Comunicare la scienza durante una pandemia: mica facile!

Articolo di Giuseppe Stilo

La pandemia ha messo sotto pressione, nelle scienze medico-biologiche, il sistema delle pubblicazioni peer-reviewed, quello che regola i lavori sottoposti, in vista della loro uscita, a un complesso vaglio di selezione e revisione. L’urgenza, le spinte congiunte delle opinioni pubbliche, delle industrie e dei governi hanno condotto a rendere accessibili migliaia di preprint, cioè, versioni preliminari di articoli scientifici che dovrebbero poi essere pubblicati

In questo modo, il rischio è che qualità e rigore scendano in maniera vertiginosa. Errori, bias, inganni e altri inciampi possono passare più facilmente nei pdf che, assai sovente, vengono percepiti dai lettori come lavori scientifici giunti al termine di tutti i passaggi e controlli richiesti per la pubblicazione, e non per ciò che sono: creature ancora allo stato di crisalide. 

Ormai, le preoccupazioni per questo fenomeno sono evidenti fra gli scienziati, gli studiosi di epistemologia e della comunicazione scientifica. Ne è esempio un articolo uscito a metà luglio su VIewpoint, una rubrica del sito JAMA Network, al quale fanno capo tutte le pubblicazioni del Journal of American Medical Association.

Il titolo dell’articolo di Richard Saitz, del Dipartimento di Community Health Sciences dell’Università di Boston e di Gary Schwitzer, della Scuola di Salute pubblica dell’Università del Minnesota, già da solo spiega molto: Comunicare la scienza durante una pandemia

In una situazione critica come quella attuale, far giungere in maniera chiara e completa i risultati di una ricerca al pubblico – dicono Saitz e Schwitzer – è diventato un compito ineludibile. Eppure, è proprio in questo periodo che governi, media, giornalisti scientifici, addetti alla comunicazioni di istituzioni di ricerca e dell’industria farmaceutica hanno dato sovente cattiva prova. 

I principali errori comunicativi commessi durante la pandemia sarebbero di tre tipi: 

  • l’attenzione eccessiva  rivolta a singoli studi, isolati dal contesto degli altri lavori sullo stesso argomento, e, al contempo, la scarsa attenzione al fatto che di norma un articolo, da solo, non dice nulla di definitivo su una questione; 
  • la presentazione ottimistica di uno studio, in specie sugli effetti di un farmaco, senza che siano indicate le limitazioni dei risultati raggiunti (limitazioni a volte assai grandi!); 
  • il moltiplicarsi di comunicazioni pubbliche basate su informazioni incomplete circa progetti i cui esiti  non erano comunque stati sottoposti a peer-review.

Questi guai si sono manifestati in un miriade di casi, ma, in particolare, gli autori fanno tre esempi che hanno avuto conseguenze pratiche nella comunicazione. Riguardano tre principi attivi di cui negli ultimi mesi si è discusso molto: il remdevisir, il desametasone e l’idrossiclorochina.  

  • Per il remdesivir, un antivirale del gruppo degli analoghi nucleotidici, tutto è cominciato ai primi di aprile con la pubblicazione di uno studio su una piccola coorte di pazienti (53) affetti da Covid-19 che richiedevano somministrazione di ossigeno. Trattati con remdesivir, in 36 pazienti si era vista una diminuzione dei livelli di ossigeno necessario, in 13 casi non si era riusciti ad estubare e, infine, in 7 occasioni si erano avuti decessi durante un follow-up mediano della durata di 18 giorni [1]. Ora, il fatto è che il produttore del farmaco aveva menzionato i limiti dello studio di coorte e aveva pure chiarito che sicurezza ed efficacia erano ancora da chiarire. Eppure, il comunicato stampa sullo studio enfatizzava gli effetti del remdesivir, i presunti rapporti di causa ed effetto e trascurava invece un fatto macroscopico: il campione studiato era decisamente piccolo. Il problema più grosso però è venuto dopo. Il 29 aprile, un comunicato dei National Institutes of Health (NIH) americani sosteneva che un trial clinico sul remdesivir di dimensioni assai maggiori (1063 pazienti) rispetto al primo aveva dato risultati molto buoni, e persino una riduzione della mortalità dei ricoverati [2]. Si trattava di un’anticipazione, lo studio non era ancora stato pubblicato. La conferenza stampa tenuta dal NIH nel giorno dell’uscita di questi nuovi risultati aveva descritto il remdesivir come “il nuovo standard per il trattamento” del virus. Appena un mese dopo, però, ecco la doccia fredda: l’articolo vero e proprio (non più la sua anticipazione) mostrava esiti assai più modesti di quelli annunciati un mese prima: dal “nuovo standard per curare il virus” si era passati a una mezza delusione [3].

  • Per il desametasone, la cosa è più recente. L’annuncio di un’università americana spiegava che questo medicinale, un antinfiammatorio steroideo, era stato usato insieme ad altri sei farmaci candidati in un trial randomizzato, e che aveva prodotto una riduzione del 17% nella mortalità di 6425 ricoverati per Covid-19 [4]. La stessa OMS fin da subito aveva descritto il desametasone come “una dirompente innovazione scientifica salvavita”. Il 16 giugno uno degli organi di stampa più prestigiosi, il New York Times, asseriva senza mezzi termini che c’era un rapporto di causa-effetto fra la somministrazione del farmaco e la riduzione della mortalità degli affetti dal virus. Ebbene, la fonte di tutto ciò non era nemmeno un preprint, ma un semplice comunicato stampa. Eppure, era ben noto da un’ampia letteratura che gli steroidi (come è appunto il desametasone, farmaco per niente nuovo), inizialmente accreditati di una riduzione della mortalità in vari tipi di polmoniti, non avevano retto al passaggio attraverso numerose, successive revisioni sistematiche.

  • Il caso che ha fatto più rumore è tuttavia quello dell’idrossiclorochina. È stato il primo farmaco a indurre quelle che (forse) non sono nient’altro che false speranze. Tutto è partito da un minuscolo trial (20 pazienti!) i cui risultati sono stati pubblicati il 20 marzo. Con l’uso di questo vecchissimo antimalarico dal costo bassissimo, 14 pazienti si erano negativizzati dopo il suo impiego, contro soltanto 2 su 16 che erano diventati negativi al virus in un gruppo di controllo [5]. L’annuncio di Donald Trump di aver assunto l’idrossiclorochina (addirittura a fini preventivi) e l’entusiasmo iniziale per questo farmaco da parte della FDA (Food and Drug Administration), hanno condotto all’esaurimento delle scorte del medicinale, negli Stati Uniti e altrove. Poco dopo, però, altri studi ne dimostravano l’inefficacia. In particolare, uno studio assai più ampio (un trial randomizzato su 821 pazienti) dava risultati deludenti, [6] e a quel punto la FDA ritirava senza troppi clamori l’atto amministrativo con il quale aveva autorizzato l’impiego d’emergenza dell’idrossiclorochina. Anche dopo questo fatto, però, pagine social e media mainstream hanno continuato a fornire una gran quantità di informazioni contraddittorie sulle successive e più modeste pubblicazioni riguardanti l’idrossiclorochina. Il mezzo endorsement fatto da Trump ha creato confusione in un pubblico già confuso e preoccupato e, dunque – potenzialmente – danni alla salute della popolazione e all’immagine della scienza.

A fronte di questi gravi incidenti comunicativi, Saitz e Schwitzer hanno prodotto alcune raccomandazioni, chiare e facili da applicare. 

  • Le notizie sui singoli studi dovrebbero concentrarsi sul risultato principale e sui rischi della terapia descritta, specificare in dettaglio com’è composta la popolazione dei pazienti su cui è stata condotta la ricerca, dare pochi ma chiari cenni sui limiti del lavoro e sulla generalizzabilità dei risultati conseguiti – un punto fondamentale, troppo sovente trascurato. Non dovrebbe essere dimenticato di far riferimento ad altri lavori sul farmaco presentato e su altri farmaci analoghi, in modo che lo studio di cui ci si occupa nella notizia possa essere “soppesato” al confronto di quelli precedenti.

  • Saitz e Schwizer si rendono conto che la complessità è un argomento non particolarmente popolare per il lettore medio, ma ritengono assolutamente necessario farvi riferimento nella comunicazione dei risultati. Occorre fare di tutto per non concentrarsi sul desiderio più immediato, quello di dire che “quel farmaco funziona”, ma piuttosto è necessario spiegare che l’efficacia di un farmaco può essere misurata in modi anche assai differenti, e che le misurazioni descritte in uno studio misurano qualcosa usando certi sistemi, ma tante altre cose utili, magari, no.

  • La massima prudenza nei titoli e nei testi va esercitata nei casi in cui le notizie non riguardano la pubblicazione di veri e propri articoli, ma di preprint, comunicati stampa, ecc. Chiunque si accinga alla comunicazione di quel tipo di notizie dovrebbe sempre porsi una domanda preventiva: perché, anche se non abbiamo un articolo peer-reviewed, in questo momento l’annuncio di certi risultati ci risulta notiziabile, cioè trasformabile in notizia giornalistica rivolta al pubblico?

Diversamente, avvertono Saitz e Schwitzer, si corre il rischio di produrre danni sia alla credibilità della scienza, sia alla salute pubblica. Considerato il contesto attuale, è davvero necessario impegnarsi tutti per una comunicazione chiara e responsabile.

Note: 

  1. Grein J, Ohmagari N, Shin D, et al. Compassionate use of remdesivir for patients with severe Covid-19. New England Journal of Medicine, 2020; 382(24): 2327-2336.
  2. NIH clinical trial shows remdesivir accelerates recovery from advanced COVID-19. April 29, 2020. Ultimo accesso: 21 luglio 2020, disponibile all’url: https://www.niaid.nih.gov/news-events/nih-clinical-trial-shows-remdesivir-accelerates-recovery-advanced-covid-19
  3. Beigel JH, Tomashek KM, Dodd LE,  et al. Remdesivir for the treatment of Covid-19—preliminary report. New England Journal of Medicine. Pubblicato online il 22 maggio 2020. doi:10.1056/NEJMoa20077645.
  4. Low-cost dexamethasone reduces death by up to one third in hospitalised patients with severe respiratory complications of COVID-19 (RECOVERY). Oxford University. 16 giugno, 2020. Ultimo accesso: 21 luglio 2020, disponibile all’url: https://www.recoverytrial.net/news/low-cost-dexamethasone-reduces-death-by-up-to-one-third-in-hospitalised-patients-with-severe-respiratory-complications-of-covid-19.
  5. Gautret P, Lagier JC, Parola P,  et al. Hydroxychloroquine and azithromycin as a treatment of COVID-19: results of an open-label non-randomized clinical trial. International Journal of Antimicrobial Agents, pubblicato online il 20 2020. doi:10.1016/j.ijantimicag.2020.105949
  6. Boulware DR, Pullen MF, Bangdiwala AS,  et al. A randomized trial of hydroxychloroquine as postexposure prophylaxis for Covid-19. New England Journal of Medicine, pubblicato online il 3 giugno 2020. doi:10.1056/NEJMoa2016638.

Un pensiero riguardo “Comunicare la scienza durante una pandemia: mica facile!

  • 4 Agosto 2020 in 09:03
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    Totalmente d’ accordo. Aggiungerei, ma si tratta di opinioni personali non suffragate da un sufficiente numero di studi: 1) le controversie scientifiche sul Covid-19 sono dovute, PRINCIPALMENTE, al fatto che non l’ abbiamo battuta, ‘sta Pandemìa. Se avesse fatto la fine della SARS, che sconfiggemmo rapidamente e con un migliaio di morti solo, ogni controversia scientifica sarebbe scomparsa. In questo caso, ormai, i danni gravi, specialmente economici, sono fatti e le controversie continueranno anche se sparisse dalla circolazione oggi pomeriggio alle 5. 2) Ci sarebbe voluto un Centro di Comando Unico Mondiale, in grado di imporre a tutti gli Stati del Mondo comportamenti uniformi, perché la Pandemia si sparge rapidamente a livello mondiale, come qualunque influenza “forte”. E qui so di fare un discorso fantascientifico. Ma una delle principali cause dell’ incertezza è stata la difformità dei provvedimenti e dei comportamenti. Per non parlare delle difformità nella raccolta dei dati. 3) Bisognerebbe prendere in considerazione lavori accreditati solo se pubblicati su riviste di settore, specialistiche, ovvero di Epidemiologia e di Virologia. Questo discorso è forse più difficile da capire per chi non è nel settore, ma badate che riviste come Science e The Lancet sono generaliste, non sono specializzate. Purtroppo sono prestigiose e anche chi ha prodotto lavori seri si è affannato a farsele pubblicare su Science piuttosto che su Virology Current Research, o su international Journal of Epidemiology. E queste Riviste generaliste si sono affannate a pubblicare lavori sul Covid, come qualunque quotidiano.

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