Inglesi popolo di cospirazionisti sul Covid? Non troppo

La notizia era arrivata con un certo risalto anche da noi, a fine maggio (qui un esempio), dopo esser esplosa in Gran Bretagna, in seguito ad un comunicato stampa dell’Università di Oxford. Uno studio condotto a tambur battente da un gruppo di psicologi britannici – primo firmatario Daniel Freeman – uscito su Psychological Medicine (1) aveva evidenziato che in quel Paese dilagavano alcune teorie cospirative sulle origini del Covid-19 . Chi vi aderiva era anche incline ad assumere comportamenti rischiosi per la salute propria e quella altrui, in primo luogo  non rispettando le disposizioni sul distanziamento sociale. I dati erano clamorosi: il 45% degli intervistati riteneva che il virus fosse un’arma biologica cinese, il 20% che all’origine vi fosse una congiura degli ebrei o dei musulmani.

Un bel guaio, avevano osservato preoccupati due psicologi sociali dell’Università del Kent, Robbie M. Sutton e Karen M. Douglas, perché questo voleva dire due cose: se Freeman e colleghi avevano ragione, allora era urgente mobilitare grandi risorse per contrastare nel pubblico credenze così estreme; se avevano torto, il rischio era quello di “normalizzare” – ritenendole diffusissime – certe idee antisemitiche, islamofobe e xenofobe, e magari di indurre i decisori politici a scelte errate, spinti dalla convinzione che moltissimi cittadini britannici fossero cospirazionisti convinti.

Il fatto è che sia i due studiosi citati, sia altri, avevano dei dubbi sui risultati di Freeman. E infatti, Sally McManus, che si occupa di psicologia della salute all’Università di Londra,  ha pubblicato con altri colleghi un articolo sulla medesima rivista scientifica su cui era apparso lo studio di Freeman (2) in cui sosteneva che la scala utilizzata per misurare le opinioni del campione, e che aveva portato a quelle conclusioni così allarmanti, era inadeguata.

Ai soggetti era infatti richiesto di indicare il loro grado di accordo con diverse affermazioni complottiste. Il problema era che la scala prevedeva quattro scelte  a favore (che andavano da “sono poco d’accordo” a “sono completamente d’accordo”) e solo una scelta (“non sono d’accordo”) per esprimere la propria contrarietà. In altri termini, la scala era fortemente sbilanciata, e questo malgrado diversi studi di metodologia della ricerca  avessero già evidenziato che una simile impostazione delle scale tende a produrre dei risultati falsati. Una parte di coloro che prendono parte a queste ricerche, infatti, tende a “gonfiare” i livelli di risposte positive  se percepisce che i ricercatori sono interessati proprio a quel tipo di risultato. 

Le quattro possibilità di dichiararsi (magari anche solo un po’) a favore di idee cospirazioniste  contro una sola opportunità di dissentire, insomma, avrebbero ampliato in maniera artificiosa la portata dei risultati.

Viste queste obiezioni, a metà luglio Sutton e Douglas, i due scienziati menzionati all’inizio, hanno pubblicato sempre su Psychological Medicine un articolo (3) che, seguendo un disegno sperimentale, ha rafforzato i dubbi sui risultati di Freeman. Gli autori osservano in primo luogo che, a loro conoscenza, gli studi scientifici pubblicati su questioni analoghe non avevano mai utilizzato scale come quelle nell’articolo contestato:

Di solito le scale offrono un insieme bilanciato di risposte con le quali accettare o rigettare le teorie cospirative. Ciò consente ai partecipanti di esprimere qualsiasi posizione lungo il continuum fra forte accordo e totale disaccordo. Siccome di norma le risposte si collocano sotto o nei pressi del punto mediano di queste scale, omettere i vari gradi di disaccordo rappresenta un errore importante. I partecipanti che dissentono da queste teorie ma che ritengono comunque che potrebbero avere qualche punto a loro favore, potrebbero ritenere che la solo opzione a loro  disposizione sia di selezionare una delle risposte fra le varie “sono accordo”. Questo dilemma ipotetico arricchisce di nuovo significato il modo di dire “essere d’accordo sul disaccordo” (agreeing to disagree). 

Su questa base, Sutton e Douglas hanno scelto le tre idee cospirazionistiche più rilevanti menzionate nel comunicato dell’Università di Oxford che aveva annunciato il lavoro di Freeman e le hanno sottoposte online a un campione di 748 inglesi, che hanno suddiviso a caso in tre gruppi. Il primo gruppo si è trovato davanti la scala usata da Freeman, il secondo una scala di tipo comune, a cinque opzioni (due per il disaccordo, due per l’accordo e una per il punto “neutro”). La terza scala, infine, offriva ben nove opzioni: le quattro con cui ci si poteva dichiarare d’accordo erano le stesse utilizzate da Freeman, ma i soggetti ne avevano a disposizione altrettante per esprimere il loro disaccordo.

Il risultato è stato nettissimo: già tra i soggetti che hanno usato la seconda scala, e ancor più per il gruppo che ha avuto di fronte la terza, i livelli di accordo con le teorie più estreme crollavano, in particolare per quanto riguarda le affermazioni relative ai presunti complotti orditi da ebrei e musulmani. 

Pur non nascondendo certe differenze fra la loro ricerca e quella di Freeman, la conclusione dei due Autori è stata netta. Il loro studio evidenzia che ai primi di maggio del 2020 la credenza in alcune teorie cospirative particolarmente estreme era decisamente poco diffusa in Gran Bretagna.

Se a questo si aggiunge il fatto che il comunicato stampa di Oxford aveva presentato il lavoro di Freeman senza le sfumature e le cautele che invece l’articolo scientifico conteneva, creando così un effetto a cascata fra i media generalisti che si erano affrettati a rilanciare l’allarme, a Sutton e Douglas non rimaneva che un ultimo colpo di fioretto: quel processo iniziato con la costruzione affrettata di una scala sociometrica, scrivevano, aveva “complicato quello stesso problema che tutti noi, come ricercatori, stiamo cercando di risolvere”, e cioè appunto quello di prevenire o limitare il diffondersi di idee erronee nell’opinione pubblica.

In sostanza: misurare è bello, ma solo se si utilizza il metro adeguato. In specie quando le questioni, come in questo caso, sono al calor bianco.

 

Note

(1) Freeman, D., Waite, F., Rosebrock, L., Petit, A., Causier, C., East, A., … Lambe, S. (2020). Coronavirus conspiracy beliefs, mistrust, and compliance with government guidelines in England. Preprint. Psychological Medicine, 21, 1-13. doi:10.1017/S0033291720001890.

(2) McManus, S., D’Ardenne, J., & Wessely, S. (2020). Covid conspiracies: Misleading evidence can be more damaging than no evidence at all. Preprint. Psychological Medicine, 21, 1-2. doi:10.1017/S0033291720002184.

(3) Sutton R.M, Douglas, K.M. (2020). Agreeing to disagree: reports of the popularity of Covid-19 conspiracy theories are greatly exaggerated. Psychological Medicine, 1-3. https://doi.org/10.1017/S0033291720002780

 

3 pensieri riguardo “Inglesi popolo di cospirazionisti sul Covid? Non troppo

  • 10 Agosto 2020 in 15:20
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    In generale, gli Studi che pretendono di indagare le opinioni dei Popoli estrapolando da un campione inferiore al 20% della Popolazione non sono attendibili. Ovviamente, non ho studi a favore di questa mia opinione da poter citare.

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  • 10 Agosto 2020 in 15:31
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    “Survey sparks concern over misconceptions about vaccines and scepticism about science”. (Tratto dal link di Paolo C.). Ad esempio, se questo Studio fosse attendibile (per me non lo è perché il campione è scarso e perché non vengono poste al suddetto campione le domande in busta chiusa, a loro volta presentate in modo diverso e contrapposto) chi si considera Scienziato dovrebbe interrogarsi sul perché di questo diffuso scetticismo del Popolo verso la Scienza: da come viene presentato, pare che la “gente” Inglese non accetti, verso i Vaccini, le idee che la “Comunità Scientifica” vorrebbe comunicare. Ovvero che ci sia una insoddisfazione verso le vaccinazioni che alimenterebbe uno scetticismo verso tutto il Mondo scientifico.

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