Un OOPArt (quasi) autentico

Diciamoci la verità: chi, anche tra i più scettici, non ha mai sognato di rinvenire un autentico OOPArt? Un telefonino portatile all’epoca di Leonardo, o un computer elettronico in una piramide egizia, o magari anche un semplice transistor, in un giacimento risalente all’epoca dei dinosauri…

Ebbene, il sottoscritto ne ha trovato uno autentico… o almeno ha creduto che tale fosse per qualche settimana!

Il tutto è nato da un’inchiesta parallela, che stavo conducendo sulle leggende dei cosmonauti periti nello spazio prima del volo di Gagarin. Tra le (presunte) prove di autenticità delle morti in orbita, tenute nascoste dal regime sovietico, le più consistenti sono le intercettazioni delle comunicazioni radio effettuate da Torino dai fratelli Judica-Cordiglia, due radioamatori all’epoca poco più che maggiorenni.

Per valutare l’attendibilità di certe affermazioni, ho cominciato col confrontare le loro  registrazioni e dichiarazioni a proposito di voli spaziali realmente accaduti, con quanto la storiografia moderna conosce. Ed è qui che mi sono imbattuto nell’OOPArt.

Il 4 ottobre 1959 i sovietici avevano lanciato la sonda Luna 3, primo veicolo della storia a circumnavigare il nostro satellite e a trasmettere a Terra delle foto della faccia nascosta. Le foto, una ventina in tutto, erano estremamente rumorose e sgranate, ma permisero non di meno di individuare alcuni dettagli del lato lunare mai visto prima di allora da occhio umano, e di tracciarne una prima rudimentale mappa.

La sonda Luna-4 (NASA, pubblico dominio)

Quando, nel 1963, l’Unione Sovietica annunciò il lancio della sonda Luna 4, i fratelli Judica Cordiglia ipotizzarono che la missione si sarebbe svolta in modo simile a quella precedente, e pertanto avrebbero potuto intercettare le immagini della faccia nascosta provenienti direttamente dallo spazio. Fecero modificare un televisore in modo da poter ricevere le immagini trasmesse con la tecnica Slow Scan TV adottata dai sovietici, prepararono una macchina fotografica davanti al televisore, puntarono la loro antenna più potente verso la Luna, e si misero in attesa, sotto lo sguardo attento di molti giornalisti e curiosi accorsi ad assistere (cfr. “Dossier Sputnik“).

E il miracolo si compì: il 5 aprile 1963 alcune immagini vennero effettivamente raccolte, e pubblicate dalla stampa italiana il giorno seguente!

Nei giorni successivi, i fratelli Judica Cordiglia vennero duramente attaccati da due radioamatori (Corsi e Rosati), che li accusarono di mentire: i due si sarebbero messi in contatto con un certo prof. Lyakhov, un climatologo di Mosca, che avrebbe loro rivelato che su Luna 4 non c’era alcun apparecchio fotografico, per cui le foto erano necessariamente false. Inoltre l’ing. Senigaglia, uno dei padri della radioastronomia italiana e progettista del radiotelescopio di Medicina, rincarò la dose, sostenendo che le antenne dei ragazzi torinesi erano del tutto insufficienti per captare un presunto segnale molto debole trasmesso dalla distanza della Luna. La potenza dei trasmettitori delle sonde sovietiche eria di circa 10 W, e solo una parabola di grandi dimensioni con ricevitori a bassissimo rumore poteva captare qualcosa.

La difesa dei fratelli Judica Cordiglia venne presa dal giornalista Ugo Sartorio, dell’agenzia ANSA e loro amico di lunga data, sostennendo che i ragazzi non avrebbero avuto nulla di che guadagnare dal mentire (come se fama e successo non importassero a nessuno), dato che le foto erano state distribuite gratuitamente ai giornali, e che al momento della ricezione erano presenti molti testimoni (cfr. rivista “Radiospazio”, anno 1, n. 3-4).

Passati oltre cinquant’anni, oggi è possibile fare un po’ più di chiarezza sulla vicenda: M.E.Lyakhov era effettivamente un noto climatologo russo e Luna 4 era il primo lancio riuscito del modello E-6, il cui scopo era un atterraggio morbido sulla Luna e la trasmissione a terra di foto del paesaggio lunare. Dunque Luna 4 non recava alcun apparecchio fotografico sul modulo orbitale, ma solo sul lander; una manovra errata impedì la discesa verso la Luna e la sonda si perse nello spazio, senza mai trasmettere neppure una foto (per una descrizione di E-6, vedere Wikipedia e NASA).

E allora che cosa captarono a Torino? Le immagini pubblicate sul libro “Dossier Sputnik” del 2007 a pag 259, nel paragrafo dedicato a questa vicenda e sotto la didascalia “Lunik IV” sono in realtà dei particolari delle foto di Luna 3, dunque un falso o un errore dell’editore. D’altro canto, essendo trascorsi molti anni non c’è modo di dire se quelle pubblicate nel 2007 siano effettivamente le immagini ricevute nel 1963 o qualcosa in sostituzione, magari perché le immagini originali sono andate perse o erano di pessima qualità. Però ci sono i giornali dell’epoca: il medesimo libro ne ricorda la pubblicazione da parte dell’Unità, nell’edizione del 6 aprile ’63, così mi sono procurato la copia del giornale, che a pagina 3 riporta la foto incriminata.

La qualità dell’immagine è pessima, ma fortunatamente sono reperibili su internet altre riproduzioni, apparse su altre pubblicazioni dell’epoca, e di qualità decisamente migliore.

Quello che appare subito è come fotografia lunare sia alquanto strana: non è sgranata e piena di righe come quelle di Luna 3, ha contorni “morbidi” e sfumati, su uno sfondo bianco. In poche parole, sembra più un disegno a matita che non una fotografia.

In ogni modo, ho confrontato l’immagine con tutti i dettagli della faccia visibile della Luna, senza alcun successo, poi sono passato al confronto con tutte le foto di Luna 3, con medesimo risultato; infine, paragonando la foto con una mappa dettagliata dell’intero planisfero lunare, ho appurato che quel dettaglio superficiale esiste, ed è, con ottima riproduzione dei particolari, il Mare Orientale.

E qui ecco la sorpresa sbalorditiva: il Mare Orientale non è visibile dalla Terra, e non fu sorvolato da Luna 3, che doppiò la Luna dal lato occidentale. La prima foto dettagliata di questo bacino d’impatto venne ottenuta da Zond 3 nel luglio del 1965, dunque come potevano i fratelli Judica Cordiglia possederne una riproduzione, fotografia o disegno che fosse, nel 1963? Un autentico OOPArt!

Nel tentativo di venire a capo del mistero, devo confessare di aver pensato che la storiografia spaziale sovietica si sbagliasse e che Luna 4 effettivamente trasmise immagini a Terra. Ma come spiegare i progetti degli ingegneri che dicono il contrario, e il fatto che nessuno sulla Terra, neppure i sovietici, captò alcunché ad eccezione dei fratelli torinesi? E se qualche viaggiatore nel tempo avesse portato indietro di un paio d’anni le foto di Zond 3?

Alla fine, eseguendo una ricerca sugli atlanti lunari disponibili negli anni ’60, ho trovato una spiegazione più che plausibile. Non è del tutto esatto che il Mare Orientale è invisibile da Terra: si trova esattamente al bordo lunare, ed in particolari situazioni favorevoli di librazione è possibile scorgerlo, visto sotto una prospettiva “di taglio”. Per la verità, non lo si può vedere tutto da Terra, ma poco più di metà, e guarda caso l’immagine dei fratelli Judica Cordiglia mostra solo la metà visibile da Terra! Si trattava di un buon indizio, ma ancora insufficiente, dato che all’epoca non erano disponibili programmi di elaborazione d’immagini in grado di “appiattire” una fotografia del bordo lunare, mostrandola come se fosse stata presa “di fronte”.

La storia però racconta che il Mare Orientale fu scoperto dagli astronomi dell’università dell’Arizona nel 1961, mettendo a punto una tecnica tanto semplice quanto geniale per “appiattire” le foto della Luna. In sostanza si procuravano delle fotografie della faccia lunare e le proiettavano su una sfera bianca. A questo punto, rifotografando la sfera da diversi punti di vista, era possibile ottenere delle immagini della faccia visibile annullando ogni effetto di proiezione sferica. Fu usando questa tecnica che si accorsero dell’esistenza di un grande bacino d’impatto sul limbo lunare, che non era mai stato notato prima di allora, e che denominarono Mare Orientale.

La notizia e le prime immagini comparvero in alcuni articoli scientifici tra il 1961 e il 1962 (per esempio qui), mentre un atlante completo “rettificato” della faccia visibile della Luna venne pubblicato dell’Università dell’Arizona nel 1963. Ho dunque contattato il Lunar & Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona, che mi ha gentilmente inviato le scansioni del loro atlante del 1963, in cui il Mare Orientale compare “di faccia” nelle tavole 16-a, 16-b e 16-c, benché nessuna sonda l’avesse mai sorvolato all’epoca.

Va precisato: è alquanto improbabile che i fratelli Judica Cordiglia abbiamo mai avuto tra le mani il suddetto atlante o qualche altro articolo scientifico sull’argomento, dato che si trattava di pubblicazioni estremamente specialistiche, accessibili forse ai dottorandi in astronomia e ai ricercatori nel campo della planetologia. D’altro canto, la scoperta di un nuovo gigantesco cratere sulla Luna, mai notato prima, è sicuramente comparsa all’inizio degli anni ’60 anche sulla stampa divulgativa, e i fratelli torinesi erano sempre ottimamente informati su ciò che avveniva in ambito scientifico, come il giornalino da loro pubblicato, “Radiospazio”, ampiamente dimostrava.

La ricostruzione più plausibile della vicenda, a mio parere, è dunque che i fratelli Judica Cordiglia abbiano tentato di ricevere le foto dalla Luna, ma non vi riuscirono semplicemente perché Luna 4 non le trasmise. Per evitare una figuraccia di fronte a tutta la stampa nazionale, accorsa ad assistere, ripiegarono dunque distribuendo un disegno, ottenuto da qualche pubblicazione divulgativa, che riferiva della recente scoperta del Mare Orientale. Il dettaglio, praticamente invisibile da Terra, era così poco noto nel suo aspetto frontale che nessuno avrebbe notato la sostituzione: e così fu per quasi 50 anni.

Immagine di copertina: vista della Luna con al centro il Mare Orientale (NASA, pubblico dominio)

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