A che punto è la notte 30 – Video di paura

"What are you looking at?", murale di Banksy, fonte: commons.wikimedia

La presenza piuttosto capillare di telecamere di videosorveglianza nel mondo occidentale, se da un lato pone legittime questioni sulla lesione della privacy dei privati cittadini e sulla necessità però di garantire la loro sicurezza, dall’altra si rivela una miniera d’oro per quanti, come noi, sono sempre a caccia di misteri, mysteri e fenomeni straordinari.

Nella maggior parte dei casi, più degli eventi immortalati, a creare un’aura di fascino è la bassa qualità delle immagini che, unita all’angolazione fissa che taglia fuori parti magari significative di quanto avviene, permette di collegare i puntini sgranati in maniera, per così dire, “creativa”. Personalmente credo poi ci sia a monte l’irresistibile curiosità che tutti proviamo verso quello che accade all’angolo del nostro campo visivo, quando non guardiamo, nelle stanze e nei luoghi che magari però conosciamo bene, un po’ come quando da piccoli ci domandavamo cosa facessero i giocattoli in nostra assenza.

E le CCTV (televisioni a circuito chiuso) hanno regalato non poco materiale da discussione, specie agli amanti delle sparizioni misteriose. Abbiamo già parlato di Peter Bergmann, l’uomo di cui nessuno sa nulla ma di cui possiamo ricostruire tutte le ultime ore grazie ai filmati a circuito chiuso, ma ci sono dozzine di casi di persone immortalate un attimo prima di svanire nel nulla più totale, in alcuni casi letteralmente: per esempio, Brian Shaffer è entrato in un bar con gli amici ma non ne è mai uscito, mentre qualcuno si è preso la briga di parcheggiare l’auto di Jennifer Kesse qualche ora dopo l’ultima volta che qualcuno l’aveva vista viva.

Ci sono poi molti video tragici, che riprendono morti, omicidi, suicidi. Non voglio linkarne nessuno, ci basta ricordare la strage di Columbine.

E infine c’è tutta la filmografia a circuito chiuso con mostri, fantasmi e rapimenti alieni (un numero inatteso, devo confessare): molti debunking di questi passano per i ritocchi spesso poco riusciti alla marca temporale stampigliata sul video – che guarda caso risulta coperta, ritagliata, scritta in maniera diversa da come si usa nel paese d’origine – oltre naturalmente dal fatto che manipolare un video condiviso su internet è operazione che in passato ero capace di fare persino io, figuriamoci quelli bravi.

Di seguito vedremo un paio di celebri casi di video di “fantasmi”, e infine parleremo di quello di Elisa Lam, una storia straziante e tragica che ha appassionato/ossessionato molti internauti, e che a tratti sembra davvero quasi sovrannaturale.

1 – Il fantasma urlante dell’hotel

La prima volta che ho visto questo video ho pensato “pareidolia portami via”.

Poi l’ho guardato una seconda volta e ho pensato “pareidolia unica via”.

Alla terza volta finalmente il senso-scettico si è fatto vivo e ha fatto porre anche a me, come ad altri, le domande chiave, che valgono tanto per i giornalisti quanto per qualsivoglia tipo di investigatore: Dove e quando e chi?

Si tratta di un filmato di telecamera a circuito chiuso in cui tale John, probabilmente un addetto alla security, si reca ad indagare cosa stia accadendo nella stanza 209, dove non sono registrati ospiti ma da cui provengono grida e rumori. Sebbene la voce fuori campo lo inviti ad aspettare la polizia, e armato solo di una torcetta alla CSI – Crime Scene Investigation, John si avventura nella stanza. Mentre lui entra, la telecamera riprende nitidamente una forma evanescente che invece ne esce. Intanto la voce fuori campo, che dovrebbe essere il collega di John, spiega che nella stanza la moquette è stata strappata, i mobili sono rovesciati e tutto è a soqquadro.

Dove è avvenuto il fenomeno? In un albergo della catena Wingate Hotel in Illinois, ma chi ha condiviso il video non può dare ulteriori specifiche per questioni legali.

Quando è avvenuto il fenomeno? Nel 2005, ma il video è stato condiviso nel 2012.

Chi sono i protagonisti? Chi ne ha parlato? Ovviamente nessuno, a parte i commentatori del video e quanti l’hanno ripreso in giro per la Rete. Fonti ufficiali zero.

Il passato da cinefila militante mi mette sempre in allerta di fronte a una voice off, specie quando dovrebbe essere registrata nella realtà ma pare proprio assolutamente che stia spiegando gli avvenimenti fuori inquadratura al pubblico in ascolto.

Insomma, prove certe non ne abbiamo, ma il video della camera 209 sa decisamente tanto tanto tanto di bufala.

2 – L’anima della donna cinese

Corridoio deserto di quello che ci viene detto essere un ospedale. Un letto in ferro su cui è distesa una figura immobile. Una donna morta, ci dicono. Una ventina di secondi passano così, quando all’improvviso dal cadavere si solleva una specie di voluta fumosa, quasi come se la persona si stesse tirando su a sedere. Un’altra breve pausa e la nube incorporea vola lontano dal corpo verso la porta dietro il letto e di lì nell’infinito.

Commentatori e giornalisti hanno condiviso il video ponendo in maniera retorica la domanda “E’ la prova dell’esistenza dell’anima?”. Ma agli scettici non è servito moltissimo per smontare il video: rallentando le immagini appare abbastanza chiaro che da un certo momento in poi il video è un fermo immagine sul quale è stato sovrapposto in trasparenza il filmato dell'”anima” che si allontana (probabilmente un lenzuolo sollevato con un filo da pesca o qualcosa del genere).

Ma prima ancora dell’analisi tecnica, il video mostrava da subito tutte le tipiche caratteristiche delle bufale internettiane: impossibile sapere dove fosse stato ripreso, da chi, quando, e chi l’avesse condiviso.

Inoltre, ma questa è più una riflessione personale, tutto l’insieme sembra un po’ ingenuo, perché ammesso che l’anima esista non è assolutamente detto che sia simile alla nostra conformazione corporea, e che per abbandonare l’involucro debba muoversi come facciamo noi, né soprattutto, che abbia bisogno di uscire dalla porta per volare altrove.

Non serve ovviamente dire che molte testate internazionali e italiane hanno comunque ripreso la notizia lanciandosi in dotte disquisizioni sulla natura della vita dopo la morte.

3 – Elisa Lam

La straziante morte di Elisa Lam è così piena di dettagli e coincidenze macabre da sembrare inverosimile, di quelle che al cinema diresti che gli sceneggiatori hanno esagerato. Ed è per questo che la sua storia ha fatto tanta presa sull’immaginario collettivo, diventando tema di discussioni infinite nei forum di settore e arrivando ad ispirare la quinta stagione della serie culto American Horror Story.

Elisa Lam è morta all’interno del Cecil Hotel, un albergo di Skid Row, forse il quartiere più degradato di Los Angeles. Al Cecil hanno alloggiato – mentre erano ancora in attività – i serial killer Jack Unterweger e Richard Ramirez. Al Cecil fu stuprata e uccisa Goldie Osgood, nota anche come la “signora dei piccioni”. Dalle finestre del Cecil si gettò (fra i numerosi altri suicidi) la ventisettenne Pauline Otton, uccidendo nella caduta il passante George Gianinni. A 11 miglia di distanza dal Cecil fu ritrovato nel 1947 il corpo martoriato e dissanguato di Elizabeth Short, la Dalia Nera: l’omicidio è a tutt’oggi irrisolto (nonostante i finali narrativi raccontati da James Ellroy e Hollywood), e con il Cecil non ha niente a che vedere, ma la relativa poca distanza ha fatto nascere la leggenda dell’hotel come ultimo luogo in cui qualcuno ha visto la Dalia viva.

E poi Elisa Lam. Canadese di seconda generazione, Elisa aveva 21 anni quando decise di viaggiare per un po’ lungo la costa Occidentale. Los Angeles era la seconda tappa, e al Cecil avrebbe dovuto soggiornare dal 26 al 31 gennaio, per poi proseguire nel suo viaggio.

Elisa soffriva di disturbo bipolare e depressione, che emergevano anche dal suo blog sulla piattaforma tumblr. Tuttavia, chi l’ha incontrata in quei giorni l’ha descritta come serena e piena di vita.

Sebbene fosse previsto che lasciasse l’hotel, la notte fra il 31 gennaio e il 1 febbraio la giovane è ancora lì, e viene ripresa da una telecamera a circuito chiuso mentre cerca di utilizzare un ascensore apparentemente non funzionante. Uscita da quella cabina, Elisa scompare nel nulla.

La polizia e i genitori la cercano per più di tre settimane, ma non trovano alcun indizio utile. Poi, all’hotel arrivano le proteste degli ospiti che lamentano il pessimo sapore dell’acqua di rubinetto: le verifiche sull’impianto conducono alla cisterna posizionata sul tetto. Ed è lì che la manutenzione rinviene il corpo ormai parzialmente decomposto di Elisa, nuda, i vestiti e altri effetti personali che galleggiano tutt’intorno. Manca solo il cellulare.

Come ha fatto Elisa a raggiungere il tetto, accessibile solo tramite codice noto soltanto agli addetti dell’hotel? Forse è passata per la scala antincendio, ma da chi ha saputo che era l’unico modo per aggirare le misure di sicurezza? Come ha potuto, lei così esile e minuta, aprire la pesantissima cisterna e poi richiudersela alle spalle quando ormai si trovava all’interno? E perché chiuderla? Era entrata nuda o gli abiti erano scivolati via durante il processo di decomposizione?

Un’ipotesi molto diffusa è che qualcuno fosse con lei, e l’abbia gettata lì dentro magari dopo un tentativo di violenza carnale, o un incidente in cui non voleva essere coinvolto. Dopotutto, il cellulare non è mai stato ritrovato. E sei mesi dopo, all’improvviso, il blog ha ripreso ad essere aggiornato. Da una funzione automatica di tumblr? Da un hacker? Dalla persona che l’ha uccisa? Non è mai stato stabilito.

Insieme a tutto questo, e a un rapporto di autopsia dove nemmeno gli anatomopatologi sembrano essere d’accordo sulla causa di morte, rimane il video di sorveglianza dell’ascensore, probabilmente la vera causa di ossessione per quanti si sono avvicinati al caso Lam. Eccolo.

Il comportamento di Elisa nel video è davvero bizzarro, sembra ubriaca o drogata, ma l’autopsia non ha rilevato tracce di sostanze estranee nell’organismo. Ma allora bisogna pensare che quando la ragazza si trova sul pianerottolo e gesticola in quel modo, stia realmente parlando con una persona non inquadrata? Qualcuno ha studiato da vicino il video, sgranato e con data e ora oscurate, e si è convinto che ne siano stati tagliati più di 50 secondi, ma non ci sono prove a sostegno di questa ipotesi, il video è stato condiviso anche dalla polizia e non sembra essere stato manipolato.

Ma allora cosa è successo? Perché Elisa preme a casaccio quasi tutti i pulsanti (forse è per questo che l’ascensore non parte?)? Perché fa capolino come se cercasse qualcuno fuori? Fra i tanti che hanno esaminato il caso in tutti i suoi dettagli, in molti sono giunti alla conclusione che si sia trattato di un drammatico attacco di crisi psicotica, scatenato forse da un’assunzione irregolare o scorretta delle medicine, come proverebbe anche il referto autoptico. Alcune foto ravvicinate della cisterna, inoltre, mostrano un’apertura non difficile da sollevare nemmeno per una ragazza esile, che magari in preda ad allucinazioni e manie di persecuzione ha deciso di nascondersi lì dentro, senza sapere che stava andando a morire.

E quell’ascensore che continua ad aprirsi e chiudersi quando lei ormai è scomparsa dà i brividi.

Immagine in evidenza: What are you looking at? — Graffiti commenting on the neighbouring surveillance camera in a concrete subway underpass near Hyde Park in London (© Andrew Dunn, April 2006, cc-by-sa-2.0, via Wikimedia Commons)

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