A che punto è la notte 29 – Draghi, sirene e altri criptidi

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Con questa rubrica facciamo il punto sui mysteri di vecchia data, che esercitano ancora tutto il loro fascino pur essendo già stati smentiti e razionalmente spiegati. 

1 – La sirena delle Fiji

Grande classico della criptozoologia e delle leggende metropolitane, la storia della Sirena delle Fiji annovera fra i suoi protagonisti nientemeno che P.T. Barnum, l’impresario circense celebre per aver portato in tour in tutto il mondo quelli che spietatamente allora si chiamavano solo freaks.

In questo caso specifico, però, i resti della presunta sirena – per i quali Barnum pagava un affitto settimanale al proprietario che a sua volta li aveva acquistati dagli eredi del capitano Samuel Barrett Edes, il quale ne era entrato in possesso per la modica cifra di 6000 dollari nel 1822 – furono esposti per lo più nel museo di Barnum stesso, dopo un breve periodo a New York. Il museo però rimase coinvolto in alcuni incendi, e in uno di questi si crede sia andata bruciata anche la sirena, sebbene vi sia molta incertezza su questa versione dei fatti: esistevano ed esistono infatti molte copie del criptide e non avendo foto di quello originale è difficile stabilire se uno qualsiasi di essi sia quello sopravvissuto alle fiamme. Molti ritengono che possa trattarsi di quello attualmente esposto all’Harvard’s Peabody Museum of Archaeology and Ethnology e che le differenze rispetto alle descrizioni della sirena di Barnum (per esempio nella posizione delle braccia) dipendano dai danni provocati dal fuoco.

Ma che cos’era poi alla fine questo misterioso criptide? Vallo a sapere: senza resti né documentazione fotografica a disposizione, e potendosi basare solo sui resoconti d’epoca è difficile dare una risposta. Si possono solo avanzare ipotesi, tra le quali la più probabile è che si trattasse di un torso di scimmia cucito a una coda di pesce, che qualche furbo pescatore giapponese aveva messo insieme per spillare un po’ di soldi a chi volesse vederlo (o comprarlo).

Perché poi il mito delle sirene sia così incredibilmente duraturo è qualcosa che personalmente non riesco a spiegarmi del tutto.

 2 – Il drago in formalina

Questa storia me la ricordo piuttosto bene, ché davvero ebbe un’eco sorprendente e fu ripresa da giornali, tv e siti web.

A dicembre 2003, David Hart, nipote di un ex custode del Natural History Museum di Londra, trovò nel suo garage alcuni oggetti appartenuti al nonno e lì dimenticati da tempo: fra questi, anche un vaso di vetro sigillato e contenente quello che sembrava a tutti gli effetti un feto di drago.

Insieme all’amico Allistair Mitchell, Hart esaminò il vaso e i documenti che lo accompagnavano, dai quali si deduceva che il campione era stato inviato al museo verso fine Ottocento da alcuni scienziati tedeschi che speravano in questo modo di ingannare le loro controparti britanniche per poi farsene gioco. Gli inglesi non abboccarono e, reputandolo falso, chiesero al nonno di Hart di riporlo nei magazzini del museo.

Quando il vaso tornò alla luce nel nostro secolo, tuttavia, la perfezione dell’animale che vi era conservato in formaldeide suscitò grande clamore e qualcuno sperò nella possibilità che, tutto sommato, invece i tedeschi avessero mandato ai loro rivali un vero cucciolo di drago, che avrebbe provato definitivamente l’esistenza della specie.

Mitchell, che era molto più attivo di Hart nel presentare il drago ai giornalisti, si rifiutò di far aprire il vaso per sottoporre il reperto ad analisi accurate e avanzate, e questo rese ancora più sospettosa la già nutrita schiera di drago-scettici. Addirittura, il team invitato da Giacobbo a Voyager (c’è da dire che per una volta furono chiamati studiosi veri) lo identificò facilmente per quello che era, una bufala.

Ma chi aveva creato un così accurato manufatto e a che scopo?

Bastarono pochi mesi perché tutta la verità venisse a galla: il drago era stato creato da Crawley Creatures, uno studio inglese specializzato in effetti speciali, ed era stato commissionato da Mitchell stesso (in effetti suonava un po’ strano che a rinvenire il reperto fosse stato Hart ma a parlarne ovunque fosse l’amico). A che pro? Ottenere visibilità e lanciare la propria carriera di scrittore, cosa che almeno sul momento gli riuscì abbastanza, visto che al termine della vicenda Mitchell firmò un contratto con la Waterstone’s.

(Sul successo dell’operazione nel lungo periodo verrebbe invece da dire che non sia stato altrettanto solido: le recensioni della trilogia che Mitchell ha poi pubblicato con lo pseudonimo P.R. Moredun sono piuttosto tiepide.)

Anche la storia del nonno custode al museo, dei documenti tedeschi e del fortunoso ritrovamento del vaso erano una serie di invenzioni, per dare una patina di credibilità alla bufala che faceva da sostegno alla sua bufala.

3 – Aleshenka e Ata

Districarsi nei molti rivoli in cui si è dipanata la storia di Aleshenka (o Alyoshenka) non è semplicissimo, ma è molto istruttivo: si mettano per esempio a confronto la pagina della wikipedia in inglese e quella della wikipedia in italiano per vedere come bastino poche parole per far scivolare una versione razionale e concreta in una storia di feti alieni rubati dai Servizi Segreti.

La grande maggioranza di coloro che se ne sono occupati, ovviamente, viaggiavano più sull’onda aliena che su quella terrestre, e il loro racconto narra più o meno questo: nel 1996 un’anziana donna russa trova in un prato vicino casa una strana creatura dalle fattezze indiscutibilmente aliene, che porta a casa con sé per prendersene cura. Alcuni giorni dopo, se non addirittura settimane, qualcuno fa ricoverare la donna in un istituto per malattie mentali e la creatura, Aleshenka, muore. Un amico della donna preleva il cadaverino e lo trasporta a casa propria, dove viene visto da un poliziotto che stava eseguendo un’indagine per furto: le riprese e le foto fatte dalla polizia locale sono tutto ciò che ci rimane di Aleshenka, poiché di lì a poco il corpo scomparve nel nulla e non si è mai saputo che fine abbia fatto, anche se qualcuno sarebbe pronto a giurare di aver visto un’astronave madre tornare a prendere i poveri resti. La leggenda narra che i due medici chiamati ad analizzarlo abbiano dichiarato che non potesse trattarsi di un feto umano abortito o con malformazioni e che il successivo esame del DNA – condotto sui resti messi a disposizione dalla polizia – ne abbia escluso l’origine umana, tanto più che in tal caso non sarebbe mai potuto sopravvivere diversi giorni come invece aveva fatto.

Questa è la sequenza lineare della storia, perché, come dicevamo, ci sono versioni contrastanti, con dettagli inconciliabili fra loro e molta confusione: la migliore ricostruzione della sequenza degli eventi è quella proposta dall’autore del sito Forgetomori, che ha raccolto anche l’opinione dell’ufologo russo Mikhail Gershtein, secondo il quale – udite udite – non c’è niente di alieno o inspiegabile nella vicenda.

Secondo la ricostruzione scettica, i fatti nudi e crudi sono più o meno i seguenti:

  • Tamara Vasilievna Prosvirina trova in un campo vicino casa una creatura;
  • la donna viene ricoverata in ospedale;
  • i resti della creatura vengono prelevati da Vladimir Nurdinov;
  • la polizia trova i resti;
  • il corpo viene sottoposto ad analisi mediche e nulla di sensazionale emerge dai risultati;
  • il corpo è scomparso.

Secondo il rapporto della polizia, inoltre, Nurdinov ha lavato con l’alcol e lasciato al sole il cadaverino e questo spiegherebbe l’aspetto particolare della pelle.

Quindi: un’anziana con turbe mentali trova un feto abortito e lo porta con sé a casa. Viene ricoverata poco dopo in un istituto, e un suo amico si reca a prelevare il cadavere, che poi mostra alla polizia (forse lo tratta chimicamente per spacciarlo deliberatamente come alieno – e magari guadagnarci sopra). La polizia lo fa sottoporre ad esami medici, che concludono trattarsi per l’appunto dell’aborto, probabilmente spontaneo, di un feto con malformazioni derivanti dall’incidente nucleare verificatosi in zona a fine anni ’50.

Ma come avviene spesso in questi casi, la tragica forma di piccoli cadaveri è un’occasione irresistibile per quanti desiderano credere ai visitatori delle stelle. Come abbiamo visto nel precedente articolo dedicato ai criptidi, Lloyd Pye rimase convinto tutta la vita che il cranio dello “StarChild” fosse alieno e non di un bimbo morto di idrocefalo, ma esistono altre storie molto simili, che continuano a ottenere una certa risonanza.

Fece molto scalpore per esempio il rinvenimento di Ata, una creaturina alta poco più di 12 cm, con sole dieci costole e un cranio molto allungato, rinvenuta fra i resti di una chiesa abbandonata nel deserto di Atacama. Molti hanno affermato senza ombra di dubbio che fosse di origine aliena, addirittura è stato lanciato con successo un crowd-funding che ha raccolto denaro sufficiente a girare un film dedicatogli, e molti continuano a credere a questa ipotesi, nonostante sia stato possibile condurre un test sul DNA (rinvenuto in abbondanza sul corpicino) che ne ha identificato tanto l’origine umana quanto quella geografica (Sud America). Tuttavia, non è stato possibile individuare in maniera univoca le malformazioni di cui il feto sembra essere affetto (forse oxicefalia), tanto che alcuni sostengono che non ve ne siano affatto.

Personalmente, mi colpisce molto il dettaglio della stoffa chiusa da un nastro in cui Ata sarebbe stato rinvenuto: mi fa pensare in tutto e per tutto a una madre che ha abortito di nascosto e ha poi comunque voluto seppellire il figlio perduto.

Immagine in evidenza: Sirena delle Fiji pubblicata nel 1842 sul New York Herald (Public Domain, via commons.wikimedia.org)

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