Speciale “Museo Lombroso”: Musei, complotti, razzismo e antisemitismo, un approfondimento

Copertina_speciale_museo_lombroso

TORNA ALL’INTRODUZIONE DELLO SPECIALE

Antonio Mosca ha insegnato epistemologia alla facoltà di Medicina di Paris 7  e analisi dei discorsi nel corso di Linguistica dell’università Paris 3 Sorbonne. Cesare Lombroso è parte del corso di cultura e storia italiana che tiene attualmente agli studenti di giurisprudenza e scienze politiche dell’università di Paris 2.

La polemica sui resti umani nei musei

L’eredità storica del colonialismo e del razzismo, che coinvolge non solo l’Italia ma tutta la contemporaneità, è un banco di prova fondamentale per il (recentissimo) paradigma della dignità umana e dei diritti fondamentali della persona, come anche per la scienza storica e antropologica. In tal senso le polemiche sorte recentemente a proposito dei resti del brigante Villella, esposti nel museo Lombroso e richiesti dal comune calabrese di origine di Motta Santa Lucia, ripropongono problemi e dibattiti per nulla inediti e già affrontati all’estero in casi per molti versi analoghi. Il caso più noto è senz’altro la querelle di cui sono stati oggetto in Francia i resti della sudafricana Sarah Baartmann, più nota come “Venere nera”, morta nel 1815 dopo essere stata esposta per tutta la vita in Europa come un fenomeno da fiera; il celebre naturalista francese Georges Cuvier, dopo aver effettuato una minuziosa autopsia che arrivava alla conclusione della vicinanza biologica alle scimmie della “razza ottentotta”, cui la signora Baartmann era supposta appartenere, decise di conservarne i resti (genitali, scheletro e cervello), che rimasero pubblicamente in mostra nel Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974. Dopo diverse vicissitudini le spoglie di Sarah Bartmann, oggetto di una richiesta diretta da parte del Presidente sudafricano Mandela, vennero restituiti dalla Francia al Sudafrica nel 2002, e ricevettero alfine una sepoltura nella provincia d’origine della donna.

La Belle Hottentot, a 19th century French print of Baartman

“La Belle Hottentot” una stampa francese ottocentesca raffigurante Sarah Baartman

Il caso di Sarah Baartmann, i cui resti certo costituivano per il Musée de l’Homme, occorre ricordarlo, un importante documento storico, rappresenta dunque un precedente importante in favore della richiesta di restituzione dei resti del brigante Villella alla sua comunità di origine. Il caso Villella è oltretutto molto più recente, e scientificamente di giustificazione molto più difficoltosa, poiché occorre ricordare che mentre Cuvier era un naturalista pre-darwiniano, cui si devono per altro tassonomie rigorosissime ancora oggi in vigore, Lombroso formula le sue teorie erronee dopo la pubblicazione della teoria di Darwin, e anzi facendo di questa un uso assolutamente fuorviante. Insomma: alla luce del caso del caso dei resti della “Venere nera”, la richiesta di restituzione dei resti di Villella appare, politicamente e scientificamente, fondatissima.

 

Ciononostante, rimane una differenza fondamentale: mentre il razzismo nei riguardi dei neri africani si è accompagnato a veri e propri crimini contro l’umanità (tratta degli schiavi, apartheid), il razzismo antimeridionale, innegabile e “scientificamente” razionalizzato da Lombroso e dal suo allievo Niceforo, per quanto costellato nel periodo postunitario da leggi speciali, da scelte economiche improntate a un certo colonialismo interno, e anche da veri e propri crimini di guerra, non ha mai implicato dei crimini contro l’umanità, né tanto meno un “genocidio” nei confronti degli italiani meridionali. Al di là degli usi più o meno estesi e metaforici del termine “genocidio”, occorre ricordare che un genocidio reale è un avvenimento, gravissimo, dalla portata ben precisa, e altrettanto precisamente stabilito, in termini sia storici che giuridici: l’uso puramente metaforico che fanno di questa parola gli attivisti “sudisti” del comitato No Lombroso è, dunque, storicamente e giuridicamente falso. Oltre che falso, esso appare anche e soprattutto politicamente ideologico, e senza alcun dubbio dannoso e controproducente per porre in termini finalmente corretti l’ahimè sempre attualissimo problema storico, e politico, della questione meridionale.

La richiesta di chiusura del museo Lombroso

CARCERATI_1

Una sala del museo “Cesare Lombroso”

La natura puramente identitaria e memoriale della questione traspare con chiarezza dalla richiesta di chiusura del Museo Lombroso, effettuata dal Comitato No Lombroso: per quanto questo comitato si presenti come “tecnico”, esso non entra minimamente nel merito del senso storico e documentario del Museo, né tanto meno si preoccupa di discutere le modalità atte a migliorare tale o tal altro aspetto storico e scientifico della presentazione dei reperti o dei documenti del Museo. Il Museo Lombroso va chiuso perché, semplicemente, non è visto come un Museo, ma come un monumento, dedicato alla commemorazione della persona di Cesare Lombroso – non a caso, la richiesta di chiusura del Museo si accompagna significativamente e coerentemente a una richiesta di ritiro di tutte le vie dedicate a Lombroso nei comuni italiani. In un’ottica identitaria e memoriale, monumentale, non vi è spazio per la problematizzazione storica e scientifica – non vi è spazio, insomma, per un Museo, qual esso sia. Vi è spazio solo per dei monumenti memoriali, luoghi di liturgia identitaria di esclusiva gestione e proprietà delle “comunità” che vogliono appropriarsi di tale memoria. Quello che è a rischio, dunque, non è tanto il Museo Lombroso, quanto l’idea stessa del Museo come luogo e spazio pubblico di problematizzazione e di appropriazione scientifica – sarebbe a dire universale, di tutta la società – della storia. Appare qui chiaramente l’opposizione fra storia memoriale e storia scientifica, denunciata negli ultimi anni dagli storici più eminenti (Pierre Nora, Sergio Romano, Carlo Ginzburg, Hobsbawm, Pomian, Le Goff…) nell’appello di Blois.

Occorre ricordare che ciò che fa il rigore scientifico dello storico non sono i semplici “fatti”, bensì la maniera in cui i fatti vengono letti nei documenti, e dispiegati in quegli altri documenti che sono le produzioni scientifiche – libri, saggi – dello storico. La libertà dello storico nell’accesso ai documenti va di pari passo con la sua libertà di formulare e presentare le ipotesi storiche, ed è tale libertà a fondare la possibilità di una critica pubblica e scientifica dei documenti e delle ipotesi. Ciò che è a rischio con una chiusura del Museo Lombroso non è tanto l’accesso pubblico alle collezioni lombrosiane, quanto la rimozione pura e semplice del discorso esplicativo e scientifico che i curatori del Museo hanno elaborato, in maniera autonoma e originale, a partire da quelle collezioni: tale discorso, del quale ovviamente è legittimo criticare gli autori, che ne assumono la piena responsabilità intellettuale e scientifica, non è criticato dal Comitato No Lombroso, ma bensì messo sotto accusa, indipendentemente dal suo senso storico e scientifico, quale esso sia. Proprio in tale rimozione della possibilità stessa di una critica sta l’estrema violenza, l’estrema prepotenza – sociale e politica – dell’appello per la chiusura del Museo Lombroso.

È importante misurare quali siano le conseguenze di tutto ciò. L’operazione sottesa alla richiesta di chiusura del Museo Lombroso, operazione identitaria e memoriale di appiattimento e riduzione del museo e dei documenti storici a meri monumenti, apre la porta a dinamiche di vera e propria finzione pseudo-storica – dinamiche che si rivelano non solo false, ma anzi, più precisamente, complottiste.

Luogo di studio o di commemorazione? Musei contro monumenti

Il sito del comitato "NO Lombroso"

Il sito del comitato “NO Lombroso”

I movimenti sudisti identitari mettono in avanti, tramite la loro richiesta di chiusura del Museo Lombroso, non solo la loro esclusiva “proprietà” della propria memoria, bensì, soprattutto, la pretesa di poterne gestire da soli il racconto. Difatti non è tanto la credenza nel “genocidio meridionale” a giustificare la richiesta di chiusura del Museo, quanto la richiesta di chiusura a attribuire positivamente al Museo lo statuto di prova quasi principe del genocidio in questione. I crani, le maschere e gli scheletri lombrosiani, svuotati del senso attribuito loro dal percorso e le didascalie concepiti dai curatori, si ritrovano così svuotati della loro natura di documenti e costretti in una sceneggiatura fittizia, anzi di finzione, sita a metà strada fra Auschwitz e un pessimo romanzo gotico, e ambientata in una altrettanto fittizia Torino massonica e satanicissima, nei cui cimiteri vagherebbe un Lombroso avidamente alla ricerca di cadaveri (consiglio a tal proposito di leggere le pagine di alcuni membri del Comitato No Lombroso, novelli Eugène Sue, quali Duccio Mallamaci o Salvatore Brosal). Anzi: più che lo sfondo di un romanzaccio, lo spazio del Museo Lombroso, svuotato del senso attribuitogli dai suoi responsabili scientifici, diventa letteralmente il teatro di una vera e propria fantasmagoria, sceneggiata e messa in scena, ex novo, dai No Lombroso.

L’eccessiva semplificazione delle narrazioni identitarie

Il problema non sta tanto nella natura fallace della narrazione storica dei sudisti del Comitato No Lombroso, quanto nella natura logicamente fallace di ogni narrazione di natura identitaria quale quella in questione. La comunità “identitaria” pone al centro della Storia come punto fisso e immobile, anzi inamovibile, la catastrofe “infinita” di cui essa è stata (o crede di essere stata) vittima, catastrofe che sarà stata causata da nemici “esterni”, ovviamente colpevoli e malvagi in maniera parimenti infinita: da quell’unico centro verranno spiegati – anzi misurati, ridotti – tutti gli altri avvenimenti, tutti gli altri fenomeni – storici, sociali, umani; passati, presenti e futuri. Ogni avvenimento sarà interpretato alla luce di quel primo avvenimento, e tale interpretazione rafforzerà la fede nella centralità di quello stesso primo avvenimento. Il ruolo dei monumenti (come è stato ampiamente studiato dagli storici stessi) è qui fondamentale: il monumento, luogo della commemorazione, diventa un vero e proprio luogo sacro, un teatro senza quarta parete ove i membri della comunità da spettatori diventano – credono di diventare –  attori, e rivivono – credono di rivivere – tramite la liturgia della commemorazione, hic et nunc, “qui e adesso”, la narrazione identitaria, come se fosse vera – più che se fosse vera. Una narrazione identitaria composta dunque da due elementi fondamentali: riduzione di tutti i fenomeni a un’unica spiegazione, divisione manichea del mondo in vittime da una parte, e carnefici dall’altra.

Si misurerà quanto un museo – luogo di relativizzazione, di distanziazione, di straniamento, di problematizzazione, insomma, di comprensione – sia, e debba essere, lontano da un monumento identitario.

Commemorazione e teorie del complotto

Soprattutto, tale reductio ad unum (la cui logica ferrea può far funzionare tanto un sistema di pensiero pseudoscientifico come quello tolemaico, quanto dei sistemi pseudoreligiosi come quelli esoterici o gnostici) è appunto il motore della logica pseudoscientifica che sta alla base delle teorie del complotto, ove per teoria del complotto si comprenda appunto la riduzione della comprensione e della spiegazione degli avvenimenti storici a un’unica causa, più o meno “occulta”, inserita in una divisione manichea del mondo e dei fenomeni.

Non è un caso appunto che l’arcipelago dei No Lombroso pulluli di teorie complottistiche, tutte vertenti ovviamente sulla “catastrofe” fondatrice della fine del Regno delle Due Sicilie e della nascita dello Stato italiano. Insomma: quello che è grave nelle posizioni politiche dei No Lombroso non è tanto il “sudismo” o il revanscismo neoborbonico (posizioni criticabili, ma proprio per questo rispettabilissime e perfettamente difendibili nell’agone democratico), quanto la riduzione complottistica degli avvenimenti in questione, e la giustificazione complottistica delle posizioni politiche. Un rapido giro sulle pagine dei membri e simpatizzanti del comitato permette subito di dare un nome ai “colpevoli” che si nasconderebbero dietro i Savoia e il malvagio, perfido Lombroso: mafia, massoneria, gruppi finanziari o bancari segreti, per arrivare ovviamente, guarda un po’ (anche qui i campioni sono i già citati Duccio Mallamaci o Salvatore Brosal) ai Rothschild e ai “sionisti”. Come era prevedibile, tutte le strade del complotto portano al complotto per eccellenza, quello ebraico.

Complottismo e antisemitismo

Non è dunque un dettaglio che il comitato No Lombroso metta in avanti in maniera continua e pervicace l’origine ebraica di Lombroso, fin dalla scelta apparentemente innocente di chiamarlo non Cesare, bensì col suo primo nome di Ezechia. La cosa non può non balzare all’occhio: Lombroso viene da essi continuamente etichettato come “l’ebreo Lombroso”. Quando il Comitato No Lombroso scrive su Facebook, in un post del 15 ottobre scorso, che “Marco Ezechia Lombroso (Cesare), di razza ebraica con tutto il rispetto per gli ebrei, fece ciò che per ognuno di noi è inimmaginabile su questi poveri resti umani, prima di tutto razziandoli ovunque e poi sezionandoli oscenamente per suo proprio capriccio finto-positivista”, vediamo sorgere sullo sfondo torinese del romanzo gotico d’accatto un perfetto avatar classicamente antisemita di Mengele e di tanti ebrei protagonisti di una certa e ben nota letteratura. La scelta delle parole è precisissima: si noterà ad esempio come l’uso del verbo “razziare” permetta, tramite allitterazione, di far passare come se niente fosse l’uso sfrontatissimo, in questo contesto, della parola “razza”.

Soprattutto, nella migliore tradizione delle strategie discorsive complottistiche e antisemite, la strategia è quella dell’allusione. Ad una ingenua commentatrice che consiglia di togliere l’allusione alla “razza ebraica” di Lombroso, il Comitato risponde innanzitutto “Sì, hai ragione” (non modificheranno però il testo di una virgola), per poi aggiungere: “Ma pochi sanno dell’origine etnica di Cesare Lombroso… in questo caso ci è sembrato doveroso comunicarlo, non per razzismo contro gli ebrei, naturalmente!”. Doveroso perché, allora, di grazia?

Anticolonialismo, antirazzismo e antisemitismo. Il teatro e il museo, la ricerca artistica e la ricerca storica

Finiamo con un’ultima osservazione.  Il rischio di chiusura che corre il museo Lombroso, vero e proprio “teatro della scienza”, permette di interrogarsi su come libertà di ricerca e libertà di creazione rappresentino due facce di una stessa libertà fondamentale, quella intellettuale, condizione e garanzia necessaria di ogni critica e di ogni libertà, d’azione e d’espressione. La lotta per i musei, per dei musei scientifici – che non siano dunque, ideologicamente, dei luoghi sacri identitari, ma dei luoghi di vera scienza e di vera ricerca scientifica – è l’altra faccia di un’altra lotta, quella per dei luoghi di pubblica espressione artistica che siano luoghi non di liturgia ideologica, ma di vera arte e di vera ricerca artistica. Il senso del vero e proprio tentativo di censura di cui è vittima attualmente il Museo Lombroso non è purtroppo dissimile dai tentativi anche violenti di censura avvenuti recentemente – soprattutto in Francia – nei confronti di spettacoli teatrali considerati, indipendentemente dal loro senso, come lesivi della memoria o del sentimento di tale o di tal altra comunità.

Brett_Bailey

Brett Bailey

Un caso su tutti, vicinissimo per il tipo di problematica, spicca per gravità: in novembre 2014 lo spettacolo del sudafricano Brett Bailey, interamente imperniato sul tema del razzismo colonialista, sbarca a Parigi (al teatro TGP di Saint-Denis) e viene accolto da petizioni pubbliche da parte di associazioni antirazziste e di discendenti di schiavi, che ne richiedono l’annullamento, e lo paragonano perfino a Mein Kampf. Il giorno del debutto parigino hanno luogo vigorosissime proteste con cori e striscioni all’entrata del teatro, seguite da vere e proprie incursioni violente tese a impedire lo svolgimento dello spettacolo, che avrà luogo alla fine sotto la protezione delle forze dell’ordine. Cosa succede? Brett Bailey è accusato di mettere in scena uno “zoo umano”, come quelli in cui veniva esposta la “Venere Nera” Sarah Baartmann; il suo spettacolo viene presentato nelle petizioni come un’offesa alle memoria delle vittime del crimine contro l’umanità della tratta degli schiavi, e anzi, addirittura, come una riproposizione di tale crimine. Brett Bailey è infatti un sudafricano bianco, e mette in scena nel suo spettacolo, pensato come un percorso museale, dei quadri viventi, muti e immobili, che fa interpretare a attori neri, che recluta in ognuna delle città in cui lo spettacolo viene proposto. Ognuno dei quadri viventi rappresenta una avvenimento o una scena che illustra il razzismo coloniale, e come è prevedibile, non ne poteva mancare uno dedicato a Sarah Bartmann.

African rebellion spreads to France as Exhibit B in Paris is latest to fall - 27 November 2014

Proteste a Parigi per lo spettacolo “Exhibit B” di Bailey, nel novembre 2014

Eppure, tutta la mostra-spettacolo ha come scopo dichiaratissimo, quasi didattico, di “mettere in mostra” non i neri, ma il razzismo coloniale stesso, in un’ottica critica e politica priva d’ogni ambiguità. Brett Bailey è bianco, ma anche antirazzista, come lo è in tutta evidenza, nella maniera più assoluta, il suo spettacolo. E i suoi attori non sono schiavi neri privi di volontà, ma appunto attori e cantanti di pelle nera regolarmente assunti e retribuiti (la maggior parte professionisti), che hanno scelto liberamente e autonomamente di partecipare allo spettacolo, nella maggior parte dei casi proprio perché convinti del suo senso antirazzista. Occorre ricordare che non è per niente facile, per dei “dilettanti”, rimanere immobili su scena per delle ore intere… L’uso dei “quadri viventi” è un espediente di regia e di scrittura che evoca, ovviamente, gli zoo umani dell’Ottocento, ma non certo allo scopo di mostrare ai moderni parigini dei neri come fossero dei fenomeni da fiera, ma anzi per mettere gli spettatori davanti al fatto per molti di loro, oggi, inconcepibile, che tali zoo umani sono esistiti, e farli interrogare su come sia potuto avvenire che siano esistiti. Niente di più banale – e in effetti, si potrebbe al massimo tacciare lo spettacolo di Brett Bailey di banalità, o di eccessiva didascalicità. Ma per accusare Brett Bailey di fare uno spettacolo razzista occorreva fare astrazione da quello che c’è scritto sul foglio di presentazione dello spettacolo, fare astrazione da quello che è stato scritto sotto ogni quadro vivente per spiegarlo, fare astrazione dalla maniera stessa in cui i quadri viventi sono costruiti e interpretati, nonché fare astrazione dal percorso narrativo che conduce da un quadro all’altro, concepito dal regista. Insomma, per accusare Brett Bayley di razzismo occorreva fare astrazione dal senso dello spettacolo tutto, e quindi, letteralmente, negare lo spettacolo, fino alla sua stessa rappresentazione fisica.

Non è un caso infatti che la stragrande maggioranza di coloro che “criticavano” lo spettacolo e non volevano che avesse luogo non lo abbiano visto, e abbiano rifiutato di vederlo. Occorre capire dove sta la coerenza di un tale atteggiamento: una volta identificato e anzi appiattito lo spettacolo al crimine che lo spettacolo rappresenta, è normale che chi rifiuta il crimine rifiuti anche, e soprattutto, di vedere lo spettacolo. Il presupposto nascosto di una tale, abusiva, identificazione tra rappresentazione del crimine e crimine stesso, sta nel considerare la liturgia memoriale come unica e vera modalità di rappresentazione teatrale, e il teatro non come un luogo di problematizzazione artistica, ma come un vero e proprio luogo “di verità”, sacro, dove “veramente”, quasi per transustanziazione laica, il fatto storico evocato si ritrova non solo riprodotto, ma rivissuto dagli “spettatori”, chiamati in verità a un vero e proprio ruolo, attivo, di attori. Lo “zoo umano” messo in scena da Bayley si ritrova così “rimesso in scena” e presentato come se fosse vero per davvero, nella sua originaria forma criminosa. Magicamente, ecco trasformarsi l’antirazzista Bailey in negriero, i suoi professionalissimi collaboratori artistici in schiavi, e il pubblico di parigini colti e engagés (in parte di pelle nera) in una massa di borghesi bianchi e razzisti dell’inizio dell’Ottocento, veri e propri complici del gravissimo – presunto – crimine in questione.

Ciò non significa che una rappresentazione non criminosa dei crimini razzisti colonialisti fosse, per le associazioni che accusavano Bailey, impossibile. Bailey aveva il torto di essere bianco, e di appropriarsi dunque di una memoria che “non gli apparteneva” (come se la memoria del razzismo appartenesse solo alla comunità dei cittadini dalla pelle nera). I suoi attori, professionisti di pelle nera ironicamente ridotti dalle associazioni antirazziste al rango di povere marionette senza volontà né dignità, hanno dal canto loro avuto il torto di affidarsi a Bailey, e di prodursi in un teatro (statale) “di bianchi”, perché diretto da un bianco e con un cartellone di autori per la maggior parte bianchi. Insomma, quello stesso spettacolo sarebbe stato probabilmente accettato se fosse stato creato, organizzato, rappresentato, e insomma “inquadrato”, dalle associazioni in questione, o da un autore “autorizzato” da esse, se possibile in concomitanza con una commemorazione. In assenza di tale possibilità (la rappresentazione degli avvenimenti storici non è ancora, grazie al cielo, di esclusiva pertinenza delle associazioni “guardiane della memoria”), l’unica maniera per le associazioni identitarie d’accettare uno spettacolo di questo tipo era d’inserirlo in uno spettacolo – una liturgia – più generale: la messa in scena pubblica di una “protesta antirazzista” in cui i poliziotti, chiamati in verità a difendere attori e spettatori dal tentativo violento di censurare lo spettacolo, si ritrovano attribuito fra capo e collo il ruolo di “strumenti di repressione”; gli spettatori diventano a loro volta dei collaborazionisti, e allo spettacolo antirazzista in questione tocca il ruolo di crimine razzista contro cui si rivolge la “protesta”. Due piccioni con una fava: in questa maniera lo spettacolo di Brett Bailey diventa per le associazioni una “prova” della persistenza del razzismo coloniale, e dunque una prova della legittimità della loro stessa esistenza.

 

L’operazione pseudopolitica è riuscita, ma a quale costo? Un po’ come coi falsi rimedi medici, una falsa soluzione a un falso problema sociale (ad esempio di razzismo) non può che nuocere alla soluzione delle vere occorrenze del problema in questione. Abbiamo già detto dei rischi di una tale opzione, e del prezzo non solo scientifico, ma anche sociale e politico che occorrerebbe pagare in termini di derive pseudostoriche e complottistiche. Non a caso l’attore-autore francese di teatro più attivo nella rappresentazione identitaria dei crimini coloniali razzisti – Dieudonné – è anche il capofila del complottismo francese più estremista e antisemita. Perché come vuole la logica stessa dei complotti contemporanei, negli spettacoli di Dieudonné la narrazione “storica” del crimine “bianco” e “occidentale” della tratta degli schiavi finisce per trovare la sua brava “spiegazione” attribuendo il ruolo di carnefici schiavisti ad un tipo molto speciale di individui “bianchi” e “occidentali”: ecco apparire su scena, guardate un po’, i soliti noti del complotto ebraico. Il complottismo “antirazzista” francese (erede in verità di quello americano), arriva alle stesse “spiegazioni” del complottismo “antirazzista” italiano, ovvero i Rothschild, i “sionisti”, e altri avatar di “Marco Ezechia Lombroso (Cesare), di razza ebraica, con tutto il rispetto per gli ebrei”. L’operazione è riuscita, sì, come al solito, e pazienza se il paziente è morto.


Speciale “Museo Lombroso”:

Hai gradito questo post? Aiutaci con una