica, l’Ordine ha in qualche modo ‘ammorbidito’ queste gravi responsabilità. La Locati può ancora presentare ricorso all’Ordine nazionale. Al di là dell’iter legale, comunque, sarebbe interessante che qualcuno rispondesse alla domanda: se quell’articolo presenta gravi inesattezze, perché nessuno lo corregge?

Non sta a me giudicare l’operato dell’Ordine dei Giornalisti, che anzi ringrazio per aver confermato nero su bianco tutte le mie perplessità. La mia speranza (vana, forse) è che questa sanzione comminata a Gioia Locati possa non solo aprirle gli occhi di fronte al “modo discutibile di fare giornalismo” che l’Ordine le addebita, ma che possa soprattutto fungere da monito a tutti – me per primo – quei giornalisti che scrivono di salute con la penna troppo leggera, cercando l’effetto dei sentimenti e seguendo i propri (anche se inconsci) pregiudizi. Ne va dell’onore di questa professione giornalistica, troppo spesso bistrattata, e di tutti quelli che la praticano con ancora la voglia di interrogare ed interrogarsi. Di cambiare, anche se in piccolo, il mondo che ci circonda.

Io ci credo ancora.

Ilario D’Amato
https://www.facebook.com/ila.damato/

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