Quel wookie di un bigfoot

Melba Ketchum

Ricordo che quand’ero adolescente, leggendo su di una storica rivista di videogiochi i dietro le quinte più curiosi della realizzazione del film Il ritorno dello Jedi, rimasi particolarmente colpito da questo aneddoto: durante le riprese nella grande foresta del Redwood National Park (California settentrionale) all’attore Peter Mayhew, che indossava il peloso costume del wookie Chewbecca, era assolutamente vietato allontanarsi dal set.

Il motivo di questo divieto è presto detto: la produzione temeva che qualche incauto cacciatore avrebbe potuto sparare a Peter dopo averlo scambiato per un bigfoot.

In tutta onestà non ho mai verificato se quanto letto allora corrispondesse al vero, ma in fondo è relativamente poco importante. Questa nota di colore, sulla quale tornerò in seguito, mi servirà infatti per sdrammatizzare sull’ennesimo poco edificante siparietto a sfondo criptozoologico che ha nel leggendario primate gigante dell’America del nord il suo principale protagonista.

Tutto ha avuto inizio circa due anni fa con la pubblicazione sul sito della DNA Diagnostics, azienda specializzata nel campo della zootecnia, di un comunicato letteralmente straordinario: dopo 5 anni di analisi genetiche, un team di ricercatori guidato dalla dottoressa Melba Ketchum era riuscito a dimostrare l’esistenza del leggendario bigfoot, che si era rivelato essere un ibrido tra il moderno Homo sapiens e una specie sconosciuta di primate, risalente a 15.000 anni fa. Lo studio, assicurava il comunicato, era attualmente sotto revisione paritaria e sarebbe stato pubblicato a breve su di una rivista scientifica. Ora quello studio è stato finalmente pubblicato, ma se vi state chiedendo come mai la scoperta zoologica del millennio non è apparsa sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, continuate nella lettura…

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, la dottoressa Ketchum e i suoi colleghi sequenziavano DNA da campioni biologici per l’utilizzo in ambito forense, quando uno show televisivo chiese loro di analizzare un presunto reperto di yeti, i cui risultati si rivelarono inconcludenti. Ma giorni dopo la messa in onda del programma il laboratorio fu letteralmente sommerso di richieste per analizzare una moltitudine di presunti campioni di bigfoot. Il team, estremamente incuriosito dalla cosa, accettò la sfida giungendo alle conclusioni illustrate a inizio articolo. Ma non trovando nessuna rivista disposta a pubblicare i risultati dei loro studi, decise di fondare dal nulla un nuovo giornale online appositamente dedicato allo scopo. Il volume 1 del numero 1 della neonata DeNovo contiene infatti soltanto la pubblicazione in questione!

Il perché di questa scelta non proprio ortodossa è stato spiegato dalla Ketchum in un’intervista rilasciata al sito web The Voice of Russia:

[…] la scienza moderna non è ancora pronta per questo. C’è talmente tanto sensazionalismo attorno [all’argomento] che la comunità scientifica ritiene che la ricerca non sia attendibile. Per la maggior parte del mondo scientifico i risultati del nostro studio non possono essere validi perché loro sanno che lo yeti non esiste e che quindi il [nostro] progetto non è nient’altro che una bufala, una campagna pubblicitaria. Di conseguenza gli scienziati non hanno nemmeno voglia di informarsi su di esso. La loro mancanza di volontà nel prendere in considerazione che una creatura mitica possa davvero esistere li induce a inventare motivazioni per le quali la nostra ricerca non può ritenersi valida.

In definitiva si è dovuto ricorrere all’autopubblicazione per via del solito complotto degli scienziati cattivi dalla mente chiusa. In seguito illustrerò un esempio lampante che dimostra in pieno quanto le ragioni della Ketchum sono in realtà campate per aria, ma prima è necessario tornare sullo studio di quest’ultima e sui molti punti oscuri che hanno fatto storcere il naso al mondo accademico.

Innanzitutto sono proprio gli autori a riportare, nero su bianco nel loro articolo, che il DNA mitocondriale dei campioni esaminati è al 100% quello di esseri umani provenienti da una dozzina di diversi gruppi etnici. A rigor di logica ne consegue che o i campioni esaminati appartenevano di fatto a esseri umani, o sono stati contaminati dalle persone che li hanno manipolati: in entrambi i casi, quindi, i risultati delle analisi sono inconcludenti e non dimostrano affatto l’esistenza di una nuova specie. Gli autori optano però per una spiegazione alquanto bizzarra per giustificare il loro fallimento: il DNA estratto dai campioni avrebbe delle strutture inedite che ne avrebbero impedito la corretta amplificazione durante la fase di PCR. Questo dimostrerebbe quindi (secondo loro) che si tratta di un DNA diverso da quello di ogni altra specie. Altra dichiarazione alquanto sospetta è poi il fatto che non sarebbe stato possibile depositare all’interno della GenBank le sequenze di DNA ottenute, perché appartenevano a un nuovo e sconosciuto taxon. In realtà però non esistono affatto vincoli di questo tipo.

Vi è inoltre un secondo, enorme problema: buona parte del materiale organico fornito alla Ketchum proviene dal discusso Erickson Project, un’iniziativa di Adrian Erickson che si prefigge lo scopo di dimostrare l’esistenza del bigfoot. Purtroppo però le dichiarazioni rilasciate negli anni bastano da sole a screditare tutte le persone coinvolte nella faccenda.

Erickson ha infatti affermato in più di un’occasione di possedere filmati senza precedenti, tra i quali quello di una femmina adolescente di bigfoot (battezzata Matilda) dormiente nonché il primo piano del suo volto (da sveglia). Filmati che, seppure presentati come assolutamente incredibili, sembrano non mostrare altro che un pessimo costume, ma che nonostante questo sono stati ritenuti attendibili dalla Ketchum, che non ha minimamente esitato a citarli nel suo articolo quali prove dell’esistenza del bigfoot. Questo è quanto da lei riportato nel suo diario facebook il 13 febbraio 2013:

Ecco una brevissima clip di una femmina di sasquatch dormiente che il Progetto Erickson ci ha permesso di utilizzare per la nostra pubblicazione […].

melba_ketchum

Successivamente il video è stato rimosso per motivi di copyright (“Sono dispiaciuta nel comunicare che l’immagine di Matilda è stata tolta. Sebbene sia adorabile questa immagine è di proprietà di Adrian Erickson e ci è permesso di utilizzarla soltanto nella pubblicazione […]”), ma per chi volesse rendersi conto del suo contenuto ne esistono ancora varie versioni disponibili su youtube.

Alla luce di tutto questo è quindi facilmente intuibile il motivo per cui nessuna rivista ha voluto pubblicare lo studio della Ketchum.

E non è ancora finita.

Tra i protagonisti di questa tremenda messa in scena figurano anche Wally e Matt Moneymaker, responsabili della tristemente nota BFRO (Bigfoot Field Researches Organization), che nel corso degli anni si è prodigata nel diffondere falsi filmati di bigfoot. Ebbene, dopo l’annuncio fatto da Erikson circa i filmati di Matilda, i Moneymaker non persero tempo precipitandosi da quest’ultimo per poterli vedere con i propri occhi. Le dichiarazioni lasciate da loro e da altri che dissero di avere visionato le immagini in questione possono riassumersi nei seguenti punti:

  1. Naso simile a quello umano, ma con narici più grandi

  2. Labbra rosa, lingua nera

  3. Denti appuntiti come zanne

  4. Occhi molto incassati nel volto, palpebre che non si muovono

Come possa una creatura che condivide con l’uomo il 100% del suo DNA possedere una lingua nera, zanne ed essere priva di palpebre mobili rimane un mistero, ma alcuni frame del famoso primo piano di Matilda recentemente circolati in rete sembrerebbero risolvere totalmente l’arcano: il bigfoot è in realtà un wookie!

wookie

A quanto pare la troupe di Il ritorno dello Jedi non è riuscita ad impedire a Peter Mayhew qualche scappatella nei boschi… Che Matilda sia la figlia illegittima di Chewbecca?

Chiusa questa parentesi è necessario aprirne un’altra sull’atteggiamento della scienza nei confronti di questi argomenti “di confine”. La Ketchum ha infatti dichiarato che il suo studio non è stato tenuto in considerazione per via della chiusura mentale del mondo accademico. La recente iniziativa del Wolfson College dell’Harvard University e del Museo di Zoologia di Losanna dimostrano però l’infondatezza di tali accuse. Il Collateral Hominid Project vede infatti coinvolto in prima persona Bryan Sykes, genetista di fama mondiale, ed ha come scopo proprio l’analisi del DNA di presunti campioni di “ominidi relitti” provenienti da tutto il mondo, i cui risultati sono attualmente in attesa di pubblicazione.

E’ consigliabile quindi, per chi è genuinamente interessato a questi argomenti, dirigere la propria attenzione su questo progetto piuttosto che farsi attirare dalla fanfara del circo della dottoressa Ketchum.

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