La pseudoscienza delle terapie riparative

Articolo di Carmine Iorio.

Un po’ di storia

La comunità scientifica internazionale ha superato da decenni il periodo in cui considerava l’omosessualità una malattia. Già negli anni ‘50 una ricerca della psicologa Evelyn Hooker aveva dimostrato che l’orientamento sessuale non ha nulla a che fare con il funzionamento sano o patologico di una persona.[1] Questa ricerca fece da apripista per superare il pregiudizio verso la non-eterosessualità, che per anni aveva portato diversi autori a sviluppare teorie patologizzanti senza fondamenti scientifici.[2]

La rimozione dell’omosessualità dai manuali dei disturbi mentali è avvenuta ufficialmente nel 1973 per l’American Psychiatric Association (APA)[3] e nel 1990 per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).[4] Attualmente le istituzioni della salute considerano l’omosessualità come una “variante naturale normale e positiva della sessualità umana” (APA) e una “variante naturale del comportamento umano” (OMS). Le teorie sull’origine dell’omosessualità come esito di dinamiche familiari patologiche o di uno sviluppo psicologico incompleto sono ormai obsolete. Oggi la scienza ci dice che l’orientamento omosessuale è uno di quelli possibili; non è una malattia, non è una scelta, non è modificabile con alcun trattamento. Si è inoltre perso qualsiasi interesse a ricercare l’origine dell’omosessualità, così come non si ricerca l’origine dell’eterosessualità.[5],[6],[7]

Nonostante il cambiamento avvenuto nella comunità scientifica sul tema, si sente parlare tutt’oggi di terapie riparative per l’omosessualità. Nel 1992 negli Stati Uniti nasce la Narth (National Association for research and therapy of homosexuality)[8]; uno dei fondatori è lo psicologo Joseph Nicolosi, noto per essersi concentrato negli ultimi trentacinque anni sulle terapie riparative o di conversione, il cui scopo dichiarato è quello di ricondizionare l’orientamento sessuale dei ‘pazienti’ omosessuali, tentando di renderli di nuovo eterosessuali. Secondo la teoria alla base di queste terapie, le persone omosessuali sarebbero in realtà eterosessuali. Lo sviluppo naturale della loro sessualità sarebbe stato deviato o impedito da particolari dinamiche psicologico-parentali durante il periodo di sviluppo. L’omosessualità sarebbe una sorta di immaturità affettiva dovuta a una carenza o eccessiva dominanza dell’affettività verso una delle figure genitoriali.[9]

I proponenti di queste terapie non hanno mai portato prove che ne attestino l’efficacia. Al contrario, sono diverse le fonti scientifiche[10],[11],[12] che ne documentano l’inefficacia e la pericolosità. Pertanto, organismi come l’American Psychological Association e l’American Psychiatric Association hanno espresso le proprie perplessità su queste terapie di conversione. [5],[6],[7]

Nel 2009, il Royal College of Psychiatrists ha dichiarato che “condivide le perplessità dell’American Psychiatric Association e dell’American Psychological Association, riguardo al fatto che le posizioni esposte da parte di organismi come l’Associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell’omosessualità (NARTH) negli Stati Uniti non sono supportate dalla scienza”.[13]

Nel 2010 in Italia è stato pubblicato un documento sottoscritto da psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione che rifiuta ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, affermando che “qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico”.

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) si è espresso più volte sulla dannosità delle terapie riparative e contro la concezione dell’omosessualità come malattia. [14]

Nel 2015, le Nazioni Unite si sono pronunciate contro le terapie di conversione e altri trattamenti con analoghe finalità ai quali le persone LGBT sono sottoposte. [15] La relazione annuale sui diritti fondamentali nell’Unione europea adottata nel 2018

“si congratula per le iniziative che vietano le terapie di conversione per le persone LGBTI”.

In diversi paesi del mondo sono in vigore leggi valide su tutto il territorio nazionale oppure a livello locale, che vietano espressamente le terapie di conversione.[16] Alcuni di questi sono:

  • Malta dal 2016

  • Germania dal 2020 (vietata per le persone minorenni)

  • Canada da gennaio 2022

  • Francia da gennaio 2022

  • Nuova Zelanda da febbraio 2022

  • Spagna (vietata in diverse regioni o province)

  • Stati Uniti (vietata in alcuni Stati).

Al momento non esiste una legge nazionale che vieti queste terapie in Italia.

 

Il pericolo delle terapie riparative

Sul tema delle terapie riparative abbiamo intervistato Maria Giuseppina Pacilli, professoressa associata in psicologia sociale all’Università degli Studi di Perugia.

Perché una persona può decidere di iniziare una terapia riparativa?

Le terapie cosiddette riparative attuano un colpevole e pericoloso stravolgimento della realtà nella misura in cui individuano la fonte dell’eventuale disagio vissuto da un individuo per il proprio orientamento sessuale, non nella società e nei modelli culturali eterosessisti, ma nell’individuo stesso. Fino a quando ci troveremo in un clima culturale che considera sbagliate le persone omosessuali, bisessuali etc. questi pregiudizi possono essere sostenuti non solo da individui eterosessuali, ma anche da lesbiche, gay e bisessuali nella misura in cui interiorizzano i messaggi culturali negativi sul proprio orientamento sessuale.’ Nella letteratura scientifica, si parla a questo proposito di eterosessismo interiorizzato o omofobia interiorizzata, un costrutto multidimensionale che include sentimenti negativi su sé stessi/e sull’essere gay o lesbica, atteggiamenti negativi (come la mancanza di rispetto) diretti alle persone del proprio gruppo, credenza che le persone eterosessuali siano superiori.’

Qual è il retaggio storico che porta, ancora ad oggi, a ricorrere a tali pratiche?

La psichiatria e la psicologia hanno una lunga storia di patologizzazione degli individui con orientamento non eterosessuale sulla base di una visione culturale eterosessista che permeava nel profondo la società in generale e anche i contesti formativi in cui questi/e professionisti/e si sono specializzati/e. In un sistema culturale eterosessista, gli unici comportamenti sessuali accettabili sono quelli eterosessuali. Per quanto enormi passi avanti siano stati condotti per smantellare i pregiudizi che investono le persone non eterosessuali, il percorso non può dirsi compiuto e la visione eterosessista trova ancora un terreno fertile nella nostra società.

Cosa ne pensa della mancanza di una legge che vieti tali pratiche in Italia?

Credo sia un vuoto legislativo che debba essere colmato il prima possibile. Accanto a questo, in termini positivi, posso riscontrare che le nuove generazioni di psicologi e psicologhe hanno in generale una consapevolezza adeguata su questi temi, nella quale le terapie riparative non trovano spazio. Ciò non toglie che le persone non eterosessuali che decidono di intraprendere un percorso psicoterapeutico devono essere protette dalla possibilità (pericolosa per la loro salute psicologica) di incontrare un professionista che in modo anche subdolo le conduca a sentirsi sbagliate per il proprio orientamento sessuale. Una persona che nella propria pratica professionale adotta una terapia di conversione non fa altro che coltivare, aumentare, rafforzare l’omofobia interiorizzata generando biasimo di sé, senso di colpa, vergogna, confusione, ansia, depressione fino ad esporre le persone anche al rischio di suicidio.

Bibliografia

2 thoughts on “La pseudoscienza delle terapie riparative

  • 1 Luglio 2022 in 17:01
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    > Al momento non esiste una legge nazionale che vieti queste terapie in Italia.
    non capisco perchè serve una legge che vieta terapie specifiche: se una terapia non è accettata dalla comunità scientifica, è ipso-facto non applicabile dai medici, altrimenti questi vengono giustamente colti da sazioni.
    Mica possiamo codificare tutte le terapie vietate! assurdo.
    La legge non può stabilire “terapie SI” o “terapie NO”: deve rifarsi alle buone pratiche mediche.

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    • 1 Luglio 2022 in 21:31
      Permalink

      Perché altrimenti si rischia di avere i “praticoni” che fanno i centri di conversione come succede negli USA dove sono proibiti solo in alcuni territori. E questi centri fanno danni assurdi visto che perlopiù sono pieni di minorenni mandati lì dai genitori bigotti, se la terapia è esplicitamente illegale puoi prendere e chiuderli automaticamente senza dover fare lunghe indagini per dimostrare maltrattamenti diretti come pure radiare i medici che si prestano per credenze o profitti personali.

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