Omeopatia e diffamazione. Quando l’interesse conta più della scienza

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Una brutta storia di dis-informazione scientifica condita di giornalismo corrotto e poco professionale quella che vede coinvolto un consorzio di aziende tedesche produttrici di prodotti omeopatici, che riteniamo debba essere nota anche al pubblico italiano. Riprendiamo la notizia da Andy Lewis su The Quackometer, che fa riferimento a un interessante articolo pubblicato dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung dal titolo “Schmutzige Methoden der sanften Medizin”, vale a dire: “Gli sporchi metodi della medicina dolce”.

Il nucleo della storia è presto illustrato: Edzard Ernst è stato un noto ricercatore dell’università britannica di Exeter ma di nazionalità tedesca, titolare della prima cattedra al mondo di “Medicina complementare”. Lo scopo dell’istituzione di tale cattedra era quello di applicare rigorosi protocolli di ricerca allo studio delle cosiddette “medicine alternative” (come sappiamo, la definizione di medicina spetta, in realtà, soltanto all’insieme delle terapie di provata efficacia terapeutica), in modo da metterne in evidenza l’eventuale efficacia in modo scientifico. Questo il compito svolto egregiamente dal professor Ernst per un ventennio. Inizialmente la sua attività di ricerca era stata accolta con grande favore dalle aziende produttrici di rimedi “dolci” o “alternativi”. Ma non appena il professore ha iniziato a pubblicare gli esiti delle proprie indagini l’idillio con i fautori delle cure dolci si è bruscamente interrotto: in particolar modo per quanto riguarda l’omeopatia, le numerose prove raccolte da Ernst dell’assoluta inefficacia dei rimedi proposti dalla scuola di Hahnemann – che risultano né più né meno che placebo ben confezionati – sono state la ragione dell’incontenibile malumore delle aziende che lucrano sui prodotti omeopatici.

Ma «quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare», sosteneva una celebre battuta cinematografica. E gioco duro vuol dire spesso gioco sporco. Quale arma usare contro chi presenta prove inoppugnabili di verità scomode? Una delle migliori è quella della diffamazione, magari dietro lauto compenso. È quello che hanno pensato di fare alcune aziende produttrici di prodotti omeopatici, che, stando a quanto riferisce il Süddeutsche Zeitung, avrebbero pensato di pagare 43.000 euro ad un giornalista, Claus Fritzsche, per diffamare via web il professor Ernst, utilizzando astuti artifici (per esempio menzionare molte volte nel proprio sito il nome del professore) per far sì che Google indicizzi le pagine denigratorie tra i primi risultati ogniqualvolta si vada a cercare il nome di Ernst. Le accuse rivolte da Fritzsche – che non sembra fare onore alla professione di giornalista medico-scientifico, qualifica che rivendica – appaiono pretestuose e inconsistenti. Particolarmente ingenerosa, visto lo scrupolo e la perizia dimostrati dal professor Ernst nel corso dei suoi diciotto anni di attività scientifica, quella di incompetenza, sostenuta con argomentazioni capziose e prive di spessore.

Del poco etico comportamento di Fritzsche (posto che le accuse del quotidiano tedesco vengano confermate) non c’è molto da stupirsi: come ricorda Ben Goldacre nel suo ormai notissimo libro Bad science, non è né il primo né sarà l’ultimo caso di disinformazione motivata da interessi economici. Stupisce, forse, di più il fatto che aziende quali quelle produttrici di prodotti omeopatici, che fanno dell’etica il proprio baluardo, debbano ricorrere a mezzi assai poco morali per perseguire il proprio fine economico.

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