Rubicon – prima stagione (e unica)

Il canale via cavo statunitense AMC è una garanzia. Un tempo sconosciuto (o meglio, conosciuto con il nome per esteso American Movie Classics con cui trasmetteva solo vecchi film), da qualche anno ormai è responsabile dei prodotti migliori in circolazione. Alcuni nomi: Mad Men, la ormai famosissima serie sui pubblicitari degli anni Cinquanta, il pluripremiato agli Emmy Breaking Bad e il grande successo di ascolti della fine dello scorso anno The Walking Dead.

La AMC si distingue quindi per una grande attenzione qualitativa di scrittura, di regia, per non parlare della scelta degli attori. Insomma, danno proprio l’impressione di essere gente seria. E così, quando nell’agosto del 2010 ha debuttato la nuova serie originale Rubicon le aspettative erano altissime.

Sono state disattese?

Ni.

Lo dico subito. Di Rubicon bisogna parlare ormai al passato, perché dopo averne mandato in onda i primi tredici episodi, la AMC ha deciso di cancellarlo e non ci sarà mai una seconda stagione. Come mai? Il solito problema: gli ascolti. Eppure, Rubicon non ha niente da invidiare agli altri prodotti del canale, anzi a differenza di altre serie (sì, The Walking Dead, parlo con te) ha saputo crescere nel tempo e appassionare. Allora cos’è successo?

Andiamo con ordine.

Not every conspiracy is a theory: un uomo apre le pagine di un quotidiano, trova un quadrifoglio e si uccide, nel frattempo un analista dell’ American Policy Institute scopre delle strane connessioni tra le risposte dei cruciverba dei maggiori giornali, ne parla con il suo capo che poco dopo muore in un non troppo casuale incidente ferroviario. L’analista, Will Travers (James Badge Dale), che ha perso la famiglia negli attentati dell’11 settembre, inizia a indagare e si trova invischiato in una vicenda intricatissima che tocca le alte sfere del potere, tra intercettazioni, numeri, teorie complottiste e delicate questioni internazionali.

Il primo episodio scorre un po’ noiosamente tra inquadrature perfette, atmosfere da film spionistici anni Settanta, recitazione dosata, dialoghi zero. E lo spettatore, tra uno sbadiglio e l’altro continua a guardare perché c’è, lontana, la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di buono, ma il difetto è che è tutto così perfettino da sembrare quasi snob. E allo stesso modo scorrono i successivi tre o quattro episodi, lenti, ma che più lenti non si può. Gli impavidi che a quel punto hanno continuato a seguire la serie si sono lasciati affascinare dall’atmosfera un po’ datata, dalla polvere, gli interni marroni, la carta gialla e le matite. Rubicon è questo: oggettistica in disuso. Per non parlare del fatto che in tredici episodi non si vede un computer che sia uno.

Ecco, ci sono serie che piacciono subito e poi magari cedono lungo andare perché non evolvono di un millimetro (sì The Walking Dead, sto di nuovo parlando con te). E poi ci sono serie che partono un po’ nebbiose, lente, complicate, quelle per intenderci che anche se seguiamo non sapremmo ripetere i nomi dei protagonisti. E poi invece esplodono. Gli autori di Rubicon si sono presi tutto il tempo necessario per costruire personaggi a trecentosessanta gradi, incastrare storyline, confezionando alcuni episodi davvero magistrali. E risolvendo la trama complottista in modo per niente banale, anzi, fornendo un’analisi sociale e politica davvero complessa e, diciamolo, abbastanza verosimile.

Eppure, non è servito. La partenza lenta e difficile non ha aiutato e la serie è stata cancellata. Ed è un peccato enorme, perché Rubicon è stato un prodotto originale, un esperimento azzardato riuscito purtroppo solo a metà, rigoroso nella scelta di non accattivarsi in alcun modo lo spettatore.

Rimane comunque, con qualche alto e basso, un’ottima prima stagione che vale la pena vedere o anche rivedere.

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