Calcio e superstizione

"psychedelic soccer ball"

Per la prima volta, nel 2010 la FIFA World Cup sbarca nel continente africano. Che cosa avrà mai a che vedere tutto questo con il paranormale? Più di quanto si immagini. Da sempre i media riportano aneddoti che ritraggono calciatori, come molti altri sportivi professionisti, alle prese con bizzarri riti pre-partita. Dal passato ad oggi, non mancano esempi come quello di Pelé, il leggendario calciatore brasiliano, che cercò in ogni modo di recuperare la propria divisa dopo averla regalata ad un fan, certo che liberarsene avesse in qualche modo determinato un suo vistoso calo di forma. Oppure Johan Cruyff, stella del calcio olandese degli anni ’60-’70, convinto che sputare la gomma da masticare nella metà campo avversaria prima del calcio d’inizio potesse condizionare negativamente la prestazione avversaria. Per arrivare infine al calcio moderno, nel quale trovano spazio rituali e credenze come quelle del commissario tecnico francese Raymond Domenech, astrologo amatoriale giunto alla conclusione che i nati sotto il segno dello Scorpione non siano meritevoli di fiducia al pari degli altri giocatori (convinzione che nel 2004 è costata il posto in nazionale a Robert Pirés), senza contare che chi è del segno del Leone è – a suo dire – una mina vagante in difesa:

Quando metto un Leone in difesa, ho sempre la “pistola pronta” perché so che da un momento all’altro cercherà di mettersi in mostra, mettendo in pericolo la squadra.

Stravaganti esempi di ieri e di oggi, ai quali in terra d’Africa si aggiungono credenze popolari dal sapore tribale che si possono riassumere in un’unica parola: “juju”, termine che trova origine nella francofona Africa Occidentale e che si riferisce alla forza soprannaturale di cui sarebbero dotati determinati oggetti, amuleti sottoposti alle attenzioni di santoni tribali. Lo juju fa parte della cultura tribale di alcune zone africane, dove si crede possa essere praticato tanto per scopi benevoli (curare, medicare, etc.) quanto con intenti malevoli (perpetrare vendetta o portare sfortuna). Diverse nazionali africane – Mali, Nigeria, Burkina Faso, Ghana, Camerun, Congo, Togo, Costa d’Avorio e Zambia – sarebbero ricorse negli anni a consulenti-santoni esperti di juju con la speranza di influenzare favorevolmente l’esito degli incontri, tanto da indurre la CAF, Confederation of African Football, a vietare la partecipazione dei santoni agli eventi sportivi di rilievo, quali la Coppa delle Nazioni Africane. Il divieto è stato ufficialmente motivato come un’esigenza d’immagine. In un continente dove certe pratiche sono molto radicate, questo provvedimento assume risvolti anche nel campo della sicurezza, alla luce di episodi come quello che ha avuto luogo durante un incontro calcistico in Congo nel 2008, dove la folla in fuga da un presunto giocatore-santone ha provocato 13 morti. Di superstizione in superstizione, la magia africana ha avuto anche conseguenze meno drammatiche e, anzi, decisamente comiche, come l’entrata in campo da percorsi alternativi ai classici tunnel – nella fattispecie infestati da chissà quale maledizione -, o il caso di giocatori che, pur di rispettare le indicazioni date dai santoni, ostinatamente lasciano gli spogliatoi per ultimi a costo dell’esclusione dal match o di un’ammonizione per ritardo. Così come ha del comico il licenziamento di Kashimawo Laloko, direttore tecnico della Nigeria Football Association, dopo aver voluto rimuovere a tutti i costi un talismano che durante un match contro il Senegal – Coppa delle Nazioni Africane 2000 – avrebbe favorito la vittoria di quest’ultima squadra. A distanza di cinque anni dall’episodio, Laloko ha dichiarato di non essersi comunque pentito del gesto. Per la cronaca: la “sua” Nigeria è stata sconfitta in finale dal Camerun. Qualcos’altro, insomma, non deve aver funzionato a dovere. D’altro canto le istruzioni fornite dai santoni pare debbano essere seguite pedestremente per ottenere i benefici promessi, e c’è anche chi ha minacciato campionati fallimentari per non essersi visto corrispondere la parcella. Giustificazioni – o scuse – ed episodi che rimandano alla mente i più comuni ciarlatani, anche se quelli che sono entrati nel nostro immaginario solitamente non possono contare sul fascino esotico delle tradizioni tribali. Eppure, a costo di rimediare grottesche figuracce e di fronte ai risultati (non) ottenuti (nessuna nazionale africana ha mai superato i quarti di finale nelle competizioni mondiali), c’è chi continua a crederci. E chi, invece, ha un approccio “più razionale”, come Samuel Kuffour, ex difensore ghanese del Bayern di Monaco, che ha dichiarato:

È una vecchia credenza che non trova spazio nel calcio moderno. Lo juju non potrà mai aiutare un calciatore a divenire una superstar. Solo il duro lavoro, l’allenamento e la disciplina possono aiutarlo.

O come il “redento” Johan Cruyff, che a distanza di anni e nel ruolo di chi i giocatori ora li allena, si è convinto che:

se [la superstizione] li influenza, non puoi farli giocare nella prossima partita.

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