Stamina, il protocollo segreto

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Tutto quello che abbiamo raccontato finora non importerebbe nulla se il metodo funzionasse. Lo diciamo sempre che «un vero scienziato accetta qualsiasi fenomeno, anche se inspiegato, purché sia accertato». Davide Vannoni potrebbe benissimo aver aggirato con disinvoltura leggi e regolamenti, aver messo a rischio i suoi pazienti con cure di dubbia sicurezza, aver lucrato sulla malattia e sulla disperazione, essere perseguito dalla legge per questo e, allo stesso tempo, aver messo a punto un metodo innovativo ed efficace per la cura di alcune malattie neurodegenerative.

Camillo Ricordi è un diabetologo di fama mondiale che ha offerto a Stamina i suoi laboratori di Miami, attirandosi le critiche della comunità scientifica. Ha sostenuto che bisognava mettere da parte la cronaca e concentrarsi sulla verifica sperimentale, e aveva perfettamente ragione; ma la sua proposta non sarebbe purtroppo servita a risolvere i dubbi sull’efficacia del metodo. Proviamo a vedere perché.

Chi segue il CICAP da tanti anni sa che siamo abituati ad avere a che fare con sperimentazioni su argomenti controversi e che, sempre più spesso, ci occupiamo di pseudoscienze. Alcune delle cose che abbiamo imparato, magari occupandoci di veggenti e spiritisti, valgono però in generale: una di queste è quante insidie e trabocchetti si nascondano anche nei migliori esperimenti.

Che cosa sappiamo del “metodo Stamina”? Molto poco. Abbiamo le domande di brevetto che descrivono molto sommariamente una tecnica per estrarre e coltivare cellule staminali mesenchimali e un trattamento a base di acido retinoico per indurre il differenziamento neuronale. Poi abbiamo il rapporto dei NAS e il testo dell’ordinanza dell’AIFA, stralci di analisi effettuate dal laboratorio degli Spedali Civili di Brescia, qualche dato pubblicato su Facebook, indiscrezioni e dichiarazioni dei medici che effettuano le infusioni.

Sulla base di queste informazioni, cerchiamo di ricostruire schematicamente i passaggi del “metodo” in atto a Brescia, ricordandoci che quelle di Brescia sono le condizioni più controllate di tutta la storia di Stamina:

  1. carotaggio osseo sul paziente o su un parente (a cura degli Spedali)
  2. estrazione e messa in coltura delle cellule staminali (a cura di Stamina)
  3. coltivazione e espansione delle cellule (a cura di Stamina)
  4. test di caratterizzazione, vitalità e microbiologici (a cura degli Spedali)
  5. crioconservazione delle fiale che saranno usate per ogni infusione (a cura di Stamina)
  6. scongelamento (a cura di Stamina)
  7. test di caratterizzazione, vitalità e microbiologici (a cura degli Spedali)
  8. trattamento con acido retinoico e etanolo per almeno due ore (a cura di Stamina)
  9. infusione endovenosa e intratecale (a cura degli Spedali)

Non notate niente di strano? Noi sì. Tra l’ultimo controllo effettuato dal laboratorio degli Spedali di Brescia (al passaggio 7) e l’infusione delle cellule (al passaggio 9) c’è un passaggio (il numero 8) che prevede la manipolazione e il trattamento delle cellule a cura di Stamina.

I medici stessi dell’ospedale di Brescia hanno dichiarato di non sapere che cosa infondono ai loro pazienti e, per avere conferma, l’abbiamo chiesto a Vannoni stesso. Potete vedere qui la conversazione su Twitter:

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Che cosa può succedere in quelle ore? Beh, di tutto. Proviamo a vedere un paio di ipotetiche possibilità:

  1. I biologi di Stamina applicano il protocollo descritto nella domanda di brevetto. Il trattamento con una soluzione di etanolo (98%) e acido retinoico (3×10−3 M). L’etanolo ha la funzione di permettere l’ingresso nelle cellule di sostanze che altrimenti non ci entrerebbero. Le sostanze come l’etanolo o, il più diffuso DMSO, agiscono proprio grazie alla loro tossicità perché, di fatto, abbassano le barriere delle cellule. Quindi, per quello che ne sappiamo, le cellule potrebbero uscire dal trattamento danneggiate o subire una riduzione della vitalità (come rilevato dai tecnici che hanno respinto la domanda di brevetto).
  2. I biologi di Stamina applicano un protocollo diverso cambiando le modalità di incubazione e le sostanze utilizzate per il trattamento. In questo caso è tutto come sopra, con l’aggiunta che ogni sostanza “ignota” che si aggiunge alle cellule va ad aumentare la potenziale pericolosità dell’infusione, soprattutto se, come sembra, le cellule sono infuse con tutto il liquido di trattamento, quindi con tutte le sostanze nelle quali sono sospese.

Ma proviamo a pensare a uno scenario, sempre ipotetico, un po’ più estremo. Chi scrive ha una discreta familiarità con le colture di cellule staminali: se volessimo produrre dal nulla una “cura miracolosa” sfruttando l’effetto placebo e le normali oscillazioni delle malattie neurodegenerative, ci preoccuperemmo per prima cosa di limitare il più possibile gli effetti collaterali per non rischiare denunce e controlli. Quindi cercheremmo di non avere fiale contaminate, effettueremmo controlli microbiologici accurati e proveremmo a limitare il più possibile la vitalità delle cellule per evitare effetti indesiderati come la formazione di tumori. Avere cellule poco vitali o morte ci metterebbe al riparo dai tanti possibili effetti collaterali dimostrati in letteratura per questo genere di trattamenti. Quindi potremmo diluire ulteriormente le cellule arrivando ad averne molto poche e magari lasciandole un po’ fuori dall’incubatore, per fare in modo che al momento dell’infusione non siano proprio in forma, qualunque cosa dica il protocollo.
Allo stato attuale delle cose, nessuno se ne accorgerebbe, dato che i controlli sono fatti prima del trattamento.

Attenzione, non vogliamo insinuare che ci sia dolo da parte dei biologi che manipolano le colture cellulari, ma mostrare come sia relativamente facile, se si lavora da soli e senza controlli, alterare il contenuto di un’infusione.

Tutto questo per pensare solo alla prima parte del protocollo, cioè quella che riguarda la preparazione delle cellule: altri controlli ben più sofisticati sono necessari per la seconda fase, quella che parte dal paziente e ne valuta i miglioramenti.

Quindi, quando si pensa a un test indipendente di verifica dell’efficacia di un trattamento bisogna mettere in conto tutto, anche l’eventuale imbroglio, e progettare i controlli di conseguenza. I test di Miami sarebbero stati sufficienti? No. I test descritti da Ricordi avrebbero solo ripetuto e, probabilmente, confermato i dati già raccolti a Brescia, quindi una caratterizzazione delle colture di cellule staminali estratte dal midollo osseo dei pazienti e un controllo microbiologico dei preparati, aggiungendo forse qualche dato sulla caratterizzazione neuronale delle cellule dopo il trattamento, anche se le dichiarazioni di Ricordi in questo senso sono contraddittorie.  Non ci avrebbero detto nulla sul contenuto delle fiale immediatamente prima dell’infusione per il semplice fatto che, come dichiarato da Ricordi stesso, l’FDA, l’equivalente americano della nostra Agenzia del Farmaco, non avrebbe mai autorizzato nessuna infusione. Quindi anche i test di Miami avrebbero saltato i controlli dopo il passaggio numero 8, facendo un atto di fiducia nei confronti di Stamina.

Ma Stamina se la merita questa fiducia?

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