Organismi viventi dallo spazio profondo?

Diatomea - Image credit: N. C. Wickramasinghe et al.

La notizia è di quelle da prima pagina: in un meteorite caduto in Sri Lanka lo scorso 29 dicembre sarebbero state individuate delle diatomee fossilizzate (in pratica, delle alghe unicellulari), confermando la presenza di vita al di fuori della Terra. La scoperta è stata oggetto di un articolo scientifico pubblicato sul Journal of Cosmology da tre ricercatori: N.C. Wickramasinghe della University of Buckingham, J. Wallis della Cardiff University e D.H. Wallis del Medical Research Institute di Colombo.

Se confermata, sarebbe senza dubbio una rivoluzione scientifica. Proprio per questo è necessario essere cauti, e non ignorare alcuni campanelli d’allarme riguardo a questo studio.

Primo: l’articolo è pubblicato sul Journal of Cosmology che, nonostante il nome simile al ben più rigoroso Journal of Cosmology and Astroparticle Physics, non brilla certo per affidabilità. Dalla sua fondazione nel 2009, più che cercare di pubblicare con obiettività articoli scientifici sembra occupato in una crociata per promuovere alcune idee “di confine”, opponendosi alla consolidata teoria del Big Bang e sostenendo l’ipotesi della panspermia (l’idea, cioè, che la vita sia arrivata sulla Terra attraverso l’impatto con comete o meteoriti).

E questo di per sè non sarebbe un male, se non fosse che il Journal of Cosmology ha pubblicato in diverse occasioni articoli privi di reali evidenze, pur di sostenere queste ipotesi. Uno degli episodi più controversi fu quello di Richard B. Hoover, ingegnere della NASA, che nel marzo 2011 pubblicò uno studio in cui sosteneva di aver trovato cianobatteri in alcuni meteoriti. Il suo articolo era stato precedentemente rifiutato da altre riviste peer-review per via di alcune debolezze dello studio, che vennero aspramente contestate quando questo apparve sul Journal of Cosmology. Nature e Science si rifiutarono di investigare ulteriormente sull’argomento nonostante gli appelli dell’editore del giornale, Rudolph Schild, e in breve la comunità scientifica bollò le ricerche di Hoover come pseudoscienza.

Secondo campanello d’allarme: l’autore principale dell’articolo è N. C. Wickramasinghe, un sostenitore della panspermia. E anche qui non ci sarebbe nulla di male; il problema è che Wickramasinghe è quello che si potrebbe definire un “fan sfegatato” di questa teoria, al punto da fare alcune affermazioni bizzarre anche in assenza di prove. E’ ad esempio convinto che l’influenza abbia origini aliene, così come la SARS, e che nella stratosfera ci siano cellule viventi di natura non terrestre.

Particolare interessante: Wickramasinghe è uno degli editor del Journal of Cosmology, e già solo il fatto di aver pubblicato un suo articolo sulla “sua” rivista potrebbe dare adito a qualche perplessità.

La cosa importante da valutare, comunque, non è l’autore di un articolo o la sua rivista, ma l’articolo stesso. Ed è proprio qui che il campanello di allarme si trasforma in una vera e propria sirena.

Tanto per cominciare, mancano alcuni dati fondamentali. Dov’è stato trovato il meteorite? In che ambiente, e cosa si è fatto per evitare la contaminazione? Come ci ha insegnato il caso del meteorite palermitano, non sempre è facile capire se la roccia rinvenuta sia proprio quella dell’avvistamento. Anzi, l’astronomo Phil Plait su Bad Astronomy si è detto convinto del contrario: le analisi effettuate non dimostrano affatto che sia una condrite carbonacea caduta dal cielo, e potrebbe invece essere una roccia terrestre. La presenza di olivina, carbonio e altri elementi è tipica anche di molte rocce terrestri, ed è strano che il reperto non sia stato fatto analizzare da qualche esperto in materia.

Ecco il punto: nella mia opinione, non somiglia a un meteorite. Per niente. Non è arrotondato, sembra troppo friabile, e la struttura è sbagliata. Le condriti carbonacee assomigliano molto di più a pietre, più solide, compatte, e con una struttura completamente diversa. In effetti, all’interno di questo tipo di meteoriti ci sono i condruli – da qui il nome – che sono granelli piccoli e generalmente sferici; e in queste immagini presentate nell’articolo non ci sono assolutamente condruli.

Un secondo problema è il fatto che tra gli autori dell’articolo non ci siano esperti di diatomee. Phil Plait ha chiesto un parere a Patrick Kociolek, professore universitario all’University of Colorado di Boulder. Secondo la sua opinione quelle delle fotografie sono sicuramente diatomee; ma non diatomee fossili come dichiarato nell’articolo (cosa che smentirebbe l’ipotesi di una contaminazione), bensì organismi in piena attività, nonostante il viaggio nello spazio e l’impatto successivo. Non solo: al contrario di quanto ipotizzato da Wickramasinghe, si tratta di specie terrestri ben conosciute e facili da identificare.

[…] la “fonte” delle diatomee spaziali sembra essere passata attraverso gli stessi eventi evolutivi della Terra. Non sono presenti specie estinte, solo quelle che una persona troverebbe in vita [sul nostro pianeta] al giorno d’oggi… per me è un chiaro caso di contaminazione con acqua fresca.

Oltre alle diatomee sarebbero state trovate anche non meglio specificate “cellule” fossili, che a detta dell’autore sarebbero simili a quelle rinvenute in occasione della pioggia rossa di Kerala: un episodio estremamente controverso, dal momento che la presenza di “cellule” all’interno dell’acqua piovana non è mai stata dimostrata.

Riassumendo, sembra che ce ne sia abbastanza per essere un po’ scettici. L’articolo è attualmente al vaglio della comunità scientifica internazionale, e presto si saprà se l’entusiasmo manifestato da molti giornalisti italiani era giustificato. Ma il rischio di essere di fronte a null’altro se non diatomee terrestri in una roccia terrestre sembra essere tutt’altro che remoto.

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