Accabadora, la signora della buona morte

Articolo di Stefano Demurtas

In Sardegna girano da lungo tempo delle voci relative al delicato e frustrante momento in cui un proprio caro è moribondo e afflitto da una lunga agonia. In questi casi, dopo aver tentato di curarlo, le usanze erano di aiutare il malato tramite preghiere e adornando la stanza e il sofferente di varie immagini e simboli sacri allo scopo di proteggerlo dal male e quindi farlo guarire [1]. Se ciò non fosse bastato, sarebbe stato necessario mettere sotto il suo cuscino “su jualeddu”, cioè un piccolo giogo di legno, che gli avrebbe abbreviato la sofferenza. Si credeva che quel dolore interminabile fosse dovuto a qualche grave torto commesso in passato dal sofferente. Nel contesto di una cultura tipicamente rurale e contadina, la colpa poteva essere quella di aver, appunto, rubato un giogo agricolo altrui o di averlo distrutto, quello di aver spostato le pietre che delimitavano i confini di proprietà o magari l’aver ucciso un gatto, il quale era utile ad allontanare animali infestanti e nocivi quali topi e uccelli.

Ma in quel passato in cui gli ospedali erano pochi e troppo lontani, o quando le cure mediche erano scarse e di gran lunga meno efficaci di adesso, spesso l’agonia non terminava. Cosa fare in questi casi?

Il dolore e il disagio erano pesanti anche per le persone care al malato e, come succede per gli animali da compagnia nella nostra società moderna, il pensiero di metter fine alle sue sofferenze togliendogli la vita, in fondo, non doveva apparire poi così folle. Ma nessuno di coloro che gli voleva bene avrebbe voluto verosimilmente farlo di persona, nessuno dei suoi cari se la sarebbe sentita di avere sulla coscienza quel gesto estremo.

È qui che entrava in gioco una misteriosa signora che si proponeva, o veniva richiesta, per sacrificarsi a compiere questo gesto macabro ma anche pieno di pietà. La chiamavano “Accabadora”. Si dice che arrivasse silenziosa con i suoi attrezzi di morte vestita tutta di nero e tutta coperta, anche in volto, irriconoscibile a chiunque. Entrava nella stanza del moribondo e per prima cosa faceva rimuovere tutti gli amuleti e le immagini sacre, poiché si credeva che impedissero il sopraggiungere della morte. Poi chiudeva la porta facendosi lasciare sola col moribondo e apriva la finestra per poter far uscire l’anima una volta che si fosse staccata dal corpo dell’agonizzante. Dopo aver pronunciato preghiere o formule magiche, dette “brebus”, la donna misteriosa avrebbe utilizzato uno dei suoi metodi tramite i quali avrebbe potuto far morire in breve il povero degente.

Poteva mettere “su jualeddu” a contatto con la nuca del moribondo facendolo morire misteriosamente subito, come per magia. Poteva soffocarlo con le mani coprendogli naso e bocca, oppure semplicemente con il cuscino, o ancora stringendogli il collo tra le sue gambe. Un’altra possibilità era quella di utilizzare “sa matzocca” (con le varianti “sa matzucca” e “su matzolu”), una mazza nodosa tutta di legno (spesso simile ad un martello) che si dice battesse con un colpo secco sul capo, sulla nuca o sul petto, uccidendolo. Finito il suo compito, così come era arrivata in silenzio, se ne andava via in silenzio. Si dice che in genere non venisse pagata, al massimo solo un’offerta in forma di cibo.

Nella cultura popolare, esistono diversi proverbi che alludono a questa figura. Per esempio, un proverbio di Desulo dice “canno lompia est s’ora, benit s’Accabadora” che significa “quando è arrivata l’ora, arriva l’Accabadora”. Ad Orgosolo invece c’è un modo di dire, più precisamente un’imprecazione, che fa più o meno così “s’Accabbadora i ti muttant!” che significa “che ti chiamino l’Accabbadora!” [2].

Il termine Accabadora (con le varianti Accabbadora, Accabadura, Agabbadora, Agabbadori) significherebbe letteralmente “colei che mette fine”, cioè “la terminatrice”, poiché tale nome deriverebbe dal sardo accab(b)are (logudorese), accab(b)ai (campidanese) [3] che significa “finire, terminare, smettere, esaurire” (con varianti di significato derivato quali “accoppare” e “uccidere”), il quale a sua volta deriva dallo spagnolo acabar, “terminare” [2] [4].

Una delle prime testimonianze scritte relative a queste figure misteriose è del generale, naturalista e cartografo Alberto Della Marmora nella prima edizione del Voyage en Sardaigne del 1826, in cui però dice che il residuo di queste pratiche di “affrettare la fine dei moribondi” è “del tutto sparito da un centinaio d’anni”, quindi dai primi due o tre decenni del ‘700 [5]. Tuttavia, il generale nella seconda edizione del Voyage en Sardaigne afferma di non sapere se fossero mai realmente esistite [6]. Dunque, per tali testimonianze pare che l’esistenza di queste pratiche si fosse basata solo sul “sentito dire”.

In quegli stessi anni l’ammiraglio W. H. Smyth scrisse nei suoi diari [7] dell’esistenza di queste donne la cui pratica eutanasica, afferma, “venne abolita sessanta o settanta anni orsono” da un missionario, Padre Vassalo, il quale predicò in tutta la Sardegna dal 1727 al 1775, anno in cui morì.

Nel 1833 anche l’abate Vittorio Angius afferma che le attività di queste donne fossero cessate verso metà del XVIII secolo, documentando anche altre nuove informazioni riguardanti la figura dell’Accabadora che circolavano nel comune di Bosa [8].

I pareri più critici relativi all’esistenza dell’Accabadora, per come le dicerie ne parlano, sono dell’antropologo Francesco Alziator e, più di recente, dello studioso di tradizioni sarde Italo Bussa. Con i loro studi hanno messo in dubbio che queste figure uccidessero realmente. Ipotizzano piuttosto che accudissero i moribondi tramite antichi riti e formule magiche che, forse, avevano lo scopo di invocare la fine della loro agonia con la guarigione o con la definitiva morte. Da qui potrebbero essere nati tutti i racconti derivati intorno a questa figura.

In assenza di prove a favore dell’Accabadora che agiva in modo pratico e “violento”, i due studiosi propendono più per un’Accabadora che agiva in modo superstizioso, indiretto e “magico” [9] [10] [11].

E dunque si tratta solamente di favole della buona morte?

Illustrazione di Daniela Demurtas

Nonostante le dichiarazioni del generale Della Marmora, dell’ammiraglio W. H. Smyth e dell’abate V. Angius, risultano documentate dallo studioso Franco Fresi e in particolare dal medico legale e antropologo criminale Alessandro Bucarelli, ma non solo da loro [12] [13], atti di eutanasia attiva, i quali vengono considerati come ultime manifestazioni dell’Accabadora che arrivano addirittura fino alla metà del ‘900 [14] [15] [16].

Tra i vari elementi che ricorrono spesso nei racconti sull’Accabadora c’è il già citato “su jualeddu” (con le varianti “juale”, “jale”, “juvale”), cioè il giogo di un aratro o di un carro fatto in miniatura.

Già l’abate V. Angius affermava che questo oggetto di legno venisse considerato il rimedio maggiore per metter fine alle agonie di un moribondo. Monsignor Masia, ex parroco di Sedilo e Sindia, verso gli anni ’80 confidò alla studiosa di tradizioni popolari sarde Dolores Turchi di aver trovato svariate volte il giogo sotto il cuscino del moribondo durante il rito dell’estrema unzione [17]. La studiosa ha indagato a lungo su questo tema in moltissime parti della Sardegna in cui si diceva che il giogo, anche quando vecchio e inutilizzabile, non si dovesse mai distruggere o mettere al fuoco. Sennò, chi l’avesse fatto, al momento della morte avrebbe sofferto una lunga e dolorosa agonia. L’unico modo per evitargli questo, sarebbe stato quello di mettergli un giogo sotto la testa [17].

Alcune versioni dicono però che prima del contatto con la nuca “su jualeddu” venisse passato lentamente sulle gambe, sul petto, sino a raggiungere la testa, mentre venivano recitati i “brebus” col fine di “alleviare la sua coscienza dalla colpa che gli impediva di morire in pace” [18]. È notevole l’analogia con gli antichi romani, i quali vedevano il giogo come un simbolo di purificazione ed espiazione.

Secondo la tradizione romana anticamente c’era il Tigillum Sororium, cioè una trave di legno rappresentante un giogo che restava posta tra due pali sotto la quale si faceva passare appunto chi doveva espiare una grave colpa. È noto che gli assassini dovessero passare sotto di essa, come ad esempio si dice che dovette fare l’Orazio superstite per aver ucciso la sorella Camilla [19] [20]. È interessante notare che tradizioni simili a quelle relative a “su jualeddu” si trovano anche in molte regioni Italiane [21] [22] [23] [24] [25] [26] e persino in Francia [23].

A Siniscola si faceva questo indovinello:

“Duos montes paris paris,
duas cannas treme treme,
si lu pones in cabizza,
prus lestru ti nde moris”.

(Due monti della stessa altezza,
due canne che tremano,
se lo metti sotto la testa,
muori più rapidamente).

La risposta era: “su juale” (il giogo) [27].

In molti paesi della Sardegna si diceva che “su juale” venisse usato anche per facilitare il parto e che lo si mettesse sotto il letto o dietro la porta per proteggere i bambini dalla sùrbile, la strega-vampiro delle leggende sarde. È evidente la valenza sacra e apotropaica, in particolare nel periodo della nascita e della morte degli individui [17]. Non di rado viene raccontato che l’Accabadora facesse anche l’ostetrica e la levatrice. Insomma, una donna esperta nel far nascere e nel far morire, conoscitrice di rimedi tradizionali, di erbe officinali, una curatrice, un’addetta a far terminare qualunque tipo di dolore, con le buone o con le cattive.

Lo studio anatomo-patologico de “su juale” come possibile “oggetto letale” è stato condotto da A. Bucarelli, C. Lubrano e, successivamente, da R. Demontis (tutti e tre medici legali) [16] [28].

Viene dichiarato plausibile che la sua funzione, una volta posto sotto la nuca (senza il cuscino), fosse quella di ledere il dente dell’epistrofeo (seconda vertebra cervicale) grazie a un sufficiente colpo sulla fronte del malato tramite una mano o con l’utilizzo della “matzocca”, come viene raccontato in alcune località [18], causando in genere la morte.

Pier Giacomo Pala, un cultore e appassionato di tradizioni popolari, custodisce e mette in mostra nel suo Museo Etnografico Galluras quello che ritiene sia l’unico e ultimo esemplare di “matzolu”, il martello dell’Accabadora, trovato dopo svariati anni di ricerche nascosto in un muretto a secco in prossimità della casa di una levatrice che si dice facesse anche l’Accabadora [29].

Purtroppo, però, trovare tale mazza di legno in una vecchia casa sarda non prova l’esistenza dell’Accabadora in quanto in passato era un comune strumento utilizzato dalle donne per battere i panni da lavare. Il termine matzoccare o a(m)matzoccai significa non a caso “battere i panni da lavare con la mazza di legno” [3] [30].

Vale lo stesso anche per il ritrovamento più recente di una “matzocca” con tracce di sangue umano in una nicchia nascosta di una vecchia casa? Questo ed altri oggetti sono stati recuperati e studiati da A. Cinus, R. Demontis, A. Marini e M. Staffa, quattro dottori e appassionati di tradizioni sarde, le cui indagini e analisi di questi reperti sono ancora in corso [28]. Questa scoperta farebbe pensare che finalmente si sia trovata “la pistola fumante”. Peccato però che sia le dicerie che i vari appassionati e studiosi siano concordino sul fatto che l’Accabadora agisse evitando di lasciare tracce, come sangue o persino lividi.

La forte identitarietà sarda porta chi è dell’isola a propendere verso il voler credere all’esistenza di tutto ciò che fa parte delle tradizioni e delle leggende antiche o moderne. Dietro a questo c’è sicuramente un bias di conferma ma, a causa dello stereotipo che ha portato da lungo tempo a pensare che i sardi siano ignoranti e pecorari, probabilmente c’è anche il pressante bisogno di sentirsi ascoltati e rivalutati. Per fare un’indagine scientifica però bisogna mettere da parte le opinioni e i propri desideri. Pertanto, non possiamo dire a tutt’oggi che ci siano prove che dimostrino che l’Accabadora sia effettivamente esistita e che non sia solo parte di leggende popolari.

C’è chi ipotizza che la difficoltà di dimostrare la loro esistenza, o ciò che si dice facessero, potrebbe essere riconducibile al fatto che benché le loro pratiche fossero note a tutti, allo stesso tempo, dovevano essere segrete per tutti [31]. “Segrete” perché non accettate né dall’acquisita religione cristiana né dalle leggi moderne. Finché non avremo delle prove valide, l’unica cosa che possiamo affermare è che questa è solo una delle tante storie misteriose legate a dei riti antichi rimasti in una terra in grado di conservare echi di tradizioni millenarie.

Note

  • [1] Secondo i modi di dire e le credenze popolari della Sardegna, chi veniva colpito da una malattia si diceva che fosse posseduto dagli spiriti.
  • [2] M. Pittau, Dizionario della Lingua Sarda, Ettore Gasperini Editore, 2000
  • [3] C’è chi dice che il termine Accabadora possa derivare da accabaddare il quale può significare “incrociare le mani al morto, oppure mettere a cavallo”. È un’ipotesi errata poiché accabaddare deriva da accavallare con le evidenti e tipiche evoluzioni consonantiche del sardo di -v- in -b- e di -ll- in -dd-. Inoltre, a comprovare la derivazione dal sardo accabbare/accabbai, in sardo campidanese si dice, riferendosi ad un animale morente, “mellus a d’accabbai” che significa letteralmente “è meglio farlo finire”, inteso come “è meglio farlo morire mettendo fine alla sua sofferenza”.
  • [4] DES I 45 (M. L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, 1953)
  • [5] A. Della Marmora, Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825, ou description statistique, phisique et politique de cette ile avec des recherches sur des productions naturelles et ses antiquités, A. Betrand – J. Bocca, 1826
  • [6] A. Della Marmora, Voyage en Sardaigne de 1819 à 1825, ou description statistique, phisique et politique de cette ile avec des recherches sur des productions naturelles et ses antiquités, II Edizione Josef Bocca, Libraire du roi, 1939
  • [7] W. H. Smyth, Sketch of the present state of the Island of Sardinia, G. Ed. J. Murray London 1828; Relazione sull’isola di Sardegna, a cura di M. Brigaglia, traduzione di T. Cardone, Ilisso, 1998
  • [8] V. Angius, in Casalis, Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il re di Sardegna, Marzorati Vercellotti, Vol. II, III, V, 1833-1856
  • [9] F. Alziator, Il folklore sardo, Zonza, 2005
  • [10] I. Bussa, L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito, Edizioni della Torre, 2015
  • [11] Eutanasia: agabbadora da rottamare. La genesi di un falso mito, La Nuova Sardegna, 2015. https://tinyurl.com/mukwsxn
  • [12] P. Sirigu, Il codice barbaricino, Ed La Riflessione, 2007. p. 80
  • [13] D. Turchi, Ho visto agire S’Accabadora, Iris 2008
  • [14] Intervista rilasciata da Franco Fresi a T. Greco nel 2021 nel corso di un convegno tenutosi a Trinità d’Agultu, pubblicato in Guida insolita ai misteri, ai segreti alle leggende e alle curiosità della Sardegna, Newton Compton Editori, 1999
  • [15] F. Fresi, L’ultima femina agabbadori della Gallura, in Il messaggero Sardo, n. 6, 1991
  • [16] A. Bucarelli, C. Lubrano, Eutanasia ante litteram in Sardegna. Sa Femmina Accabbadòra. Usi, costumi e tradizioni attorno alla morte in Sardegna, Scuola Sarda, 2003
  • [17] D. Turchi, Lo sciamanesimo in Sardegna, Newton Compton Editori, 1992
  • [18] E. Sechi, Su Toccu, morte e usanze funebri a Sindia, 2000
  • [19] Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 48. Is quibusdam piacularibus sacrificiis factis quae deinde genti Horatiae tradita sunt, transmisso per viam tigillo, capite adoperto velut sub iugum misit iuvenem
  • [20] Nell’Antica Roma, 1º Ottobre: Tigillum Sororum su verdeazzurronotizie
  • [21] A. Malossini, Il dizionario delle superstizioni italiane, A. Vallardi, 1996
  • [22] S. La Sorsa, Folklore pugliese, volume secondo, 1988, pagina 238-9
  • [23] P. Toschi, Il folklore, Ed. Studium, Roma, 1960
  • [24] G. Pitrè, Usi e costumi. credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, 1978
  • [25] Alcune cose per memoria dei Roveren, curati di Bologna, trattate nella congregazione fatta in Vescovado alli 24 d’ottobre 1577. Cfr. C.Corrain. e P. Zampini, Costumanze superstiziose bolognesi rilevate nel diritto ecclesiastico locale, Cesena, 1971
  • [26] C. Corrain e P. Zampini, Documenti etn. e folk. nei sinodi diocesani dell’italia Meridionale, Rovigo, 1966.
  • [27] G. Ferraro, Canti popolari in dialetto logudorese, anno 1891, Fornì, Bologna, 1980.
  • [28] A. Cinus, R. Demontis, A. Marini, M. Staffa, Accabadora mito e realtà. Storia e reperti di un ritrovamento, Isolapalma, 2021
  • [29] Galluras – Il Museo della Femmina Agabbadòra, su galluras.it
  • [30] DES II 94 (M. L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, 1953)
  • [31] M. Cavina, Andarsene al momento giusto: Culture dell’eutanasia nella storia europea, il Mulino, 2015

3 thoughts on “Accabadora, la signora della buona morte

  • 8 Luglio 2022 in 11:14
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    Grazie per questo splendido articolo, Stefano. La mia personale opinione è che le Accabbadoras sopravvivano ancora, come i rituali misti Sciamanici e Cristiani nelle comunità abituate a vivere nell’ illegalità e nell’ Assenza dello Stato. Molto spesso le leggi proprie vengono fatte per sopperire all’ assenteismo statale. Le prove storico-scientifiche dell’ esistenza di certe figure non sono mai semplici da reperire, dove la popolazione è abituata alla tradizione orale e scrive poco ancor oggi.

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  • 12 Luglio 2022 in 20:13
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    Ottimo articolo. Secondo la mia modesta opinione, la figura della accabadora è solo folklorica, leggendaria, ma ha assunto la sua concretezza attuale dopo la pubblicazione di un famoso romanzo. Nel folklore sassarese e romangino (Romangia subregione del Sassarese) non ho trovato nessuna figura simile alla accabadora.

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