Sinceramente vostro, ora e sempre Jack

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Gli omicidi di Jack lo Squartatore nel poverissimo e malfamato quartiere di Whitechapel avvennero in questo stesso periodo dell’anno 1888. Cinque sono le vittime concordemente attribuitegli (le cosiddette “canoniche”), tutte prostitute della zona sgozzate, mutilate e abbandonate per strada o nelle stanze in cui vivevano. Gli studiosi e appassionati del caso si dividono sul ricondurgli o meno altri cadaveri dell’epoca, uccisi e smembrati con un modus operandi simile al suo.

E’ difficile trovare un caso criminale che abbia suscitato un così duraturo e tuttora vivo interesse nell’immaginario collettivo. Sono esistiti altri assassini seriali, anche più efferati, ugualmente rimasti sconosciuti, eppure nessuno ha mai esercitato il fascino di Jack.

Forse per quelle lettere che arrivavano direttamente dall’inferno, forse perché le nebbie dell’epoca vittoriana si prestano facilmente a farsi popolare da ombre insanguinate avvolte in un mantello, forse perché è stato uno dei primi casi in cui un assassino ha parlato per voce propria (o presunta tale), sta di fatto che a 126 anni di distanza dal massacro di quelle prostitute in tutto il mondo ancora si elaborano teorie e si dibatte sull’identità di Jack The Ripper, spesso più per vendere libri che su basi scientificamente solide.

Ed è sorprendente che ne escano ancora di nuove, vista la mole di ipotesi già scandagliate: medici di corte, nobili, malati mentali, scrittori, pittori, macellai, donne, assassini diversi fra loro. Quella del medico è stata una delle più gettonate, perché si credeva che i cadaveri fossero stati mutilati con precisione chirurgica, sebbene l’assassino si sia invece accanito brutalmente, strappando via arti e organi; ma anche il nipote della regina Vittoria e Lewis Carrol hanno avuto uno zoccolo duro di sostenitori. Qualcuno dice anche che abbia investigato in proprio, inviando alla Polizia una lettera andata perduta e contenente l’identità del’assassino, anche il dottor Joseph Bell, ispiratore di Arthur Conan Doyle nella creazione di Sherlock Holmes, la cui prima avventura era stata pubblicata l’anno prima.

Jack the Ripper bannerSi trattava anche di un periodo in cui la scienza forense cominciava a fare grandi passi in avanti, e forse le cose sarebbero andate diversamente se la Polizia avesse utilizzato qualcuna delle nuove tecniche che erano state identificate, oltre alla tracciatura di un profilo psicologico ad opera di Thomas Bond (in tempi più recenti, anche John Douglas ne ha realizzato uno). Si scelsero invece sistemi più rodati e noti, con metodi che oggi fanno semplicemente rabbrividire, si pensi ad esempio al Sovrintendente che ordina a un passante di cancellare il graffito di Goulston Street, del quale non vi è quindi una versione univoca, ma che comunque parlava di ebrei da incolpare (se poi sia stato veramente vergato da Jack, questa è un’altra storia).

Il fallimento delle indagini esasperò un’opinione pubblica già inferocita, attirando l’attenzione sulle disperate condizioni dei quartieri più poveri e portando il Governo a prendere provvedimenti per sgomberare e riqualificare la zona degli omicidi.

Nel film From Hell, addirittura, gli sceneggiatori fanno dire a Jack che di lui si dirà che ha dato vita al Ventesimo Secolo: esagerazione cinematografica, ovvio, ma che lo Squartatore sia una sorta di malsana icona pop è ormai fuori discussione.

Come periodicamente accade, gli omicidi di Whitechapel sono tornati di nuovo alla ribalta in questi giorni per la dichiarazione (e libro a seguire) rilasciata da Russell Edward al termine di un’indagine svolta in proprio. Edward – proprietario di un negozio di souvenir sul tema – è entrato in possesso di uno scialle che si presume sia appartenuto alla seconda vittima di Jack, Catherine Eddowes: l’analisi del DNA mitocondriale avrebbe individuato sulla stoffa tracce della Eddowes e di Aaron Kosminski, uno dei sospetti dell’epoca. Sebbene si tratti di mtDNA, e manchi quindi la caratteristica di unicità del DNA “puro” poiché il DNA mitocondriale può essere condiviso da decine di migliaia di persone, è certamente degno di nota il fatto che su uno stesso pezzo di stoffa si ritrovino tracce genetiche di una vittima e di un sospetto. Non una prova conclusiva, ma sicuramente una delle più significative prodotte finora.

Oppure no?

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Edward non ha sottoposto la sua indagine a una rivista scientifica o a un team di esperti, ha scritto un libro e ha rilasciato dichiarazioni al famigerato Daily Mail; questo è bastato per far rizzare le antenne a “ripperologi“, scettici e debunkers, e anche dalle primissime analisi emergono alcuni dettagli stonati: lo scialle, piuttosto pregiato, è davvero appartenuto a Catherine Eddowes? Davvero è stato portato a casa alla moglie da Amos Simpson, agente della Metropolitan Police, corpo di polizia diverso da quello cui era stato assegnato il caso? Come mai non ce n’è traccia nei rapporti dell’epoca?

Quante persone hanno toccato e contaminato lo scialle nel corso degli anni (come fanno notare in un commento sul forum Casebook: nella foto Edward solleva lo scialle senza guanti)? Le identificazioni dei discendenti da cui sono stati prelevati i campioni di DNA sono certe? Come è stata condotta l’analisi? L’esame del DNA dà sempre risposte incontrovertibili? Ma soprattutto, che rilevanza ha la compresenza di materiale genetico di una prostituta e di un abitante del quartiere che potrebbe esserne semplicemente stato cliente?

Impossibile esprimere un giudizio definitivo fintantoché i risultati di Edward non saranno sottoposti a peer-review e non saranno svolti ulteriori e forse più rigorosi esami.

Per ora, Jack The Ripper continua a rimanere senza volto, anche se le moderne tecniche di indagine forense ci fanno sperare che prima o poi la nebbia di Whitechapel si diradi.

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