Il caso di Peter Bergmann: un morto sconosciuto con la busta viola

I like my shadow; it reminds me that I exist
(Mehmet Murat Ildan)

Due uomini si recano all’alba in spiaggia e trovano un uomo morto, senza etichette sui vestiti, senza documenti, senza identità. Di storie simili a questa se ne contano diverse, se non fosse per un unico particolare non da poco: pur non sapendo davvero chi fosse, delle ultime ore di vita di Peter Bergmann abbiamo visto tutto. 

Venerdì 12 giugno 2009, Irlanda, città di Sligo, una delle più importanti del Paese, famosa tra le altre cose per il suo mare.

I turisti arrivano ininterrottamente, è un weekend di alta stagione. C’è chi viene in treno e chi in pullman, come il fantasma di questa storia, che scende dalla corriera delle 18.28 da Derry.

Probabilmente intorno ai 50 anni, è alto, magro, e ha un dente d’oro nell’arcata destra superiore, come ricorderà nitidamente l’autista che l’ha condotto fin lì. Ha con sé un borsone, una tracolla e una borsa di plastica viola. Prende un taxi e chiede di essere portato in un hotel non troppo costoso. È evidente che non conosca bene la città, altrimenti saprebbe che tutt’intorno alla stazione ci sono numerosi alberghi facilmente raggiungibili anche a piedi.

Il tassista lo porta in una delle vie principali, Quay Street, allo Sligo City Hotel, dove arrivano alle 18.52. La camera costa circa 65 euro a notte, l’uomo paga in contanti e in anticipo per tre notti. Gli viene data la stanza 705. Non gli viene chiesto un documento e non firma nessun modulo. Si registra come Peter Bergmann, residente in Ainstettersn 15, 4472, Vienna. 

Al personale dell’hotel resta ben impresso il pesante accento tedesco, per quel poco che hanno modo di interagire con lui: gentile, educato, ma sempre distante, volutamente isolato dagli altri ospiti.

Non viene mai visto parlare con qualcuno, a parte gli impiegati di turno alla reception. Solo una di loro, Anne Conlon, ne ha un ricordo più diretto. Era stata chiamata dalle ragazze delle pulizie, che non riuscivano a entrare nella 705, per cui era salita lei stessa a controllare. Aveva bussato alla porta, ma, non ricevendo risposta, aveva aperto ed era entrata. Inaspettatamente, l’uomo era dentro e fu colto di sorpresa dall’arrivo della donna, ma sembrava anche sollevato nel vedere che si trattava solo di un membro dello staff.

Durante i due giorni successivi, Bergmann non trascorre molto tempo in hotel: le telecamere di sorveglianza lo inquadrano mentre esce ben 13 volte, sempre con la busta viola con sé, per poi rientrare, ogni volta, senza di essa. 

La polizia ha analizzato i filmati delle telecamere di sorveglianza della città, ma Bergmann non viene mai inquadrato mentre getta via la borsa o il suo contenuto, se per abilità o fortuna è difficile da stabilire. Gli investigatori sono convinti che quelle sortite gli siano servite per disfarsi dei propri averi, e che sia stato attento a non gettarli mai nei pressi di una telecamera a circuito chiuso. Ma nemmeno di quei presunti oggetti è stata mai trovata traccia, nonostante gli agenti siano andati a frugare persino nella discarica locale.

Sappiamo però per certo che la mattina del sabato, alle 10.49, si reca all’ufficio postale e acquista 10 francobolli da 82 centesimi, quelli per la posta internazionale, e riceve anche gli adesivi per la posta aerea. La cassetta delle lettere è di quelle a muro, situata all’ingresso dell’ufficio postale, sotto una telecamera di sorveglianza. Quando l’ispettore John O’Reilly chiederà di prendere visione dei nastri di quella mattina, scoprirà che per sbaglio erano già stati cancellati. Quei francobolli non saranno poi stati rinvenuti fra i suoi effetti personali.

Per il resto del tempo, Bergmann gira per la città, ogni tanto lo si intravede in qualche frammento delle CCTV, o nell’androne dell’hotel a fumare una sigaretta. 

La mattina di domenica Bergmann raggiunge il parcheggio dei taxi nei pressi dell’hotel, e dice al primo autista della fila, Gerard Higgins, di voler andare a nuotare, e se può accompagnarlo a Strand Hill. Higgins gli spiega che quella è una spiaggia ventosa, adatta ai surfisti, mentre per una buona nuotata è meglio andare verso Rosses Point, celebre per le lunghe spiagge bianche. Bergmann non ha obiezioni e sale in auto, prendendo posto sul sedile anteriore. Higgins lo ricorda loquace, gli chiede se ci siano autobus che portano a Rosses Point, ogni quanto passino, etc.

Il tassista rimane colpito in particolare da un dettaglio, oltre al pesante accento tedesco di Bergmann: quando arrivano a Rosses Point, il cliente scende dalla vettura, si guarda intorno per un po’ con apparente soddisfazione, poi risale e si fa portare indietro, senza fare quel bagno per il quale aveva chiesto di andare lì. Il suo cliente è in ogni caso contento e paga con una banconota da 20 sterline nuova di zecca.

Lunedì 15 giugno Bergmann chiede alla concierge se è possibile effettuare un check-in ritardato, ed esce quindi dall’albergo poco dopo le 13. Ha con sé il borsone nero, la tracolla e la busta viola. Questa volta raggiunge la stazione dei pullman a piedi, non più di dieci minuti di strada. Quando arriva ha con sé la tracolla e la busta viola. Del borsone nessuna traccia.

All’1.32, prende un panino e un cappuccino alla caffetteria della stazione e siede a un tavolo accanto ad altre due persone.

Poi legge un foglietto che ha con sé. Lo strappa e lo getta via.

Fuori dalla caffettiera, chiede al custode del deposito bagagli, Vincent Dunbar, da quale banchina parta il pullmann per Rosses Point delle 14.20. È la prima volta che qualcuno racconta Bergmann come meno che gentile. 

Nei ricordi di Dunbar, infatti, l’uomo è preoccupato, teso, non ha sicuramente l’aria di qualcuno che stia andando a nuotare, anzi, sembra vestito da lavoro, e lo colpisce il fatto che – dopo avergli indicato la banchina giusta – Bergmann si volti e si allontani senza nemmeno ringraziarlo per l’aiuto. 

In meno di mezz’ora, il pullman finalmente lo porta a Rosses Point. Sono le 15. Qui passa tutta la giornata, senza mai mettersi in costume, ma arrotolandosi al massimo i pantaloni alle ginocchia per fare qualche passo in acqua.

Vestirsi di tutto punto in spiaggia, a giugno, non è certo il look adatto per passare inosservati, anzi: almeno sedici persone hanno raccontato in seguito di aver notato quell’uomo solitario, ma gioviale, che ogni tanto scambiava anche un saluto con gli altri bagnanti.

Verso le 21.30, ad esempio, Paula e Dermot Lahiff ricordano nitidamente di averlo visto sul bagnasciuga, in controluce rispetto al tramonto, immerso nella luce dorata di inizio estate, così fuori luogo nel suo giubbotto di pelle e i pantaloni lunghi.

L’ultima volta in cui qualcuno vede Peter Bergmann vivo è sulla spiaggia di Rosses Point, alle 23.50 di lunedì 15 giugno, con la busta viola sottobraccio. 

All’alba del mattino successivo, Arthur e Brian Kinsella arrivano presto in spiaggia perché Brian deve allenarsi per il triathlon, e trovano Bergmann riverso sul bagnasciuga, con indosso degli slip sopra il costume e una maglietta blu scuro. È morto.

La polizia trova il resto degli indumenti piegati ordinatamente dietro una roccia. Anzi, non proprio tutto il resto dei vestiti: mancano gli occhiali, la maglia che indossava uscendo dall’hotel, la borsa a tracolla e la busta viola. L’autopsia è chiara: non si tratta di morte per annegamento, piuttosto sembra si sia trattato di arresto cardiaco. Comunque, sarebbe stata solo questione di tempo: Bergmann aveva un cancro alla prostata allo stadio terminale, con metastasi fino ai polmoni, gli rimanevano probabilmente poche settimane di vita.

A questo punto la polizia scopre di non avere piste: l’indirizzo con cui si è registrato in hotel è falso, non ci sono costruzioni o abitazioni in quel punto. Il che dimostra forse che Bergmann conosceva la zona, oppure ha avuto molta fortuna. Comunque, il codice postale è sbagliato, a Vienna vanno da 1000 a 1900. Alla polizia austriaca non risulta nessun Peter Bergmann irreperibile da qualche giorno, né fra le persone scomparse ci sono altri profili compatibili.

Non è possibile ricostruire come sia entrato nel Paese, il suo nome non è in nessun elenco passeggeri. Forse via traghetto dall’Inghilterra? In questo caso non sarebbe passato per nessun controllo documenti. Le etichette dei vestiti, pur essendo industriali e di catena, sono state rimosse. Al check-in non gli è stato chiesto un documento, e fra i pochi beni recuperati non c’erano né carte d’identità né passaporti. Nessuna traccia delle valigie e del loro contenuto.

Ed è a questo punto che Peter Bergmann diventa a tutti gli effetti un fantasma.

Cosa crede la polizia? Che l’uomo sia venuto da chissà dove per finire i suoi giorni lontano da tutti. Si è liberato di qualche bene terreno e si è suicidato. Con un cancro a quello stadio ha probabilmente deciso di morire alle proprie condizioni. Pensava forse di annegare, e che il corpo sarebbe stato trascinato alla deriva dalla marea. 

Non aveva prenotato nessun hotel per la sera del lunedì, sapeva di non averne bisogno. L’aver lasciato i vestiti piegati in ordine è un gesto tipico dei suicidi. Anche le lettere rientrerebbero perfettamente nel quadro.

Quello che lascia sconcertati è l’accuratezza con cui è riuscito a non farsi mai riprendere mentre si liberava del contenuto della busta viola (o di tutta la busta? Forse ne aveva una scorta?) e poi delle altre valigie. E nemmeno mentre parlava con qualcuno o usava un telefono, ammesso che l’abbia fatto. Molti si chiedono se conoscesse Sligo, se avesse studiato in anticipo la disposizione delle telecamere.  Altri si domandano come sia stato possibile non trovare alcuna traccia di oggetti anomali, né nei cassonetti in città né alla discarica.

Altri ancora si chiedono se venisse veramente da qualche altro Stato e non fosse piuttosto immigrato in Irlanda da tempo e per questo conoscesse un posto così poco famoso fuori dai confini come Sligo. C’è chi ha provato a dargli un’identità scrivendo una piéce teatrale sulla sua storia. C’è chi lo cerca in tutti i siti e forum dedicati alle persone scomparse. 

Qualcuno ipotizza che fosse in realtà una spia, ma lo si dice di tutti coloro che muoiono in maniera misteriosa. Qualcun altro si spinge oltre e teorizza che possa essere addirittura il figlio di un nazista in fuga: basandosi su quanto riportato da Tania Crasnianski nel suo I figli dei nazisti, alcuni analisti del caso Bergmann hanno fatto notare come il figlio di Martin Bormann, Martin Adolf Bormann, si sia nascosto durante la Guerra dietro il nome Bergmann, ricevendo persino un falso documento d’identità dai collaboratori di suo padre. 

Alla fine della guerra, Bormann vagava fra le montagne a sud di Salisburgo, in Austria, quando cadde malato e venne accolto da un fattore della zona, a cui si presentò come Bergmann. A parte questa coincidenza, non c’è però nulla di concreto a legare il figlio del gerarca nazista all’uomo che andò a morire a Sligo, ma molti hanno trovato affascinante un’omonimia basata su un falso nome.

Un filmmaker irlandese, Ciaran Cassidy, è rimasto così affascinato da quei brevi fotogrammi delle telecamere di sorveglianza che mostrano l’uomo in giro per la città da unirli tutti in un unico breve documentario, The Last Days of Peter Bergmann, in cui viene restituita al protagonista una tridimensionalità rara nelle vittime di queste storie.

Nel corso degli anni, così come avvenuto anche per Jennifer Fergate, qualcuno è arrivato a ipotizzare che Peter Bergmann non sia mai esistito, e il tutto sia una macabra bufala messa su proprio da Cassidy, come esperimento di cinematografia d’avanguardia. Un giornalista ha contattato Cassidy su Twitter chiedendogli cosa ne pensasse dell’ipotesi, e la risposta del cineasta racchiude un intero mondo che qui conosciamo bene: “È tutto vero. Benvenuto nel rabbit hole.”

Comunque, a differenza di quanto accade in altri casi simili, in realtà la spiegazione “ufficiale” piace molto: l’uomo che si lascia tutto alle spalle per morire quando e come decide lui fa presa, affascina ed è comprensibile.

Se non lo si lascia andare è solo per quel lungo film delle sue ultime ore. Lo vediamo vivere questa normale quotidianità che lui ben sapeva non essere tale e abbiamo sempre la sensazione di poterlo finalmente afferrare, l’impressione che da un momento all’altro si volterà verso la telecamera e darà un nome al proprio fantasma.

Per approfondire

Anche per Peter Bergmann, gran parte della bibliografia si trova online, a partire dal fondamentale documentario di Ciaran Cassidy, che si può visionare qui.

Due ampie ricostruzioni del caso, comprensive di interviste ai testimoni si trovano qui e qui 

A gennaio del 2020 è uscito l’articolo in cui, partendo dal libro di Crasnianski, si ipotizzava una correlazione fra Bergmann e Bormann, lo si può leggere qui.

Immagine: la spiaggia di Rosses Point, a 7 km da Sligo, dove venne trovato il corpo. Foto di Nonamemaynooth, da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.