Le parole del negazionismo

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Il negazionismo è oggi al centro di diversi dibattiti, storici e politici, e la parola stessa viene ormai usata in ambiti discorsivi (mafia, fatti di cronaca) oggettivamente lontani dal senso primitivo del termine, che ha una sua natura giuridica tecnica e precisa, e si applica appunto, in quanto crimine, a coloro che negano (più precisamente: contestano, o anche solo, secondo la legislazione europea più recente, “banalizzano”) un avvenimento storico avente un carattere di crimine contro l’umanità.

Negazioni, allusioni e tesi nascoste

Non si può ridurre dunque il negazionismo alla pura e semplice negazione di un singolo “fatto” storico, quale può essere per esempio l’esistenza delle camere a gas nei campi di sterminio nazisti. Ma soprattutto, è la stessa idea di “negazione”, sottesa al termine, a rivelarsi, contro ogni attesa, problematica.

Occorre ricordare che il discorso negazionista “nega” in maniera in verità molto sottile e allusiva, e soprattutto, che dietro le sue “negazioni” (che in verità vengono sempre presentate sotto forma di “dubbi”, per lo più puntuali e fattuali) si nascondono sempre, implicitamente, delle tesi positive, che restano, ovviamente, non dette. Si tratta anche lì d’un fatto linguistico ben stabilito: ogni affermazione nega implicitamente (i linguisti direbbero: illocutoriamente), e ogni negazione, ogni confutazione, afferma – sempre implicitamente. È insomma sull’esplicitazione di ciò che si vuol positivamente provare che i “negazionisti” fanno, scientificamente parlando, gli gnorri: lo pseudo-storico Faurisson e i faurissoniani non “negano” le camere a gas tanto per negare, né tanto meno lo fanno, normalmente, per negare che sia avvenuto un genocidio nei confronti degli ebrei: i loro “dubbi” fattuali e di dettaglio son lì per aprire una breccia in cui far passare, sottintesa e dunque nascosta, una tesi alternativa sul senso stesso del genocidio effettuato dai nazisti. Questa tesi alternativa, per il lettore “ideale” di Faurisson, non è quasi mai, se non in casi estremi, la negazione del “fatto” della persecuzione o dell’uccisione degli ebrei da parte dei nazisti, ma è piuttosto l’idea che il “problema ebraico”, indipendentemente dalle “buone” o “cattive” soluzioni adottate, esisteva (ed esiste, ancora oggi) davvero. Per convincersene, basta fare un giro sui gruppi Facebook antisemiti (“antisionisti”), o discutere con un antisemita (“antisionista”) moderno: quelle che il negazionista considera eventualmente come delle “menzogne ufficiali”, o come dei fatti su cui ha, modestamente, “dei dubbi” (il numero esatto di morti, l’uso effettivo di camere a gas, ecc.), provano secondo lui che ci sono altre “verità” che si vogliono nascondere – e guarda caso queste “verità” nascondono il monopolio ebraico (“sionista”) sulle banche e sui media, lo strapotere dei Rothschild, e più in generale tutto ciò che costituisce il vecchio “problema ebraico”, oggi ribattezzato impropriamente “sionismo”. I più estremisti non solo non negano la Shoah, ma pensano addirittura che si tratti d’un prodotto stesso del “sionismo”… Bisogna ammettere che il vecchio termine di “revisionismo”, per quanto criticabile, era forse ben più pertinente, nel rappresentare le loro intenzioni, del termine “negazionismo” che lo ha in seguito sostituito.

La tesi nascosta: il complotto ebraico

Insomma: i dubbi dei negazionisti sui “fatti ufficiali” sono lì solo per alludere a un dubbio più fondamentale sulla veracità del senso ufficiale che è stato dato a quegli avvenimenti – un “dubbio” che prende di mira, né più né meno, l’innocenza stessa delle vittime del genocidio.

Dietro la negazione (implicita) sta una affermazione (ugualmente implicita) della madre di tutte le teorie dei complotti: il complotto ebraico. Teoria del complotto, questa, che si riproduce e si alimenta con dinamiche e strategie linguistiche ben precise e oliate. La parte “destruens” del discorso negazionista si accompagna dunque ad una parte “construens”, ugualmente allusiva, fatta di riferimenti non tanto a discorsi esplicitamente antisemiti, quanto alle loro fonti dirette o presunte tali, spesso citate in maniera da nasconderne l’origine tendenziosa e trattate come “fatti grezzi” che parlerebbero “da sé”. Lo scopo è innanzitutto, per il complottista antisemita, di rifiutare l’etichetta “formale” d’antisemita: dapprima questi rifiuterà la pertinenza stessa della parola “antisemita” (perché, ad esempio, anche gli arabi sarebbero “semiti”), indi si dirà, piuttosto, “antisionista” – previo svuotamento della parola “sionismo” del suo vero senso, molto circoscritto e preciso per attribuirle invece l’antico senso legato alla parola “juiverie”, o complotto ebraico che dir si voglia. Occorre ricordare che il termine “sionismo” afferma semplicemente il diritto di tutte le persone di origine ebraica ad avere una terra in cui essere accolti e poter vivere. In tal senso, il termine “antisionismo” ha due accezioni diverse, prima e dopo la creazione dello Stato d’Israele nel 1948: se prima di questa data aveva il significato originario di “movimento contrario all’istituzione dello Stato di Israele”, dopo ha giocoforza acquisito nella vita politica israeliana quello di contrarietà al diritto di tutte le persone di origini ebraiche a tornare in Israele e acquisire la cittadinanza israeliana“; si può dunque, in questo senso, essere sionisti di sinistra, propalestinesi, e anti-sionisti di destra, anti-palestinesi, come è appunto il caso, spesso, in Israele.

antigiudaismoAntigiudaismo, antisemitismo e antisionismo: le parole vanno, i discorsi restano

Anche qui l’analisi storico-linguistica si rivela necessaria e fondamentale: si dimentica che l’antisemitismo, come termine, fu coniato e rivendicato dagli antisemiti alla fine dell’Ottocento proprio per non essere accusati di essere contro gli ebrei per le “vecchie” ragioni religiose. Il termine veniva a sostituire, appunto, quello vecchio, e connotato religiosamente, di “antigiudaismo”. Dicendosi “antisemiti” gli antisemiti pretendevano d’essere contro un nemico, il “semitismo”, che non aveva niente a che vedere con la religione ebraica e dunque con i giudei, ma che si identificava con un complotto generale e “laico”, che si dava il caso (guarda un po’) avesse a capo delle persone di origine ebraica (un complotto semplicemente “semita”, dunque) – e questo chissà, magari per ragioni “storiche” e “culturali”, legate alle lunghe e “forse ingiuste” persecuzioni, a un “rancore” che avrebbe prodotto nei secoli un altrettanto rancoroso Talmud (non quello vero, ovviamente, bensì quello “rivisitato” da “esperti” antisemiti come il russo Pranaitis, di cui parlerò fra poco); ragioni magari anche, perché no, biologiche – ma per gli antisemiti era, in fin dei conti, relativo. Insomma, la recentissima operazione di nuovo conio linguistico, in chiave complottistica, del termine “antisionismo”, pur volendo smarcare quest’ultimo dal vecchio “antisemitismo”, e anzi proprio tramite questo tentativo di smarcamento, ripercorre oggi esattamente, mutatis mutandis, il percorso effettuato a suo tempo dal termine “antisemitismo”: come l’araba fenice, la vecchia idea risorge dalle sue ceneri linguistiche.

La teoria del complotto ebraico: un’idra dalle due teste che rinascono

Ma torniamo alla teoria del complotto ebraico. Tale “teoria” viene alimentata oggi, come è noto agli addetti ai lavori, dai soliti e vecchi, vecchissimi, argomenti, ahimè ignoti ai più, scandalosamente ignoti ai più: in un’epoca memoriale in cui tutti i bambini “studiano” a scuola la Shoah, in cui le classi vanno ad Auschwitz in treni della memoria, vi è un’ignoranza completa degli (ovviamente falsi) argomenti dell’antisemitismo ottocentesco e novecentesco, e a maggior ragione delle origini religiose – cristiane – di tali argomenti. Argomenti veicolati da “documenti” che pur dovrebbero essere ben noti, primi fra tutti i famigerati “Protocolli dei Savi di Sion” e il “Talmud smascherato” dell’altrettanto famigerato prete russo Pranaitis: falso manifesto complottistico degli ebrei mondiali il primo, falsa raccolta di brani tratti dal Talmud (tesi a “dimostrare” la machiavellica malvagità insita nella cultura ebraica) il secondo.

Tali materiali tornano in maniera ricorrente, spesso linguisticamente modificati, e sotto altro nome; che si faccia il test: la quasi totalità delle “citazioni del Talmud” che circolano nei social networks sono in verità dei falsi tratti dalla raccolta di Pranaitis. Ma a far la parte del leone sono soprattutto i Protocolli dei Savi di Sion, che tornano sotto forme molto diverse (l’ultima: i cosidetti “Protocolli di Toronto”), e spesso senza che venga specificato “chi” siano i “malvagi” in questione, o identificandoli in altre entità (Illuminati, massoni, mafiosi, gruppi segreti multinazionali, rettiliani, NWO…). La natura di tali documenti, purtroppo diffusissimi, è ignota ai più proprio a causa dell’approccio memoriale, che all’obbligo di memoria – meglio: di commemorazione – associa di fatto il divieto di lettura o di visione scolastica dei documenti antisemiti, che soli permetterebbero tuttavia di capire scientificamente il fenomeno storico dell’antisemitismo: nei fatti la quasi totalità degli studenti liceali (e della popolazione) ignora oggi gli argomenti e i documenti che alimentavano ( e alimentano) le convinzioni antisemite. L’antisemitismo, tanto evocato da film, commemorazioni e leggi, è forse oggi, paradossalmente, l’argomento storico più ignorato, trattato quasi fosse una catastrofe naturale cascata biblicamente sugli ebrei, e sull’umanità, dall’alto.

È proprio in tale vuoto, là dove manca completamente un senso che dovrebbe essere portato dalla ricerca storica e dall’insegnamento, che si insinuano i negazionisti e gli antisemiti. E lo fanno ancora più facilmente in quei Paesi, come la Francia, in cui vigono le leggi memoriali che puniscono le opinioni apertamente antisemite. Con l’introduzione di tali leggi l’allusività e il non dire esplicitamente qual è la tesi (antisemita) che si vuol difendere, da possibile strategia retorica “vigliacca” e redditizia, tipicamente ciarlatanesca, è diventata per gli antisemiti una tattica di discorso obbligata, giacché la legge vieta loro di dirsi, esplicitamente, antisemiti.

Come “confutare” l’antisemitismo? Un caso paradossale

Prendo un esempio recente. Nel gruppo Facebook scettico in lingua francese più importante (Zététique) è accaduto qualche tempo fa che un utente, ufficialmente lì solo come “complottista”, e che era intento a esporre i suoi bravi “dubbi” sulle “teorie ufficiali” relative all’incendio e al successivo crollo delle torri del WTC durante gli attacchi dell’11 settembre, si sia messo a costellare i suoi commenti di termini e concetti “ebraici” tesi a spiegare, secondo lui, le azioni o gli atteggiamenti “sospetti” di alcuni protagonisti dell’undici settembre. A codesti protagonisti, aggiungo io, era ovviamente toccato in sorte un cognome ebraico; era questione, più precisamente, di un tale Silverstein, proprietario del WTC7, accusato dall’utente “complottista” d’applicare la “chutzpah“, ch’egli descriveva dottamente come una sorta di versione ebraica dell’omertà.

I concetti “ebraici” in questione erano ovviamente citati in maniera tendenziosa, e a diversi utenti appaiono subito antisemiti. Il problema è che i moderatori, che non sono fessi né antisemiti, difendono tuttavia da bravi scettici il diritto dell’utente in questione a esprimersi, affinché lo si possa “criticare” nelle sue convinzioni, e lo difendono soprattutto dall’”accusa” di antisemitismo, che se “vera” e “provata” comporterebbe la sua cacciata dal gruppo, e anche una bella denuncia penale. L’utente in questione ovviamente dice di non essere antisemita (più in là si dirà “antisionista”), che i “media ufficiali” hanno “riempito la testa alle persone, che ormai vedono dappertutto degli antisemiti”, che lui non ce l’ha con gli ebrei “in quanto tali”, e che quei concetti e precetti che cita (ad esempio quello della pretesa equiparazione dei “goy“, cioè i non ebrei, agli animali, o il diritto di mentire ai goy) “sono nel Talmud”. Inutile spiegare ai moderatori scettici che quei (falsi) concetti e quelle (false) citazioni, inesistenti nel Talmud, sono proprio le chiavi di volta di tutta l’ideologia antisemita dell’inizio del Novecento: per loro l’utente non può essere accusato di antisemitismo perché non ha formulato esplicitamente dei giudizi “discriminatori” contro gli ebrei (come se fossero fatti così i discorsi antisemiti!), e mi dicono (con tono fermo e minaccioso da moderatori) che al massimo posso, da bravo scettico, criticare le sue citazioni del Talmud, e mostrare fattualmente che sono false. Cosa che puntualmente faccio, mostrando che le citazioni sono false, e che l’utente in questione le ha prese da false raccolte preconfezionate circolanti su internet in “certi siti”, che a loro volta non fanno altro che riciclare il famoso “Talmud smascherato” di Pranaitis, grande motore dell’antisemitismo della fine dell’Ottocento. Ma questo per i moderatori non basta per “dimostrare” la mia “accusa di antisemitismo”: ho criticato quelle citazioni, mostrando che sono false, e d’ora in avanti il nostro amico complottista, si spera, farà a meno di usarle, ma il fatto ch’egli “usi” materiale “usato dagli antisemiti”, vero o falso che sia, non è secondo loro una “prova” del fatto che lui sia antisemita. Ripeto loro che non vi sono altri usi discorsivi di quelle false citazioni al di fuori d’un discorso antisemita, teso a provare l’esistenza di un complotto ebraico, ma niente. Alla fin della fiera, l’unica prova possibile d’antisemitismo sarebbe stata, per i moderatori, ch’egli dicesse “sono antisemita”, o che invocasse esplicitamente l’uso delle camere a gas per gli ebrei. Insomma, una vera confusione fra le cause e gli effetti, fra ciò che è definitorio e necessario, e ciò che invece rimane del dominio del contingente, storicamente e linguisticamente. Come se l’antisemitismo non fosse un’idea, ma un puro crimine di parola, come un insulto o una bestemmia, e come se l’antisemitismo si definisse tramite il nazismo e le camere a gas, quando invece l’antisemitismo nazista, e il suo ricorso genocidario alle camere a gas, non sono stati se non una delle tante, tantissime incarnazioni storiche dell’antisemitismo.

Quel che è peggio: all’ignoranza del funzionamento dei discorsi antisemiti si aggiunge l’effetto perverso della legge francese sull’antisemitismo: poiché un’opinione antisemita è diventata in sé un reato, essa non verrà più formulata esplicitamente dai suoi sostenitori, il che la toglierà definitivamente dal campo delle opinioni apertamente criticabili; insomma, non si può più criticare l’antisemitismo di un antisemita (con la possibilità dunque di confutarlo, e di fargli cambiare idea), lo si può solo, al massimo, accusare di antisemitismo.

der judeCombattere l’antisemitismo: non basta confutare le affermazioni

“Si possono però criticare, e confutare, i suoi argomenti! Tu hai confutato per l’appunto le sue false citazioni del Talmud!”. Ma il punto dolente sta proprio lì: se c’è una cosa che l’antisemitismo dell’inizio del Novecento ha insegnato, è proprio che per combatterlo non basta confutare le semplici affermazioni. Che i Protocolli dei Savi di Sion fossero falsi, è stato dimostrato abbastanza presto, definitivamente, a inizio Novecento. Lo stesso Pranaitis è stato pubblicamente svergognato e discreditato fin dal 1912, nel processo in cui era stato chiamato come perito dell’accusa contro l’ebreo russo Beilis, accusato del’omicidio “rituale” di un bambino cristiano, e poi prosciolto. In tale occasione Pranaitis, interrogato dai periti della difesa in una scena che pareva tratta dal Consiglio d’Egitto di Sciascia, ha scatenato l’ilarità della giuria mostrando di non sapere una sola parola di ebreo né di aramaico, e di ignorare completamente i titoli dei capitoli principali del Talmud, anche quei capitoli che qualunque bimbo ebreo religioso conosce anche solo per sentito dire.

Tali confutazioni, pubbliche e definitive, non hanno impedito che l’idea di un complotto ebraico rimanesse viva, anzi vivissima: perché tali documenti, seppur falsi, erano considerati dagli antisemiti verosimili, e questo perché si fondavano su una convinzione profonda nel complotto come chiave epistemologica di spiegazione, e su una convinzione profonda riguardante la natura “dell’ebreo”, religioso o no, integrato o no: e tali convinzioni non si fondavano su quei falsi documenti, ma anzi avevano spinto esse a produrli. E del resto, la maggior parte dei documenti che alimentavano le convinzioni antisemite erano evidentemente, e per definizione, “falsi”, giacché si trattava nella maggior parte dei casi di “opere di finzione”: romanzi, film, spettacoli teatrali, vignette satiriche, la cui natura “fittizia” era ovviamente conosciuta da tutti coloro ne usufruivano… Quelle convinzioni non si basavano dunque su veri “fatti” o “documenti” (e mai avrebbero potuto), ma su schemi di discorso e di ragionamento preesistenti, vecchissimi e sempre fertili, riproposti in maniera sempre nuova e anzi, letteralmente, creativa.

Schemi che a destra identificavano gli ebrei con i comunisti internazionalisti, materialisti, massoni e mangiatori di bambini, e a sinistra identificavano gli ebrei con la mafia, le multinazionali, i finanzieri e i capitalisti, burattinai senza scrupoli dei media, tutti avatar degli antichi usurai, perfidi Shylock succhiatori del sangue di innocenti bambini cristiani, a loro volta eredi perennemente erranti di Giuda, di Caifa, degli scribi e dei farisei. Quegli stessi schemi che portano gli “antisionisti” a affermare che lo Stato d’Israele è il “nuovo nazismo”, il “Male assoluto”, e che la striscia di Gaza è “l’Auschwitz contemporanea”. Non a caso l’utente del forum scettico in questione, dopo essere stato sbugiardato da me sui falsi “fatti” talmudici, mi ha subito etichettato, senza che io avessi mai parlato del Medio Oriente, come “sionista” e “cieco difensore di Israele” – il che è ironico, poiché non sono né “ebreo” né tanto meno sionista, nel senso specificato prima, e si dà il caso anzi che sia contro l’attuale politica del governo israeliano di destra e favorevole alla coesistenza di due stati in Palestina.

Insomma, il vero nodo – al contempo politico e ideologico – era venuto al pettine. Tanto meglio perché i giusti strumenti scientifici – linguistici, storici, filosofici – vanno usati per sciogliere i nodi, non certo per negarli.

L’autore desidera ringraziare Anès Foufa, che insegna arabo e ebraico nell’associazione “Parler en paix“, per il suo preziosissimo aiuto storico e linguistico.

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