Pagine scettiche – Giro di vite, di Henry James

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Questa rubrica è dedicata a libri e film usciti ormai da qualche anno e che trattano il sovrannaturale e lo scetticismo in maniera diversa e inattesa. Naturalmente, gli articoli contengono spoiler e anticipazioni per chiunque non abbia letto o visto le opere trattate.

Fra le molte ragioni per cui Henry James è giustamente passato alla storia della letteratura, non si annovera il suo essere l’anima della festa: i romanzi di James sono infatti tutti senza speranza, lucidi e spietati nel giudizio dell’uomo e della società, con personaggi dal percorso inevitabilmente infelice. Anche le sue ghost-stories, piuttosto emblematiche di come il genere è stato sviluppato in Inghilterra fra l’800 e il ‘900, hanno una venatura di disperazione barocca che a volte quasi surclassa l’aspetto più squisitamente orrorifico. Io confesso – ma suppongo si sia intuito – di non averlo mai amato, e di essere una di quelli che prenderebbero la protagonista di Ritratto di Signora, Isabel Archer, e la obbligherebbero alla lettura forzata di Jane Austen finché non si dà una svegliata. Sono quindi arrivata abbastanza tardi alla lettura del celeberrimo Giro di vite, e ho il terribile sospetto di esserci arrivata dopo una citazione dello stesso in CSI – Crime Scene Investigation, ma l’amor proprio mi suggerisce caldamente di non andare a controllare l’informazione e procedere oltre.

Giro di vite è universalmente definito come una delle più belle storie dell’orrore di sempre, ma ancora una volta la mia prima lettura fu piuttosto deludente. La voce iniziale è quella di Douglas che legge il manoscritto lasciatogli da un’amica ormai morta, e vero narratore onnisciente della storia, la governante senza nome assunta da un ricco londinese perché si occupi dei due nipoti rimasti orfani. La giovane raggiunge l’isolata villa nel paesino di Bly, dove vive Flora e dove poco dopo arriva anche Miles, espulso dalla scuola cui è iscritto per ragioni vaghe, su cui l’istitutrice non ha il coraggio di indagare.

La vita scorre serena e quieta, la donna è incantata dai ragazzini così educati e gentili, ma l’idillio viene infranto da due misteriose figure che solo l’istitutrice sembra vedere: la governante della casa, Mrs. Grose, le racconta che si tratta degli spettri della precedente educatrice e del suo amante, anch’egli impiegato presso la villa, che prima di morire si erano molto legati ai bambini. A poco a poco l’istitutrice si convince che anche questi ultimi possano vedere i due fantasmi, e anzi sono in combutta con essi per compiere qualcosa di orribile, pertanto non ne parlano con nessuno: quando cerca di costringere Flora a confessare, la bimba viene colta da febbri epilettiche e condotta altrove dalla governante. L’istitutrice rimane quindi sola con Miles, e finalmente riesce a farsi raccontare cos’è successo a scuola, ma in quel momento compare uno dei due fantasmi e, sebbene la donna cerchi di proteggere il bambino, questi vede lo spettro e le muore fra le braccia.

Fine.

Ai tempi lo trovai un finale molto deludente, che mi ricordava in qualche misura il moralismo latente di Zola in Il sogno, con questa morte improvvisa e molto risolutiva per l’autore più che per i protagonisti. Intendiamoci, il romanzo faceva paura, che è quanto ci si aspetta da una buona ghost-story, ma gli mancava il mordente per il guizzo finale.

9613260460_0f6b32e829_bEro talmente delusa, anzi, che – in maniera per me abbastanza inconsueta – mi misi a leggere la post-fazione, giusto per vedere se sarei riuscita ad appagarmi, e sorpresa!, scoprii che esisteva una nutrita corrente di critici che leggevano Giro di Vite al contrario.

Non si tratterebbe quindi di una storia di fantasmi, ma delle proiezioni psicotiche dell’istitutrice, malata di mente, forse repressa sessualmente (siamo sempre in epoca vittoriana), e che non è dunque la narratrice onnisciente e affidabile che abbiamo creduto fino a quel momento, ma una donna in preda al delirio: lette in quell’ottica, improvvisamente alcune note stonate tornavano al loro posto, ad esempio lo stranimento sempre crescente della giovane verso la bontà dei bambini, che accusa a più riprese di essere falsi ma senza mai portare nessuna evidenza a suffragare l’ipotesi. Sono bambini che si comportano da piccoli adulti, ma in modo dolce e spontaneo; ogni ambiguità, anche nel rapporto con la precedente istitutrice e il suo amante, viene sempre sottintesa solo dalla narratrice e mai dagli eventi, mentre il lettore esterno ne percepisce altra laddove ella non la vede, e cioè nel suo modo di fare verso i bambini, specie Miles, con cui ci sono scambi al limite dell’interazione seduttiva.

Sia chiaro, la critica è tutto fuorché concorde su questa interpretazione. James ha scritto molte altre storie di fantasmi, pertanto non si vede perché questa dovrebbe essere in qualche modo diversa, viene obiettato. Ma qualcuno risponde che è stato anche un acuto narratore della società sua contemporanea, e non si vede perché non avrebbe potuto congiungere i due temi in un’unica storia: l’istitutrice povera che in qualche maniera protegge e “salva” i ricchi rampolli abbandonati a se stessi, gli strani rapporti che si intessono fra padroni e servitori, l’assenza morale e affettiva dei nobili contro la cura e l’affetto dei popolani, sono anche queste critiche più o meno velate a una società che James non condivideva.

Impossibile oggi sapere quale fosse la vera intenzione dell’autore, ed è pertanto con un pizzico di licenza poetica che abbiamo inserito il Giro in questa rubrica, ma la chiave di lettura “scettica” lo rende decisamente più intrigante di quella “al dritto”, semplice e lineare. Se James ha davvero voluto raccontare la paranoia di una donna folle, ha saputo ricreare con una maestria impressionante il lento progredire di questa pazzia, dettaglio dopo dettaglio, ombra dopo ombra, lasciando insoluta la domanda sulla sorte di Miles (l’ha ucciso lei?).

Con questa chiave in mano, tuttavia, la seconda lettura del Giro vi lascerà esterrefatti, incapaci di distinguere voi stessi se e dove finisce la storia di fantasmi e dove inizia la psicosi, chi siano i colpevoli e chi le vittime.

Per una volta, anche le riduzioni cinematografiche sono state all’altezza dell’opera originale: consigliamo in particolare Suspense, del 1961, con Deborah Kerr, e The Others, con Nicole Kidman, del 2001 (quest’ultimo ispirato più che tratto).

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