Il “Plan S” e l’effetto Cobra

Articolo di Sergio Della Sala*. Traduzione di Fara Di Maio

La scienza è un sistema di conoscenza democratico che ha permesso di migliorare notevolmente la vita umana. La sua disseminazione si avvale di strumenti come le riviste scientifiche che ne controllano la qualità e si fanno garanti dei risultati riportati. Eppure, la scienza è sotto attacco e rischia di perdere parte della sua credibilità. Consapevolmente o meno, anche chi fa ricerca contribuisce a questo processo accettando che l’editoria scientifica sia dominata da fattori economici. Questo rischia di generare ricerche prodotte in modo affrettato e di scarso valore, come testimoniato dal crescente numero di articoli scientifici che vengono ritirati dopo la pubblicazione a causa di errori che non erano stati identificati dai reviewer delle riviste.

Come siamo arrivati a questo punto? Ci sono soluzioni? Lo spieghiamo con un aneddoto.

All’epoca in cui l’India era una colonia britannica, circolava un aneddoto apocrifo secondo il quale il governo coloniale avrebbe offerto una taglia per togliere dalle strade di Delhi i numerosi serpenti che l’infestavano. L’iniziativa ebbe successo. Tuttavia, approfittando della possibilità di un facile guadagno, molte persone iniziarono ad allevare cobra nel proprio giardino, per poi ucciderli e chiedere la ricompensa. Le autorità, indispettite da questa situazione che non avevano previsto, bloccarono il programma. I cobra, ormai privi di valore, furono liberati dai loro proprietari, con il risultato di avere più serpenti di prima che strisciavano per le strade di Delhi. Questa storia diede il nome di “Effetto Cobra” alle conseguenze impreviste di una proposta apparentemente buona, avanzata con le migliori intenzioni.

Le ramificazioni dell’iniziativa Open Access per la pubblicazione di riviste scientifiche è un esempio dell’ Effetto Cobra.

Il principio fondante dell’Open Access è quello di rendere disponibili gratuitamente a tutti gli articoli scientifici che prima potevano essere letti solo dagli abbonati. Ingenuamente, si riteneva che i costi di pubblicazione sarebbero stati coperti da generose agenzie internazionali. Ben presto è stato chiaro che la maggior parte delle spese era a carico dei ricercatori stessi. Come risultato le case editrici hanno aumentato il loro dominio sul mercato e le loro entrate, vendendo allo stesso tempo abbonamenti e facendosi pagare dagli autori per pubblicare i lavori da loro stessi prodotti.

Il risultato più dannoso dell’Open Access, tuttavia, è stato quello di aprire le porte a una miriade di riviste predatorie (si veda Query, 28:56-57), che inficiano l’integrità necessaria alla diffusione di una scienza affidabile. Il modello è quello della vanity press, si paga per pubblicare. Viene pubblicato di tutto, senza controllo di qualità, in migliaia di riviste che operano con standard di integrità inferiori alla media; troppi ricercatori abboccano all’amo, disprezzando la scienza seria. Visti i vantaggi economici, diversi editori rispettabili si sono uniti al carrozzone, lanciando le loro riviste pay-to-publish, rendendo difficile l’identificazione e persino la definizione di “predatorio”. La comunità scientifica dovrebbe dissuadere gli scienziati dal pubblicare tramite questi canali, rendendoli svantaggiosi per la loro carriera e il loro prestigio. È  stato invece escogitato il Plan S: più serpenti!

Il Plan S stabilisce che, invece di pagare per ogni manoscritto, i ricercatori, le loro istituzioni o le agenzie che finanziano il loro lavoro dovranno stipulare accordi a pacchetto con singoli editori per pubblicare un determinato numero di articoli all’anno. Questi lavori saranno liberamente disponibili. Sembra una buona soluzione.

Tuttavia, questa politica ha gravi conseguenze:

  • I ricercatori devono sostenere parte dei costi, creando una disparità tra discipline con diverso accesso ai finanziamenti;
  • I ricercatori che lavorano nelle istituzioni più povere avranno difficoltà a pubblicare i loro lavori;
  • Sarà difficile pubblicare studi non finanziati da agenzie pubbliche o private, come osservazioni cliniche, scoperte casuali, discussioni o commenti;
  • I ricercatori più giovani che hanno meno accesso a fonti finanziarie verranno penalizzati, costretti ad accettare di condividere la paternità dei loro lavori con colleghi più anziani e influenti, soprattutto in posti come l’Italia dove il baronato accademico non ha mai messo di essere rampante;
  • La pubblicazione di studi scientifici dipenderà da considerazioni economiche piuttosto che dalla loro qualità, stravolgendo il concetto di merito. In definitiva, in un mercato dominato dal denaro, chi avrà interesse a garantire il rigore e la qualità delle pubblicazioni scientifiche? Non gli editori, che più pubblicano e più guadagnano; non le istituzioni, che possono predeterminare il budget da dedicare alle pubblicazioni; non i ricercatori, che possono  giovarsi dei vantaggi di facili pubblicazioni; e non i lettori, che hanno libero accesso a riviste prima disponibili solo a pagamento, anche se il materiale pubblicato non è stato adeguatamente vagliato.

Fortunatamente, esistono riviste valide, come quelle gestite da società scientifiche o da case editrici rispettabili, nonché nuovi formati che promuovono una scienza approfondita, come le pre-registrazioni degli studi. Tuttavia, per evitare di vedere troppi cobra strisciare liberi, la comunità scientifica dovrebbe mettere da parte l’arroganza e ripensare alle sue scelte.

Per risolvere questo problema, una proposta (piuttosto utopistica) che ho avanzato con Roberto Cubelli, dell’Università di Trento, è che gli istituti accademici reclamino il controllo dell’editoria scientifica, gestendo le proprie riviste in Open Access. La differenza è che nessuno pagherebbe, né i lettori né gli autori. I redattori sarebbero i ricercatori dello stesso istituto, il loro contributo per le riviste sarebbe conteggiato nel loro carico di lavoro. Il ruolo dei revisori rimarrebbe invariato, solo che il loro ruolo verrebbe riconosciuto come parte dei loro doveri istituzionali. Per evitare conflitti, i ricercatori non potrebbero pubblicare sulle riviste della loro istituzione. I costi di gestione a carico delle istituzioni sarebbero molto più bassi rispetto al regime attuale. Non ci sarebbero incentivi economici a pubblicare di più, il che garantirebbe il controllo della qualità. In sintesi, più buona scienza e meno cobra.

* Neuroscienze Cognitive Umane, Università di Edimburgo

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