Il trillo del diavolo: “Noi non ci saremo”

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In questa rubrica di Query Online raccontiamo, un brano alla volta, la musica intrisa di scienza e misteri: è il turno di Guccini.

E’ il 1967, il mondo occidentale è nel bel mezzo di un periodo turbolento, e l’onda lunga che ne consegue ha investito anche l’Italia. Per quanto parzialmente attenuatesi rispetto ai picchi di inizio anni ’60, le tensioni tra USA e URSS non lasciavano immaginare un futuro roseo, e la proliferazione di armamenti più o meno letali lasciava i cittadini nella costante incertezza riguardo il futuro dell’umanità: l’Apocalisse nucleare era sempre dietro l’angolo, condizionando pesantemente l’immaginario collettivo.

È in questo clima che nel 1967 Francesco Guccini pubblica il suo primo disco, “Folk beat n.1” contenente sia inediti che canzoni già incise. Alcune di queste, dal momento che non era ancora iscritto alla SIAE, erano state depositate a firma di altri autori come nel caso di Auschwitz (scritta per l’Equipe 84) e Noi non ci saremo, cantata dai Nomadi, la quale differisce dall’originale per la mancanza di una strofa.

Il testo si apre con un’immagine chiara e molto ben delineata in due soli versi: per chi avrà la ventura (e la sventura) di assistere, nel cielo si vedrà soltanto una sfera di fuoco più luminosa del Sole – come dichiarato dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki – e più grande del mondo, provocata dalle innumerevoli esplosioni atomiche causate da un conflitto planetario. Il prosieguo della canzone renderà poi chiara l’origine della “palla di fuoco”, che però, di primo acchito, potrebbe anche ricordare quello che sarà il destino della Terra tra circa 4,5 miliardi di anni, quando il Sole diventerà una Gigante rossa. Secondo il modello standard, per una stella con le caratteristiche del nostro Sole, una volta che sarà quasi esaurito l’idrogeno si avrà un’espansione che ne farà aumentare a dismisura le dimensioni, superando l’orbita terrestre e spazzando via i pianeti interni e le forme di vita su esso(i) presenti. Ovviamente sempre se per qualche motivo non si saranno estinte prima.

Una delle cause potrebbe essere, appunto, l’uomo, ed è questo che Guccini voleva denunciare. Dopo l’esplosione il silenzio si stenderà su tutta la terra, indicando appunto che ormai non vi saranno più animali a emettere suoni.

Dopo un anno di piogge ininterrotte tornerà la luce e l’arcobaleno a illuminare un pianeta ormai spopolato e silenzioso, secondo il nostro cantautore. Ma è questa una stima plausibile? Probabilmente no, e anche se si spera che non verrà mai effettuata una prova in “scala 1:1” è molto probabile che se esplodessero tutte le bombe conservate negli arsenali le conseguenze anche a livello atmosferico si protrarrebbero per tempi molto lunghi. Nella storia dell’uomo ci sono stati episodi che possono essere presi ad esempio delle conseguenze di grandi quantità di polveri rilasciate in atmosfera, come avverrebbe nel caso di migliaia di detonazioni nucleari.. Se raggiungessero una quota sufficientemente elevata potrebbe ripetersi su scala molto più ampia quanto accadde negli anni successivi al 1815, quando si verificò l’eruzione catastrofica del vulcano Tambora, che causò la morte di 60.000 persone. Le particelle di acido solforico emesse generarono la produzione di un aereosol che bloccò in parte il passaggio della luce solare, causando un abbassamento della temperatura, un’estate fredda e piovosa, con conseguenti carestie e ripercussioni in tutto l’emisfero settentrionale. E’ presumibile immaginare che se si verificasse quello che Guccini predice nella sua canzone, non ci sarebbe solo un anno di “inverno nucleare”, ma i sopravvissuti si troverebbero a dover fare i conti con le conseguenze per un periodo molto più lungo. Come calcolato da un gruppo di scienziati[1], anche un conflitto nucleare su “piccola” scala con potenze in gioco pari a quelle di circa 100 testate nucleari da 15 kilotoni (1 kilotone= energia equivalente a 1000 tonnellate di tritolo)  paragonabili a quella esplosa su Hiroshima – quale ad esempio un ipotetico reciproco attacco tra India e Pakistan – avrebbe conseguenze per tutto il pianeta. Figurarsi se fossero impiegate tutte o la maggior parte di quelle in seno agli arsenali, e che ammontano a centinaia di megatoni (1 megatone= 1000 kilotoni): lo scenario sarebbe di gran lunga quello descritto da Guccini, anzi, molto peggiore.

Il cantautore emiliano, infatti, immagina una terra senza più esseri umani ma ancora coperte da foreste di abeti, che faranno da cornice a montagne innevate e rese pure dall’assenza di presenza umana. Molto difficilmente, però, non ci sarebbero conseguenze devastanti anche per la flora, oltre che per la fauna. E’ molto probabile che la maggior parte dei mammiferi subirebbe conseguenze devastanti nel breve e lungo periodo, anche per via delle radiazioni rilasciate in ambiente dalle detonazioni (specie nel caso delle bombe a fissione): morti per carestie, malattie, mutazioni e danni da inquinamento secondario probabilmente ridurrebbero il numero degli uomini sulla faccia della terra di qualche miliardo, e chi rimarrebbe non se la passerebbe bene. C’è chi ipotizza che i rappresentanti del regno animale che riuscirebbero a cavarsela meglio sarebbero piccoli roditori e insetti, i quali data la loro prolificità e maggior resistenza alle radiazioni ionizzanti probabilmente approfitterebbero della scomparsa o ridimensionamento di specie cacciatrici per colonizzare l’ambiente.

In questo caso risulterebbe premonitrice un’affermazione che Albert Einstein fece in un’intervista del 1949 su Liberal Judaism,

Non so come verrà combattuta la Terza guerra mondiale, ma posso dirti cosa si userà nella Quarta: pietre!

forse echeggiando una frase simile che lo storico Preston William Slosson aveva utilizzato l’anno precedente su The Washington Post [2]:

La Quarta guerra mondiale sarà combattuta con arco e frecce.

E come Einstein molti altri scienziati, numeri alla mano, hanno cercato di aprire gli occhi all’opinione pubblica e a chi deteneva gli ordigni nucleari (e detiene, perché nel mondo ce ne sono ancora abbastanza per sterminare l’umanità 2 o 3 volte) l’inutilità di una guerra che avrebbe con certezza spazzato via tanto gli aggressori quanto gli aggrediti: proprio su questo deterrente si è mantenuta una “pace armata” durata quasi tutta la seconda parte del XX secolo. Per semplificare il concetto è stato inventato un “Orologio dell’Apocalisse” (Doomsday Clock) da parte di alcuni scienziati: le sue lancette segnano i minuti che mancano alla mezzanotte, intesa come fine del tempo dell’umanità. Questo orologio si è spostato avanti o indietro di minuti in occasione di eventi che hanno visto allontanarsi metaforicamente il momento della fine (causata da guerre, epidemie, inquinamento e amenità di questo genere) o ci hanno spinti sull’orlo del precipizio. Per dare un’idea, il momento di maggior distanza dalla mezzanotte si è avuto nel 1991, quando gli USA e quel che restava dell’URSS han firmato un nuovo trattato per la riduzione.  Invece si è rasentato lo scoccare della fatidica ora nel 1962, con la crisi dei missili di Cuba: 2 minuti alla mezzanotte, per l’esattezza (e proprio a questo si riferivano gli Iron Maiden con la loro omonima canzone).

Guccini nella seconda parte della canzone descrive le rovine della civiltà riconquistate dalla natura poco alla volta: come abbiamo visto, non è detto che ciò potrebbe accadere, almeno nel breve periodo, e non nelle forme che conosciamo. Gli effetti delle radiazioni si protrarrebbero per un periodo variabile da alcuni anni a millenni, a seconda dei materiali depositati dopo le esplosioni: vi sono elementi come lo iodio-131 che ha un tempo di dimezzamento di soli 8 giorni mentre per il plutonio-239 – enormemente tossico – è di circa 24.000 anni.

Nel corso degli anni c’è chi ha provato a immaginarsi una Terra spopolata, senza più rappresentanti del genere umano, e si è chiesto in quanto tempo sarebbero cancellate le vestigia del nostro passaggio, proprio come fa anche Guccini. Nel giro di pochi millenni le costruzioni, senza più nessuno a prendersene cura, si sgretolerebbero per l’azione combinata di agenti atmosferici e vegetazione. Molte specie animali ne trarrebbero giovamento: senza più la pressione antropica, è probabile che vi sarebbe un riequilibrio e alcune di quelle in via di estinzione potrebbero salvarsi.  Nel giro di pochi millenni, inoltre, anche le conseguenze dovute all’introduzione di gas serra nell’atmosfera dovrebbero ridimensionarsi, e così gli effetti delle sostanze inquinanti, se si escludono quelle di tipo radioattivo che come abbiamo visto possono avere un tempo di decadimento molto lungo.

Sicuramente molte nostre testimonianze potrebbero restare intrappolate nel sottosuolo, e quindi preservate dall’azione del tempo… ma non sarebbe per sempre.

Un interessante campo di studio per questo tipo di eventualità è la cittadina di Prypiat, che venne evacuata in conseguenza all’esplosione del reattore 4 di Chernobyl. La natura sta riconquistando i suoi spazi, e sono recenti gli avvistamenti di specie animali “selvagge” che si aggirano tra le rovine, come lupi e vari ungulati. Gli scienziati stanno monitorando la flora e la fauna anche per reperire informazioni sui danni all’ecosistema dovuti al rilascio di sostanze radioattive.

Ciò dimostra che, pur essendo questo un caso ben lontano dalla devastazione di un conflitto nucleare su vasta scala, c’è la possibilità che la natura possa in qualche modo rimediare alle ferite inflitte dall’uomo.

Il rischio dell’Apocalisse nucleare è sempre dietro l’angolo, anche se negli anni sono stati firmati diversi accordi di non proliferazione nucleare e per il disamo, che hanno portato al Trattato di non Proliferazione Nucleare (TNP) al quale aderiscono 188 paesi. Il fatto che siano ancora migliaia le testate in circolazione fa sì che siano possibili guasti o sabotaggi ai sistemi di gestione, con conseguente lancio di missili e possibili “escalation”, dovute anche al fatto che sono diverse le potenze entrate nel “club atomico”.

In conclusione della canzone l’autore pennella con poche parole il quadro di una terra finalmente rifiorita con boschi e una natura che ha sanato le ferite della guerra, libera dalla nostra presenza: forse Guccini è stato fin troppo ottimista, perché non è detto che il colpo inferto da un conflitto del genere potrebbe essere mai sanato.

E allora, alla luce di tutto ciò, appare ancora più insensato il fatto che ancora ci siano in giro ordigni così potenti e devastanti, tanto da far sì che una volta premuto il famoso “bottone rosso” non sia più possibile tornare indietro.

Abbiamo il vaso di Pandora in salotto, facciamo in modo di non aprirlo!!

La canzone è stata cantata, oltre che dall’autore, dai Nomadi e dal gruppo dei CCCP/CSI, in una versione particolarmente “cupa” e toccante.

Note

  • [1] Georges Charpak & Richard L. Garwin, Il fuoco del 2000. L’energia nucleare nel terzo millennio, Baldini & Castoldi, Milano, 1999.
  • [2] Fred R. Shapiro (a cura di), The Yale Book of Quotations, Yale University Press, New Haven & London, 2006, p. 229.

Si ringrazia Albino Quaranta per i contributi all’articolo

TESTO
Vedremo soltanto una sfera di fuoco,
più grande del sole, più vasta del mondo;
nemmeno un grido risuonerà,
solo il silenzio come un sudario si stenderà
fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo.
Poi per un anno la pioggia cadrà giù dal cielo
e i fiumi solcheranno la terra di nuovo,
verso gli oceani correranno,
e ancora le spiagge risuoneranno delle onde,
e in alto nel cielo splenderà l’arcobaleno,
ma noi non ci saremo.
E catene di monti coperti di neve
saranno confine a foreste di abeti
mai mano d’uomo le toccherà,
e ancora le spiagge risuoneranno delle onde
e in alto, lontano, ritornerà il sereno,
ma noi non ci saremo.
E il vento d’estate che viene dal mare
intonerà un canto fra mille rovine,
fra le macerie delle città,
fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà
fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo,
ma noi non ci saremo.
E dai boschi e dal mare ritorna la vita,
e ancora la terra sarà popolata,
fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni
e ancora il mondo percorrerà
gli spazi di sempre per mille secoli almeno,
ma noi non ci saremo.

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