Il mystero dei chiodi della croce

Simcha Jacobovici

Il nome di Simcha Jacobovici, documentarista e produttore canadese (già noto per le sue tesi sul cosiddetto “sepolcro di Gesù” ben poco fondate dal punto di vista storico-archeologico) ha di recente impazzato nei media per una sedicente sensazionale scoperta archeologica.

Jacobovici ha, infatti, dichiarato di aver identificato due chiodi della croce di Gesù in due reperti che sarebbero stati trovati un ventennio fa nel corso dello scavo di alcuni ossari a Gerusalemme, due dei quali riportavano un’iscrizione che li collegava con la famiglia di Caifa, il sommo sacerdote in parte colpevole della crocifissione di Cristo.

La ricostruzione di Jacobovici è questa: i due chiodi da lui visti presso i laboratori della Facoltà di Medicina dell’Università di Tel Aviv sarebbero stati ritrovati presso la tomba di Caifa e sarebbero quelli con i quali Gesù è stato inchiodato alla croce. Tale assunto permette a Jacobovici di abbracciare la tesi di un presunto tardivo pentimento del sommo sacerdote. Caifa, infatti, resosi conto di aver contribuito alla crocifissione di un innocente e per di più ebreo, avrebbe lasciato nella propria tomba, come segno di contrizione, questi due chiodi, a imperitura testimonianza del proprio errore. Scenario suggestivo, che la stampa mondiale non ha esitato a diffondere, insieme alle foto nelle quali Jacobovici mostra con orgoglio i chiodi al centro della propria originale ricostruzione archeologica.

Le stesse foto sopra menzionate sono di per sé sufficienti a far sorgere dubbi sulla ricostruzione di Jacobovici: lo scrittore Roberto Malini, che da tempo si interessa di questioni storiche relative all’area semitica, rileva come i chiodi in questione non presentino nessuna delle caratteristiche tipiche di quelli presumibilmente adoperati per le croci. Dovendo perforare i polsi dei condannati (i palmi delle mani sono insufficienti a sostenere il peso di un individuo) dovevano essere lunghi circa 15 cm e presentare una struttura ad ‘L’ o, quanto meno, una testa molto voluminosa. I chiodi mostrati da Jacobovici non presentano nessuna di queste caratteristiche e appaiono, invece, simili a quelli usati per sarcofagi, bare o corredi funebri, molto frequenti negli scavi di ossari. Pur non venendo da un esperto in materia, l’affermazione di Malini appare ragionevole e condivisibile, perché del tutto compatibile con le nostre conoscenze in merito alla tecnica di crocifissione adoperata dai Romani (qui una trattazione dettagliata del contesto archeologico).

Ma la più autorevole risposta alle fantasiose tesi di Jacobovici viene dall’antropologo Joe Zias, che ha partecipato agli scavi degli ossari in questione ed è stato per lungo tempo responsabile delle collezioni archeologiche israeliane e per oltre una decade dei presunti chiodi della croce. Opponendo la “naked truth” (la nuda verità) alle tesi di Jacobovici, il Naked Archaeologist (l’archeologo nudo), Zias precisa come i chiodi, noti da lunghissimo tempo, siano di provenienza ignota e non abbiano nulla a che vedere con Caifa e la sua tomba.

Ovviamente nonostante Zias e i suoi colleghi abbiano ribadito la loro posizione più e più volte non è stato possibile dissuadere i media dal dare rilievo a una storia così pittoresca e ben calata nel clima dei festeggiamenti pasquali.
Jacobovici, sembra, quindi, nient’altro che un emulo del boccaccesco Frate Cipolla, cultore di improbabili reliquie, dalla “piuma dell’agnolo Gabriello” ai “carboni che arrostirono san Lorenzo” o degli adoratori del cranio di Giovanni Battista dodicenne ricordati da Umberto Eco nel Nome della rosa, simbolo della facilità cui si è disposti a credere a qualsiasi cosa, purché presentata con la giusta dose di autorevole solennità.

Qui Robert R. Cargill descrive nel dettaglio l’infondatezza della teoria di Simcha Jacobovici

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