Religione e superstizione: un punto di vista non umano

scimpanze

Ha fatto di recente il giro dei social media la notizia di uno strano comportamento degli scimpanzé, mai osservato prima e che, secondo alcuni, potrebbe spiegare la nascita della religione negli esseri umani. Ma è proprio cosi?

La strana scoperta è stata opera di un team di 80 ricercatori dell’Istituto di antropologia evoluzionistica del Max Plank di Lipsia, in Germania, nell’ambito di un progetto sulla cultura degli scimpanzé. La storia è questa, raccontata nel blog della ricercatrice Laura Kehoe: mentre il gruppo si addentrava nell’intricata e poco esplorata foresta della Guinea Bissau, la guida locale ha puntato ai ricercatori dei segni lasciati su un albero, attribuendone le cause agli scimpanzé. Una fototrappola fu quindi posta sul luogo per due settimane, producendo risultati inaspettati. La fototrappola mostrava infatti un maschio adulto che si avvicina all’albero, si ferma per un attimo, si guarda intorno e rapidamente batte una pietra contro il tronco dell’albero, prima di allontanarsi rapidamente. Fototrappole poste in prossimità di alberi con segni analoghi hanno dimostrato che si tratta di un comportamento ripetuto da quattro gruppi di scimpanzé non studiati prima in Guinea Bissau, Liberia e Costa d’Avorio, ma non dai gruppi più orientali nel range di distribuzione degli scimpanzé, di cui ne sono stati osservati 34 in tutto. I video dimostrano che si tratta di un comportamento diffuso per lo più nei maschi adulti, che lanciano o battono le pietre solo contro certi alberi cavi, dopo o durante una serie di richiami rituali (detti in modo onomatopeico “pant-hoot”) in crescendo. Nel tempo si accumulano mucchi di sassi all’interno o alla base, che gli autori dello studio ritengono molto simili a quelli trovati dagli archeologi e prodotti a scopi rituali da esseri umani antichi e moderni.

Ci sono tre varianti comportamentali: i sassi possono essere semplicemente lanciati verso l’albero, possono essere usati per colpirlo ripetutamente o possono essere lanciati all’interno di una cavità.

È la prima volta che si osserva un comportamento simile, e sinora due possibili spiegazioni sono state fornite dai ricercatori. La prima possibilità è che sia parte di un’esibizione dei maschi per impressionare gli altri membri del gruppo, per via del rumore prodotto dalla pietra colpendo un albero cavo che rimbomba. Di solito vengono usate allo scopo delle grosse radici, su cui si batte con mani e piedi come su un tamburo, ma le pietre potrebbero essere usate in aree dove le radici non sono ritenute idonee allo scopo. Il comportamento, iniziato così, potrebbe poi essere stato imitato da altri individui e trasmesso su base culturale, perdendo il suo originale significato di display maschile, dato che anche una femmina e un giovane sono stati osservati intenti a lanciare una pietra.

Oppure la soluzione del mistero potrebbe giacere, secondo i ricercatori, in qualcosa di più simbolico e antico. Gli alberi rappresenterebbero una specie di cappella rituale, un modo mistico di marcare il territorio. In Africa occidentale esistono antiche pile di pietre alla base di alberi considerati sacri, accumulate dagli abitanti indigeni della zona, che hanno inquietanti somiglianze con quelle create dagli scimpanzé.

Né il paper su Scientific Report, né Laura Kehoe nel suo blog, parlano mai espressamente di religione, sebbene la ricercatrice dica chiaramente: “forse abbiamo trovato la prima evidenza di scimpanzé che creano una specie di tempio che potrebbe indicare alberi sacri”. Lo studio ha aperto importanti questioni filosofiche, e i media hanno immediatamente concluso che si trattava di scimmie religiose. New Scientist ad esempio titolava “Cosa ci dicono i ‘templi’ degli scimpanzé sull’evoluzione della religione?”. I tabloid erano entusiasti: il Daily Mail titolava: “Le scimmie hanno una religione? Misterioso lancio di pietre negli scimpanzé potrebbe essere un rituale sacro” e PinkNews: “Questi scimpanzé stanno davvero adorando un dio?”

L’interesse non è strano, del resto: gli scimpanzé sono al momento i nostri parenti più prossimi, e in molti si sono chiesti se questo comportamento possa essere una forma di spiritualità ancestrale. Jane Goodall, la donna che ha studiato questi primati per 55 anni e che è l’esperta assoluta sul loro comportamento, si chiede ad esempio: “gli scimpanzé sono così simili a noi, perché non dovrebbero avere qualche forma di spiritualità?” La definizione che lei stessa dà di spiritualità, in questo contesto, è “l’esperienza di apprezzare il lavoro di poteri enormi e ineffabili nel mondo intorno a noi”.

Potrebbe però esserci una terza spiegazione, che mi sembra non sia ancora stata presa in considerazione sebbene si tratti di un fenomeno ben studiato tanto negli altri animali quanto in noi. Nel 1948 lo scienziato americano Burrhus Frederic Skinner stava eseguendo esperimenti sul comportamento dei colombi. Denutrì alcuni di loro fornendogli solo il 25% del cibo necessario e, portatili alla fame estrema, li mise in una gabbia da soli. Nella gabbia c’era un dispositivo temporizzato che si apriva a intervalli regolari fornendo loro piccole quantità di cibo. Se l’intervallo di tempo era abbastanza breve, il colombo nella gabbia associava (erroneamente) un certo comportamento all’apertura dello sportellino. C’erano così colombi che facevano un giro antiorario su se stessi, altri che facevano un particolare movimento di sollevamento del collo e così via, credendo che il comportamento avrebbe portato alla ricompensa. Questo era possibile grazie a un falso rinforzo positivo. Se la prima volta lo sportellino si apre mentre il colombo solleva il collo, e la seconda volta anche, il colombo associa le due cose. Skinner definì i suoi colombi “superstiziosi”, e di esempi di animali superstiziosi ce ne sono parecchi, a cominciare da Homo sapiens. Il comportamento dei colombi è esattamente equivalente a vedere un gatto nero una volta e prendere una distorsione a una caviglia, vedere un gatto nero una seconda volta e magari fare un lieve incidente in auto. Da allora in poi un gatto nero porterà per sempre sfortuna, anche se alla vista dei successivi diecimila gatti neri non ci succede nulla di male.

Secondo uno studio pubblicato su Animal Behaviour, l’uso (superstizioso) di informazioni incomplete potrebbe essere il prodotto collaterale di un comportamento evolutivamente utile che riduce il rischio di evitare di non sfruttare una relazione causale realmente esistente. Secondo gli autori, di fronte a ogni azione l’individuo deve decidere se lanciarsi a sfruttare la possibilità anche con informazioni incomplete o se invece è il caso di esplorare e investigare meglio la situazione. Lo studio stabilisce che l’instaurarsi di una superstizione è possibile quando il costo di quest’ultima è basso rispetto ai benefici percepiti, e quando le informazioni e credenze precedenti suggeriscono che la superstizione sia vera.

Alla luce di tutto questo, mi chiedo come mai non sia stata esplorata per gli scimpanzé la possibilità che il lanciare pietre sia un comportamento superstizioso, anche dato il basso costo nell’eseguirlo, invece che un comportamento religioso tout-court. Richard Dawkins probabilmente direbbe che tra le due cose non c’è una reale differenza, ma per molti esseri umani la differenza è palpabile. Il problema qui è quindi l’antropomorfizzazione del comportamento degli scimpanzé. Molti non li percepiscono come una specie che si è evoluta parallelamente a Homo sapiens negli ultimi cinque milioni di anni, e che quindi ha imboccato strade adattative congrue alla propria biologia e al proprio ambiente, ma come parenti poveri e sfortunati che sono rimasti indietro, ma se gli si da un po’ di tempo magari un giorno diventeranno come noi.

Se in Homo sapiens, una specie dalle capacità di astrazione e simboliche altissime, il passaggio dalla meraviglia per una cascata alla santificazione della stessa e al conferirle proprietà metafisiche è un passaggio naturale che è avvenuto infinite volte nella nostra storia, è forse un po’ scorretto pensare che questa associazione debba avvenire identica in altre specie: per quanto simili a noi, la loro architettura cerebrale è differente e adattata a situazioni e modi di vivere differenti. Gli scimpanzé del resto hanno fatto a meno, per quel che ne sappiamo, di digiunare in Quaresima e fare sacrifici e fioretti alle cascate per gli ultimi cinque milioni di anni, almeno da quando i loro antenati si son separati dai nostri, e non è chiaro perché dovremmo attribuire loro il nostro profondo senso di religiosità, trent’anni prima, si stima, che i nostri comportamenti li portino alla completa estinzione in natura.

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