L’anchorman, la leucemia e i cibi di Fukushima

Otsuka Norikazu

Lo scorso 26 novembre ha fatto rapidamente il giro del mondo la notizia secondo la quale al popolare conduttore televisivo giapponese Otsuka Norikazu è stata diagnosticata una grave forma di leucemia. La notizia è sicuramente drammatica, ma non avrebbe in sé nulla di eclatante: la leucemia è infatti una patologia purtroppo piuttosto diffusa. La maggior parte dei media hanno tuttavia enfatizzato la notizia, mettendo in relazione l’insorgenza della malattia con il fatto che Otsuka Norikazu la scorsa primavera, per tranquillizzare la popolazione dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, mangiò in diretta televisiva verdure e spaghetti di riso provenienti dalle aree che distavano appena pochi chilometri dalla centrale.

Non vogliamo in questa sede affrontare il complesso problema della sicurezza delle centrali nucleari. Vogliamo semplicemente analizzare più a fondo il comportamento dei media.

La sequenza logica seguita da quasi tutti media è stata infatti la seguente:

Tutte le radiazioni sono cancerogene. Il conduttore ha mangiato cibi radioattivi. Ora ha la leucemia. Ergo l’ingestione di cibi radioattivi ha provocato la leucemia.

Questo ragionamento ci sembra per lo meno molto azzardato.

In diverse occasioni ci è capitato di sottolineare quanto sia difficile stabilire con certezza rapporti di causa ed effetto tra due eventi. Per esempio, parlando di terapie alternative, abbiamo più volte evidenziato che, per stabilire l’efficacia di un trattamento (tradizionale o alternativo che sia), non è sufficiente constatare una guarigione o un miglioramento in seguito all’assunzione di un certo rimedio terapeutico. Infatti le possibilità logiche sono almeno tre:

  1. esiste effettivamente un rapporto tra terapia e guarigione;
  2. la guarigione si sarebbe verificata lo stesso, anche senza terapia;
  3. la terapia potrebbe addirittura aver ritardato la guarigione. Per decidere quale delle tre ipotesi sia attendibile, occorre procedere a complessi studi in doppio cieco e ad analisi statistiche.

Lo stesso discorso vale ovviamente per valutare l’effettiva pericolosità di un presunto comportamento a rischio. Così come non basta avere un incidente dopo che un gatto nero ci ha attraversato la strada per decretare che i gatti neri portino sfortuna, alla stessa maniera non basta constatare una sequenza temporale tra l’ingestione di verdure e spaghetti e l’insorgere della leucemia per stabilire un rapporto di causa ed effetto. Fidarsi del post hoc ergo propter hoc è infatti estremamente rischioso.

Per analizzare meglio il caso specifico abbiamo interpellato alcuni esperti.

Giorgio Trenta, già docente di Radioprotezione alla Sapienza di Roma e presidente della Associazione Italiana di Radioprotezione Medica, così si è espresso:

Se il presentatore avesse mangiato 1 kg di verdura (non lavata) contaminata ai livelli più alti che mi risulta siano stati riscontrati (12000 Bq/kg di Cs 137 o Cs 134)), la dose non acuta, ma protratta nel limitato periodo di 9-10 mesi, sarebbe stata di qualche microsievert (D.Lgs 241 alla mano, in 50 anni la dose efficace sarebbe stata di 200 microsievert), quindi il fondo naturale di radiazioni avrebbe una responsabilità ben maggiore.

In secondo luogo se di leucemia linfatica cronica si tratta, la letteratura scientifica non ha mai rilevato associazioni tra questa forma leucemica e le radiazioni, neanche nel caso degli esposti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki.

In terzo luogo il minimo periodo di latenza per le leucemie radioinducibili è di almeno 2 anni. Quindi il caso è fuori da qualsiasi scientifica, razionale e logica possibile correlazione con la dose ricevuta.

Dello stesso parere è anche Umberto Tirelli, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica e Primario della Divisione di Oncologia Medica al Centro di Riferimento Oncologico, Istituto Nazionale Tumori di Aviano (Pordenone):

Sono completamente d’accordo con Giorgio. Quella leucemia era, con ogni probabilità, già presente al momento del terremoto, anche se non diagnosticata, anche perché decorre per anni senza sintomi e senza dare segni di sé.

Alla luce di questi pareri, il messaggio trasmesso dei media appare quindi sbagliato. È chiaro che non si può escludere con assoluta certezza che esista una relazione tra ingestione di cibo e insorgenza della leucemia (le certezze sono infatti bandite dal linguaggio scientifico) e che mangiare cibo contaminato è ovviamente pericoloso, ma, alla luce delle conoscenze acquisite, appare estremamente improbabile che la leucemia contratta dal conduttore possa dipendere dalle verdure e dagli spaghetti che ha mangiato.

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