Cosa può fare il giornalismo investigativo per la scienza? Alcuni esempi dal British Medical Journal 

Giornalismo investigativo e etica della ricerca scientifica possono andare di pari passo. Anzi, per il bene della scienza e per la sua reputazione pubblica, è necessario che procedano d’intesa.

A quali risultati può condurre l’attività di giornalisti dotati di background scientifico e che lavorino insieme a testate di norma dedicate alla ricerca in senso stretto? È questo il problema che una delle più note pubblicazioni scientifiche nel campo della salute, il British Medical Journal (BMJ), si è posto ormai parecchio tempo fa.  

Le principali attività condotte nel decennio appena concluso dal BMJ nel campo del giornalismo investigativo sono state recentemente riassunte da Rebecca Coombes. Naturalmente si tratta di iniziative legate ai problemi della salute pubblica. 

Ecco quelle che per Coombes sono state le più importanti. 

Il Tamiflu e la pandemia influenzale del 2009

Le indagini del British Medical Journal hanno messo in luce che in occasione della grave pandemia di influenza A del 2009-10 dovuta a un virus del sottotipo H1N1 diversi governi spesero miliardi di dollari in modo improprio per approvvigionarsi di due farmaci inibitori degli enzimi neuraminidasi, l’oseltamivir e lo zanamivir, commercializzati come Tamiflu e Relenza. 

In realtà l’efficacia dei due farmaci era dubbia, e solo dopo l’avvio della prima campagna “Open Data” del BMJ fu ottenuto – e non senza resistenze – il pieno accesso ai dati dei trials clinici (ossia degli studi che consentono di affermare che una nuova terapia è più efficace e più sicura di una già impiegata) da parte della Roche, l’impresa che produce l’oseltamivir. La spinta prodotta dalla campagna Open Data del BMJ fu tale da indurre l’Organizzazione Mondiale della Sanità a modificare le sue pratiche riguardo ai potenziali conflitti d’interesse fra ricerca e industrie farmaceutiche. I problemi circa l’efficacia del Tamiflu erano serviti a rendere più trasparente un’area delicatissima. 

La frode scientifica di Wakefield sul presunto legame fra autismo e vaccini

Uno dei casi di scuola della figura del “cattivo scienziato” è quello di Andrew Wakefield, il medico inglese (poi radiato) responsabile di aver promosso l’idea, tuttora sostenuta con forza da parecchi no vax, secondo cui il vaccino trivalente MPR contro parotite, rosolia e morbillo avrebbe potuto portare all’insorgere di autismo e malattie intestinali. In questo caso i dati e la storia clinica di numerosi pazienti erano stati alterati in modo doloso. Purtroppo, il Royal Free Hospital e la Medical School di Londra, per le quali Wakefield lavorava, sostennero per un bel po’ la validità del suo lavoro. 

Secondo il bilancio tratto per BMJ da Rebecca Coombes, l’indagine presentata dal giornalista scientifico Brian Deer sulla rivista inglese fu essenziale per far emergere in modo cristallino i gravissimi difetti presenti nelle pubblicazioni di Wakefield.

La falsa protesi d’anca

Con la collaborazione del quotidiano Daily Telegraph, Deborah Cohen ha creato per il BMJ un nuovo modello di protesi d’anca volutamente caratterizzato da vari errori progettuali. Il finto device medico superò con facilità i primi livelli di verifica degli apparati di questo genere, la cui competenza spetta ad appositi organismi dell’Unione Europea, mettendone così alcuni a nudo punti deboli d’importanza critica. 

Dal 2020 nella UE sono entrati in vigore nuovi regolamenti volti ad aumentare la qualità dei test concernenti la protesica.

Le bevande per chi fa sport e per chi vuole idratarsi

Ancora Deborah Cohen ha indagato sulla scienza dubbia che sta dietro le idee secondo le quali idratarsi molto, prima, durante e dopo le attività sportive – e sul tipo particolare di bevande che sarebbe bene assumere in quelle occasioni. Cohen ha sottolineato nel suo lavoro come queste convinzioni, in realtà dai fondamenti assai controversi, siano passate negli ultimi anni dall’ambito della medicina sportiva al pubblico generale modellandone comportamenti e consumi.

Le bevande per gli sportivi hanno così assunto quasi uno status mitologico, sulla base di posizioni secondo le quali performance agonistiche elevate sarebbero direttamente collegate ad elevate ingestioni di fluidi, non solo da parte di atleti professionisti ma anche da parte di persone caratterizzate di solito da un’assai maggior sedentarietà. 

L’azione delle lobby industriali contro l’introduzione del prezzo minimo sulle bevande alcoliche

Le indagini condotte per il BMJ da Jonathan Gornall hanno provato che nel 2013 il governo britannico preferì ignorare l’evidenza scientifica che stava spingendo a introdurre un prezzo minimo sugli alcolici, a causa di una vasta campagna di lobbying condotta in modo riservato dalle imprese del settore delle bevande alcoliche nei confronti dei ministeri della Salute e del Tesoro. 

Allo stesso tempo, mentre i parlamentari che premevano per la regolamentazione del prezzo dei liquori e della birra incontravano forti difficoltà a dialogare con i dirigenti dei due ministeri, i gruppi parlamentari britannici ricevevano finanziamenti per decine di migliaia di sterline dai più importanti produttori di birra della Gran Bretagna. I progetti di legge per il prezzo minimo degli alcolici, di fatto, si sono poi rapidamente arenati.

Latte artificiale e intolleranze al latte materno

Chris van Tulleken ha mostrato che le multinazionali che producono vari tipi di latte artificiale tendono a stringere legami assai forti con un certo numero di pediatri in varie parti del globo (in particolare di Paesi del sud del mondo) enfatizzando fortemente il problema delle allergie infantili alle proteine del latte.

In realtà, questa patologia a volte è caratterizzata da sovradiagnosi, ossia da situazioni nelle quali a un individuo viene diagnosticata una condizione clinica per cui a ben guardare non avrebbe mai accusato sintomi. 

Una conseguenza diretta del lavoro di van Tulleken è che il “Royal College of Pediatrics and Child Health” ha deciso di non accettare più finanziamenti da parte delle grandi imprese che producono latti artificiali.  

Così Rebecca Coombes riassume il senso degli sforzi fatti negli anni ‘10:

Il giornalismo investigativo praticato dal BMJ nel corso del passato decennio ha portato alla scoperta di frodi e di cattive condotte scientifiche nella ricerca, ha spinto a cambiare linee guida e pratiche cliniche ed ha stimolato inchieste parlamentari sia nell’Unione Europea sia in Gran Bretagna. 

Sono modi per fare scienza, per costruire l’etica della ricerca e per edificare contesti in cui gli scienziati avvertano di più una delle esigenze ineludibili di oggi: la necessità di una maggior consapevolezza del pubblico e dei decisori politici nei confronti del loro lavoro, delle sue difficoltà e dei suoi rischi d’inciampo.

2 pensieri riguardo “Cosa può fare il giornalismo investigativo per la scienza? Alcuni esempi dal British Medical Journal 

  • 7 Febbraio 2020 in 09:03
    Permalink

    Caro Giuseppe, mi pare che il Link riferito a Brian Deer non sia appropriato, perché porta al solito articolo del BMJ trattato nella scheda. Così come la parola “la serie”. Io avrei scritto “la denuncia” o l’ indagine.”

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