La mappa di Soleto: la carta più antica d’occidente o un falso?

Articolo di Matteo Boccadamo *

L’archeologia dovrebbe essere uno strumento al servizio della ricostruzione quanto più oggettiva possibile di fenomeni antropologici del passato a partire da fonti materiali e volto tutt’altro che a sensazionalizzare un singolo reperto, come invece spesso accade. A volte si finisce con l’ignorare determinate evidenze scientifiche pur di non rinunciare al presunto prestigio che un rinvenimento donerebbe al territorio di provenienza o al suo scopritore. È quasi automatico (e forse in parte anche comprensibile) provare un certo orgoglio quando un’evidenza archeologica unica nel suo genere viene individuata nelle “nostre zone” (e proprio su questo aspetto hanno fatto leva molti giochetti politico-demagogici della storia, non ultimo la glorificazione della romanità in epoca fascista).

Così da anni la cosiddetta Mappa di Soleto (immagine in evidenza), che riprodurrebbe la penisola salentina, costituisce un fiore all’occhiello per gli appassionati di archeologia del luogo, che continua a rimbalzare in maniera virale su web e social. Nonostante il lungo dibattito sull’autenticità del reperto, non c’è didascalia o commento che non lo presenti senza riserve come “la più antica carta geografica occidentale conosciuta”. Ma è davvero così? I dubbi sono tanti.

Il 25 agosto 2003 a Soleto (Lecce) nel fondo Fontanella viene indagato un edificio messapico datato alla fine del III secolo a.C. Al suo interno, in un’area di 6 mq all’angolo di un vano ad L, si indaga uno strato di abbandono o distruzione, dal quale vengono recuperati alcuni reperti ceramici. Solo il giorno seguente, durante il lavaggio dei cocci, si individua il frammento in questione. È un ostrakon di 5,9 x 2,8 cm con delle incisioni, che danno subito l’idea di voler riprodurre il territorio salentino, circondato dal mare e con i suoi antichi siti messapici o magno-greci. Lo scopritore, l’archeologo Thierry Van Compernolle, organizza appositamente un convegno a Montpellier nel 2005 (e poi almeno un altro seminario). I relativi atti non sono mai stati pubblicati, ma chi per l’occasione si è incaricato di studiare il reperto ha ritenuto opportuno raccogliere e diffondere i propri risultati in ragione dei non pochi dubbi emersi a riguardo e che cerchiamo qui di riassumere.

Va innanzitutto detto che si tratta di un unicum ed è molto difficile operare comparazioni con fonti materiali affini. In questo caso le uniche occasioni utili di confronto sembrano offerte in parte da fonti storiche e letterarie e soprattutto dalla numismatica (studio delle monete antiche). In aggiunta a ciò è possibile applicare analisi epigrafiche e paleografiche (dato che si è in presenza di iscrizioni) che prendono in considerazione: la connessione tra supporto materiale ed iscrizione, la lingua, la morfologia della scrittura e l’ortografia.

Il supporto, l’ostrakon, è un frammento di orlo di una forma vascolare aperta, verosimilmente una pelike, a vernice nera di probabile provenienza attica, datato al V secolo a.C. Le incisioni realizzate sulla superficie (di difficile e controversa datazione) sono interpretate come il profilo costiero della parte meridionale del Salento. Circondato dal mare (rappresentato tramite onde stilizzate) e recante 13 sequenze di lettere leggibili come toponimi (nomi di luoghi). ΤΑΡΑΣ (TARAS) è forse l’unico scritto per intero, parallelo alla linea costiera sinistra e che potrebbe rappresentare un indicatore di direzione dato che Taranto è fuori dalla porzione geografica rappresentata, oppure non indicare un centro abitato, bensì il mare (Golfo di Taranto?). Tutti gli altri sono scritti in orizzontale, in forma abbreviata e preceduti da un “puntino” collocato in corrispondenza del rispettivo luogo indicato:

ΗΥΔΡ (HIDR), ΒΑΛ (BAL), ΒΑΣ (BAS), ΓΡΑΧΑ (GRACHA?), ΛΙΚ (LIK), ΛΙΟΣ (LIOS), ΜΙΟΣ (MIOS), ΝΑΡ (NAR), ΣΟΛ (SOL), ΣΤΥ (STI), ΦΙΛ (FIL) (sequenza danneggiata: probabile lettura), ΟΖΑΝ (OZAN, probabilmente forma intera).

Sin da questa prima osservazione emergono discrepanze storico-archeologiche. Nella cartografia antica infatti non esiste nessun altro esempio d’impiego di puntini in funzione di indicatori di luogo, mentre risulta che i toponimi in forma abbreviata fossero usati solo sulle monete.
L’analisi epigrafica permette di stabilire che il reperto è integro. Ovvero che, pur trattandosi di un frammento di una forma più grande, l’incisione è stata praticata in un momento successivo al distacco. Solo nella parte superiore destra sono evidenti delle scheggiature che, sebbene a danno di qualche lettera, non compromettono l’interpretazione generale. È possibile ricostruire perfettamente anche tutte le fasi di incisione: innanzitutto sono tracciate le due linee di costa, quindi sono apposti i puntini, in maniera irregolare, come indicatori di luoghi. Infine vengono riportati i toponimi in forma abbreviata.

Ciò si desume, oltre che dalle dimensioni variabili di tali legende, dalle posizioni di alcune lettere: l’ultima di ΒΑΣ (BAS) e le ultime due di ΓΡΑΧΑ (GRACHA?) vengono sfalsate in modo da non finire col sovrapporsi agli altri segni evidentemente apposti in precedenza. Lo stesso vale per ΗΥΔΡ (HIDR) (forse eseguito addirittura da una mano diversa) e ΛΙΚ (LIK), che si collocano totalmente al di fuori della delimitazione della penisola. Tutto ciò suggerisce una cattiva valutazione nell’utilizzo dello spazio a disposizione: chiunque fosse l’autore, ad un certo punto deve aver avuto la necessità di adattarsi alla superficie rimasta libera (il che indica che l’intero supporto epigrafico fosse appunto il frammento già distaccato). L’interpretazione che si può azzardare per collegare le abbreviazioni ai rispettivi toponimi e quindi agli attuali abitati salentini è la seguente:

Da questo quadro emergono non pochi problemi di coerenza spazio-temporale. Perché la “mappa” sembra voler far riferimento ad un preciso contesto geografico in un determinato momento storico, ma presenta un insieme di elementi che faticano a coesistere nello stesso orizzonte storiografico. Innanzitutto bisogna ribadire che allo stato attuale delle conoscenze le abbreviazioni usate in funzione di toponimo sono riscontrabili solo su produzioni monetali (motivo per cui la numismatica è il principale metodo di confronto utilizzato) e su pochissime fonti letterarie.

Le abbreviazioni qui utilizzate e con queste caratteristiche epigrafiche difficilmente compaiono, come vedremo, tutte nel medesimo range cronologico. Alcune di esse sembrano associate ai loro luoghi geografici in base ad una corrispondenza forzata, che trova raffronto solo in ipotesi di studio formulate tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Vale a dire che alcune abbreviazioni presenti sulla mappa potrebbero non corrispondere alla denominazione reale di quei luoghi, se non secondo teorie obsolete. È il caso di ΒΑΛ (BAL), ΓΡΑΧΑ (GRACHA?), ΣΤΥ (STI) e ΣΟΛ (SOL). Altre ancora presentano pochissimi confronti o addirittura nessuno. Per esempio le sequenze ΦΙΛ (FIL), ΛΙΚ (LIK), ΜΙΟΣ (MIOS), ΛΙΟΣ (LIOS) sono prive di qualunque riscontro plausibile. In pratica fino a questo momento erano sconosciute1 (tanto che non è detto che si tratti di forme abbreviate).

Proseguendo, ΣΟΛ (SOL) è chiaramente riferibile a Soletum (Soleto, luogo del rinvenimento), che però è un toponimo latino (mentre la lingua qui impiegata è greco o messapico, come si analizzerà), attestato peraltro solo in Plinio (fig. 1, più sotto).
In corrispondenza di Alezio è posizionata la sigla
ΒΑΛ (BAL), che però (anche in numismatica) sarebbe da associare piuttosto a Valesio, città sì pugliese ma del brindisino, la cui denominazione latina Valesium è spesso confusa con Aletium (odierna Alezio) anche in alcune fonti, come Strabone (Alezio tra l’altro sembra non aver mai restituito monete pre-romane).

Approssimativamente in corrispondenza di Nardò si legge ΝΑΡ (NAR). Tuttavia in nessuna fonte l’abbreviazione fa mai riferimento all’antica Nardò, denominata sempre Neretum o Νήρητον (Néreton). Esistono delle monete che riportano tale sigla, di IV e III a.C., ma non è mai stato definitivamente provato un collegamento tra esse e la salentina Nardò, la quale invece emetteva monete più probabilmente con legenda ΝΑΡΗΤΙΝΩΝ (NARETINON),

Per la legenda ΓΡΑΧΑ (GRACHA?) si aprono poi diversi problemi. È posizionata grosso modo in corrispondenza di Gallipoli. Ciò ha fatto pensare alla denominazione urbs Graia Callipolis, riscontrabile nel De Corographia Di Pomponio Mela, I d.C. (in altri casi Callipolis Anxa, ancora fig. 1). Sono effettivamente documentate diverse monete pre-romane con le abbreviazioni ΓΡΑ e ΓΡΑΞΑ (GRAXA), con la lettera Ξ (csi) in luogo di X (chi), ma gli studi non concordano nell’attribuirle ad un unico toponimo, né ad una sicura produzione monetaria. Diversi numismatici infatti propongono di ricondurre queste monete ad altre zecche pugliesi (Fasano, Carovigno, Muro Maurizio).
ΟΖΑΝ (OZAN) fa chiaramente riferimento ad Ugento (Uzentum) ed anche la corrispondenza tra il punto sull’ostrakon e la collocazione geografica del paese sembra perfetta. Tuttavia anche qui la numismatica fa sorgere problematiche cronologiche, in quanto ci dice che le monete con l’iscrizione ΟΖΑΝ (che risulta peraltro variare nel corso del tempo) si collocherebbero solitamente nel II secolo a.C. (datazione che cozza sia con i restanti toponimi del reperto che col contesto stesso di rinvenimento).

Figura 1 – Carta del Salento sulla base della descrizione di Plinio. Figurano Soletum, Uzentum, Basta, Hydruntum, Neretum e sia Aletium che Balesium.

L’iscrizione ΛΙΚ (LIK) non è facilmente identificabile con nessuno dei centri messapici. Il puntino viene posto in corrispondenza dell’area di Castro, ma l’abbreviazione non ha immediata pertinenza coi toponimi locali. Si potrebbe pensare a Lycia, l’antica Lecce, ma in tal caso la posizione sulla “mappa” sarebbe errata. Sono peraltro attestate delle produzioni monetali con legenda ΛΙΚ, ma vengono piuttosto attribuite ad aree lucane.

ΣΤΥ (STI) potrebbe far riferimento a Sternatia. In passato alcuni studiosi attribuivano effettivamente le monete con tale legenda proprio a questa città salentina. Oggi in realtà si protende ad attribuirne la maggior parte a Ostuni. Qualcuno invece vedrebbe Cavallino su questo punto della “mappa”, ma in tal caso la posizione sarebbe piuttosto errata.

C’è poi la questione della pertinenza alfabetica. Non è chiaro a che alfabeto si sia fatto ricorso. Alcune lettere suggeriscono la presenza di quello messapico, come il segno X di ΓΡΑΧΑ, leggibile come il nostro digamma sc, a meno che non si tratti del greco chi. Tuttavia un confronto con una legenda monetale mostra lo stesso toponimo chiaramente in greco, con la quarta lettera espressa per l’appunto con segno X (chi), ma che stando ad un alfabeto greco di tipo occidentale cosiddetto “rosso” andrebbe letta col suono cs. In tal caso ΓΡΑΧΑ potrebbe essere letto GRAXA. Quest’alfabeto tuttavia è arcaico, sicuramente precedente al IV secolo a.C. Va detto che in questo caso un elemento di coerenza è rappresentato dal Σ (sigma), che eseguito sul reperto costantemente con 4 tratti rinvia ad un contesto successivo al 450 a.C., in quanto fino a questa data, proprio nell’area messapico-tarantina, era molto spesso usato il sigma a 3 tratti. Alcune altre lettere sulla “mappa” però possono provenire esclusivamente dal greco. Ad esempio il segno Y (iùpsilon) dovrebbe essere incompatibile col messapico, il cui sistema fonetico non prevedeva affatto tale vocale. Anche il segno Φ (phi) non era affatto usato dai messapi. È possibile che ci si trovi in presenza di iscrizioni in greco che includono alcuni caratteri locali? Forse sì, eppure la stragrande maggioranza delle restanti lettere potrebbe essere attribuita tanto a uno come all’altro alfabeto, date le enormi somiglianze. In ogni caso il fenomeno si rivelerebbe alquanto singolare considerando che il contesto di rinvenimento della “mappa” rientra in un’area con grande attestazione di iscrizioni chiaramente messapiche dal secolo VI fino al II a.C.

Questi elementi sono solo alcuni, presentati per altro in maniera schematica e riassuntiva, tra quelli che meriterebbero di essere presi in considerazione per un quadro più esaustivo. Ma ciò che emerge è un calderone di toponimi di complessa identificazione geografica, incerta derivazione alfabetica e improbabile coerenza cronologica, quasi improvvisati, forse addirittura da mani diverse.

Riassumendo si è visto che diverse abbreviazioni rimangono “scoperte”, cioè prive di riscontri; altre ne presentano solo in ambito letterario; quelle che sembrano avere qualche affinità con legende monetali non possono far riferimento alla medesima datazione; alcune altre sono attribuite erroneamente al proprio luogo a causa di una somiglianza con altri centri ΒΑΛ (BAL); i luoghi che hanno emesso effettivamente monete con legenda ΒΑΛ, ΓΡΑΧΑ, ΣΤΥ non possono corrispondere ai siti messapici indicati con tali abbreviazioni. Si aggiunga infine la spinosa questione alfabetica ed ortografica che potrebbe suggerire una commistione di realtà linguistiche che, seppur vicine, ricorre ad accostamenti quanto meno inusuali.

Ma quindi è un falso? Non è possibile trarre conclusioni sicure dall’interpretazione del complesso di iscrizioni della mappa di Soleto. Risulta di certo difficile provare che si tratti di un falso. Ma ciò non significa che ne sia automaticamente confermata l’autenticità. Proprio per questo motivo il reperto oggi non è più in esposizione presso il Museo Archeologico di Taranto.

Gli elementi a sostegno di una definizione tout court di “mappa più antica d’occidente” non risultano sufficienti. È senza dubbio qualcosa di assolutamente unico, ma è necessario tener conto di tutte le criticità che ad oggi ne impediscono una comprensione soddisfacente. Il dibattito è tutt’altro che chiuso. L’archeologia ha bisogno di confronti, in mancanza dei quali risulta incauto annunciare scoperte rivoluzionarie. Sbilanciarsi in tal senso, oltre a mancare di scientificità, può risultare persino controproducente, come dimostra la reazione opposta scatenata da tutto questo clamore, che ha coniato lo sberleffo La sola de Soleto.

L’autore: Matteo Boccadamo, classe 1989, leccese, vive a Milano dal 2019. Laureato in Metodologia della ricerca Archeologica presso l’Università del Salento e con Master in Economia del Turismo all’estero, ha fatto esperienze in musei spagnoli. È anche guida turistica e insegnante precario di lettere. Scrive per passione, oltre che poesie e racconti, articoli per un magazine turistico, contenuti storico-divulgativi e cura un profilo Instagram dedicato  all’archeologia.

Fonti

Note

1 Eppure sul web tali abbreviazioni vengono presentate in facile ed immediata attribuzione, ciascuna ad un abitato salentino, forse in base all’assonanza con le loro denominazioni e senza prove tangibili. La sequenza ΦΙΛ (FIL) peraltro, per via del danneggiamento che ne influenza la leggibilità, viene quasi sempre interpretata come ΥΡΙΑ (IRIA), associata a Thuria, Roca Vecchia.

5 thoughts on “La mappa di Soleto: la carta più antica d’occidente o un falso?

  • 7 Dicembre 2021 in 21:14
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    gr. andrà reso con it. , non

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    • 7 Dicembre 2021 in 21:14
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      gr. Y andrà reso con it. Y, non I

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    • 7 Dicembre 2021 in 21:16
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      gr. Y andrà reso con it. Y , non con I

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  • 7 Dicembre 2021 in 21:20
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    ci sono errori nella trascrizione e nell’interpretazione, articolo da rivedere

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  • 14 Dicembre 2021 in 12:27
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    ” È anche guida turistica e insegnante precario di lettere. Scrive per passione, oltre che poesie e racconti, articoli per un magazine” Auguri Matteo e grazie per averci messo a disposizione un po’ delle Tue conoscenze Metodologiche. Volevo chiederTi: ha senso domandarsi, in questa ricerca, che scopo, che utile avrebbe avuto il Falsario (eventuale) a produrre un reperto pur sempre difficile da fare? Immagino gli abbia portato via del tempo! E se qualcuno l’ avesse pagato per farlo, è logico domandarsi, nuovamente, quale utile era ragionevole aspettarsi?

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