Gregor MacGregor, il cacicco del Poyais

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Fra il 1822 e il 1823, circa 250 persone salparono dall’Inghilterra verso il Poyais, una nuova colonia dell’America centrale dove speravano di trovare prosperità e ricchezza. Centinaia di investitori avevano finanziato l’impresa e acquistato i certificati fondiari per sostenerla. Un episodio come tanti, si direbbe, nel pieno dei secoli del colonialismo britannico… C’è solo un problema: il favoloso regno di Poyais non è mai esistito. 

Questa è la cronaca di una truffa andata avanti per anni e che sconvolse l’Europa del tempo. I suoi contorni erano già famosi da tempo, ma l’incredibile vicenda è stata ricostruita recentemente, nel 2004, dallo storico David Sinclair nel volume The land that never was.

La mente dietro l’impresa

Gregor MacGregor nasce nel 1786 a Glengyle, in Scozia, figlio di un capitano di marina al servizio della Compagnia delle Indie Orientali. Il padre muore quando Gregor ha solo otto anni; cresce con la madre e con le sorelle, aiutato da una schiera di altri parenti. A 16 anni, si arruola nell’esercito britannico: è l’inizio di una lunga carriera militare. 

Gregor MacGregor ritratto nel 1804 dal pittore George Watson (immagine di pubblico dominio).

Siamo nel 1803, e le guerre napoleoniche stanno cominciando a sconvolgere l’Europa: sono appena saltati gli accordi stipulati con il trattato di Amiens, che tentavano di stabilire un modus vivendi tra Parigi e Londra, i due arcinemici dei primi quindici anni del Diciannovesimo secolo. La Gran Bretagna vive il panico di una possibile invasione francese via mare e rinforza le difese costiere, mentre si moltiplicano i falsi allarmi.

Così, MacGregor si ritrova al grado di tenente in meno di un anno, e parte al seguito della sua unità, il 57°Reggimento di fanteria, prima sull’isola di Guernsey (di fronte alla Francia), poi a Gibilterra: due punti strategici, di attrito costante con le forze di Napoleone. Nel 1805 per lui arriva anche il matrimonio: MacGregor sposa Maria Bowater, figlia di un ammiraglio della Royal Navy, nonché titolare di una ricca dote. Grazie a lei, il tenente scozzese è in grado di acquistare il grado di capitano. All’epoca, infatti, nell’esercito britannico vigeva ancora un sistema ereditato dal passato. Gli avanzamenti di grado erano già sostanzialmente automatici, come poi diventerà norma negli eserciti di massa dell’era contemporanea, ma la promozione a capitano avrebbe richiesto sette anni. Questo tempo però poteva essere accorciato tramite un versamento alla Corona, un po’ sulla scia del sistema, già allora appartenente a un altro mondo, dell’acquisto oneroso di titoli nobiliari e incarichi. È così che MacGregor acquista il suo nuovo grado, al prezzo di circa 900 sterline. 

Per un po’ le cose vanno bene: nel 1809 il reggimento viene inviato in Portogallo, dove sir Arthur Wellesley, futuro duca di Wellington, sta contrastando con successo l’avanzata francese nella penisola iberica. Poi, di colpo, nel 1810, MacGregor lascia l’esercito, forse a causa di un dissidio con un suo superiore. 

Tornato in Gran Bretagna, il ventitreenne ex-militare vive per un po’ a Edimburgo con la moglie. Nel suo libro Sinclair spiega che McGregor era solito attraversare la città con una carrozza dai colori sgargianti e che inalberava le insegne di un ordine cavalleresco portoghese (l’Ordine di Cristo). Tornato a Londra, i suoi atteggiamenti diventano più vistosi. Comincia a farsi chiamare “sir Gregor” (non possiede il titolo di sir) e a millantare parentele con duchi, conti e baroni. Poi, nel 1811, il lutto tremendo: la moglie Maria muore improvvisamente, lasciandolo senza fonti di reddito e privo del sostegno che i legami familiari con i Bowater gli avevano garantito fino ad allora. 

L’uomo si trova nella situazione di dover decidere cosa fare della sua vita: un nuovo fidanzamento in breve tempo significherebbe inimicarsi la famiglia acquisita, e la prospettiva di tornare a coltivare i suoi possedimenti in Scozia non lo alletta. D’altra parte, non può certo rientrare nell’esercito inglese, da cui se n’è andato sbattendo la porta. Così, Gregor decide di volgersi a una parte del mondo remota ma in pieno fermento politico e militare: l’America centro-meridionale, che sta vivendo le conseguenza della disintegrazione finale del dominio spagnolo e l’influenza benefica della Rivoluzione francese sulle borghesi nazionali, decise a costituire nuovi Stati indipendenti da Madrid. 

Gli anni delle rivoluzioni sudamericane

Nel 1811 il Venezuela è nel pieno della sua gloriosa guerra d’indipendenza: il 5 luglio di quell’anno diverse province si sono staccate dal dominio spagnolo e hanno dato origine alla prima repubblica venezuelana. La dura reazione militare spagnola diede origine a dieci anni di guerre,  nelle quali MacGregor pensa di poter trovare gloria e onore. Così, nel 1812, sbarca a Caracas, la capitale del Venezuela, dopo un breve soggiorno in Giamaica. Offre i suoi servizi al maresciallo Francisco de Miranda, in quel momento a capo dei rivoluzionari, a cui non pare vero poter sfruttare l’esperienza di un ex-ufficiale britannico. A suo favore gioca, probabilmente, anche la reputazione del 57° Reggimento di fanteria, che in Portogallo si era ricoperto di gloria contro i francesi: il fatto che ai tempi delle maggiori imprese della sua unità, durante la battaglia di Albuera (1811), MacGregor se ne fosse già andato da un anno, è un dettaglio che per il momento passa in secondo piano…

All’ufficiale scozzese de Miranda affida un battaglione di cavalleria e gli conferisce grado di colonnello. Agli inizi le cose vanno bene: MacGregor mette in fuga le forze spagnole e viene promosso a generale di brigata. Poi, però, le forze di Madrid riconquistano l’approdo strategico di Puerto Cabello, i rivoluzionari sono sconfitti e de Miranda è catturato. Finisce così nel sangue la prima, effimere Repubblica venezuelana. Prima della disfatta, il nostro uomo fa ancora in tempo ad adempiere a un’impresa gloriosa: sbarca ad Ocumare con 1200 uomini con lo scopo di reclutare nuove forze per poi riunirsi con le forze dell’astro nascente dell’indipendenza sudamericana, Simón Bolívar. Viene però tagliato fuori dalle truppe spagnole, ma riesce a cavarsela conducendo una fortunosa ritirata in territorio nemico, in inferiorità numerica e con scarsi mezzi, ma subendo ben poche perdite rispetto al nemico. Questa sarà, per tutta la vita di MacGregor, la sua impresa più famosa, quella che per lungo tempo gli darà credito presso le forze rivoluzionarie sudamericane. 

Dopo la ritirata di Ocumare, le cose vanno velocemente deteriorandosi. MacGregor è costretto a fuggire a Curaçao, isola del Mar dei Caraibi sotto il dominio olandese. Lì il nostro ufficiale arriva con la nuova moglie: nel corso delle sue battaglie, ha trovato il tempo di sposare Doña Josefa Aristeguieta y Lovera, addirittura una cugina di Bolívar.

Gli anni successivi sono un crescendo di attività militari. MacGregor offre i suoi servizi ai nuovi indipendentisti, quelli delle Province Unite della Nuova Granada, in cui opera Bolívar. Prende quota il secondo tentativo repubblicano del Venezuela, ma quando Bolívar viene sconfitto MacGregor lo raggiunge a Santo Domingo. La sua fama di condottiero militare lo segue; così, MacGregor viene invitato da alcuni alti dirigenti venezuelani – a dire il vero in maniera piuttosto confusa – a contribuire alla “liberazione” della Florida, che è ancora in parte sotto il dominio spagnolo e i cui indipendentisti in realtà spera in un’annessione agli Stati Uniti, nuova potenza del nord in continua espansione, che ne sta erodendo i confini con sempre più frequenti incursioni. D’altra parte, ben pochi dei suoi abitanti sono di origine spagnola o comunque ispanica (molti vi si insediano dagli Stati dell’Unione che confinano con il suo territorio), e la cosa avrà un peso… 

L’affaire Amelia e la “guerra per la Florida”

Nel 1817, MacGregor si lancia quindi nella nuova impresa: la conquista della Florida, la cui sorte, però, una volta che si fosse compiuta per mano sua, nei progetti dei suo mentori e nei suoi stessi movimenti non appare per niente chiara… 

Per provare a farlo, raccoglie volontari provenienti dagli Stati Uniti e 160.000 dollari che gli arrivano dalla vendita di fondi d’investimento: in pratica, si tratta di contratti in cui il futuro governatore promette ai volontari acri di terra fertile nei possedimenti che conquisterà; in caso contrario, si impegna a restituire il prestito con gli interessi. 

Prima di passare alla “liberazione” della Florida continentale, però, MacGregor decide di prendere possesso dell’isola di Amelia. Si tratta di un territorio al largo della Florida, formalmente ancora sotto il dominio spagnolo, ma nei fatti una comunità anarchica di pirati e di criminali. Con una nave e circa 80 volontari statunitensi, il comandante sbarca sull’isola; la piccola guarnigione spagnola, sovrastimando il numero degli invasori, si arrende senza combattere. Da qui, MacGregor dovrebbe lanciare l’offensiva verso il territorio metropolitano della Florida, ma inizia a tergiversare: dagli Stati Uniti arrivano pochi rinforzi, la popolazione locale si rifiuta di unirsi all’impresa e l’ufficiale scozzese riesce a radunare sull’isola solo 200 uomini. 

È da questo momento in poi che è possibile dire che MacGregor intraprende in maniera aperta la sua vertiginosa carriera di millantatore e truffatore, quella che lo condurrà alla vetta suprema: la sua carica di “cacicco del Poyais”. Tra le truppe che controllano Amelia regna il malcontento: MacGregor ha vietato il saccheggio, ma soprattutto ha iniziato a pagare i soldati in “dollari di Amelia” stampati da lui. La cosa non piace, e alcuni volontari semplicemente disertano. Anche da un punto di vista economico le cose non vanno come previsto: il neo-governatore dell’isola cerca di tassare il bottino dei pirati locali e di vendere gli schiavi sequestrati sull’isola, ma i proventi sono ben inferiori a quelli sperati. In breve, le forze spagnole si radunano di fronte all’isola ed eliminano gli uomini mandati sulla terraferma in avanscoperta. 

Gli ufficiali di MacGregor decidono che l’impresa è disperata quanto confusa nei suoi fini e lo abbandonano. Lui stesso scappa dall’isola con la moglie, lasciando sul posto un sottoposto e una folla inferocita che – riferisce Sinclair nel suo studio – al momento della sua partenza si raduna sul molo insultandolo. È il 4 settembre 1817. Tre mesi dopo Amelia torna in mano agli spagnoli; gli investitori della disastrosa campagna militare non verranno mai rimborsati. 

La pubblicità, però, è l’anima del commercio, e questo vale anche per le guerre. Se l’impresa di Amelia è una ridicola disfatta, MacGregor cerca comunque di rovesciarla, dando di sé un’immagine vincente. Lui è il liberatore incompreso, l’uomo del futuro. Arrivato a Nassau, altro possedimento britannico ai Caraibi, il nostro uomo rilascia alla stampa resoconti del tutto fuorvianti sugli accadimenti di Amelia e fa coniare diverse medaglie commemorative con la “croce verde”, simbolo della Florida. Su una c’è scritto: Amalia Veni Vidi Vici; e, sempre in latino, Duce Mac Gregorio Libertas Floridarium (Libertà per la Florida sotto la guida di MacGregor). Poi salpa per Londra, con la moglie e il figlioletto che nel frattempo è venuto alla luce a Nassau. 

Porto Bello e Rio de la Hacha

A Londra, i rivoluzionari pro-Venezuela stanno addestrando un nuovo esercito di volontari. MacGregor, che fino ad allora ha comandato truppe formate da coloni e indigeni, non vede l’ora di tornare alla testa di un contingente di suoi compatrioti. Prende in prestito 1000 sterline per trasportare i suoi uomini in Venezuela, ma poi le sperpera in spese personali. Del debito si fa carico un finanziere londinese suo vecchio amico, e così MacGregor può radunare un nuovo esercito raccogliticcio. 

Le successive imprese militari sembrano l’una la fotocopia dell’altra (e, di fatto, non si discostano molto da quanto accaduto nel 1817 ad Amelia).

La prima missione è la conquista di Panama. Prima di affrontare questa impresa storica, però MacGregor decide di rivolgersi a Porto Bello, un’altra roccaforte spagnola a nord, lungo le coste panamensi  del Golfo del Messico. L’impresa riesce senza particolare difficoltà: l’esercito dei rivoluzionari aggira le truppe di Madrid e prende la città quasi senza combattere. A questo punto gli ufficiali vorrebbero continuare l’avanzata (tra questi, anche il suo secondo, il colonnello William Rafter), ma il comandante, di nuovo, preferisce attendere. A Porto Bello, MacGregor passa il tempo creando un nuovo ordine cavalleresco con l’emblema della croce verde – e, diranno i suoi detrattori, perennemente ubriaco. Tra le truppe serpeggia lo scontento, anche perché gli uomini non vengono pagati… in onorificenze. Ma MacGregor non se ne preoccupa, così come non si interessa troppo della possibile rappresaglia spagnola, non curandosi di inviare i suoi soldati a pattugliare i dintorni della cittadina. 

Il risveglio sarà duro. Il 30 aprile 1819 il nemico marcia su Porto Bello. L’ufficiale se ne accorge all’ultimo, svegliandosi per i colpi di fucile; per scappare, butta il materasso sulla spiaggia al di sotto della camera e si getta dalla finestra, per poi raggiungere a nuoto la nave con cui era sbarcato. Da qui, manda un messaggio a Rafter ordinandogli di resistere. Lui, con i suoi duecento uomini rimasti a difendere Porto Bello, inizia un disperato fuoco di sbarramento. È convinto che il comandante tornerà a salvarli bombardando gli spagnoli alle spalle con le sue navi. E invece, MacGregor ordina alla flotta di ritirarsi e lascia quei pochi uomini al loro destino. Rafter è obbligato ad arrendersi e viene incarcerato: morirà cercando di scappare dalle prigioni spagnole, insieme ad altri undici ufficiali. 

Dal canto suoi, sempre più isolato dalla realtà ma ancora circonfuso da un’incredibile aureola, MacGregor conferisce ai suoi uomini e onorificenze una annuncia una nuova spedizione anti-spagnola: l’obiettivo questa volta è Rio de la Hacha, nell’odierna Colombia. Per raggiungere la località, il nostro scozzese requisisce una nave: un atto di pirateria che danneggerà molto la sua reputazione. La conquista della cittadina, comunque, non presenta grossi problemi. MacGregor fa sbarcare di notte i suoi uomini e dice loro che li raggiungerà a breve. Per due ore questi lo aspettano sulla spiaggia, invano. Il tenente colonnello William Norcott, a quel punto, capisce che deve farcela da solo: respinge un attacco degli spagnoli, contrattacca, e alla fine conquista Rio de la Hacha. Ed ecco, incredibilmente, ripetersi, quel che era accaduto nelle altre occasioni: MacGregor si proclama “sua Maestà l’Inca di Nuova Granada”, passa il tempo a ubriacarsi e a conferire onorificenze, si disinteressa del morale dei suoi soldati (che lo considerano, nei fatti, un codardo), né delle truppe spagnole. Quando queste accerchiano la città, alcuni suoi ufficiali si ammutinano. Lui, allora, affida il comando della piazzaforte al colonnello Thomas Eyre (che nel frattempo ha insignito dell’ambito titolo di generale dell’Ordine della Croce Verde) e scorta la moglie e i figli di quest’ultimo in salvo su una nave. Ora dovrebbe tornare a Rio de la Hacha a dare man forte ai suoi. Preferirà salpare e prendere il largo, proprio quando gli spagnoli stanno attaccando. 

Tanto per cambiare, il generale Eyre e le sue truppe finiscono massacrate. 

La caduta

MacGregor a questo punto non sa dove andare. Non può tornare in Giamaica, dove ha lasciato Josefa e il figlioletto Gregorio: è ricercato per atti di pirateria (non dimentichiamo lo scherzetto della nave sequestrata). Cerca di fornire una versione fortemente edulcorata dei fatta di Rio de la Hacha, ma questa volta, finalmente, la sua fama lo ha preceduto. Simón Bolívar lo considera un traditore e ne decreta la condanna a morte. Intanto, la sua reputazione è compromessa anche a Londra: nel 1820, esce un feroce libretto che descrive senza mezzi termini le codardie del “generale”. A scriverlo è un suo ex-ufficiale, Michael Rafter. Il cognome non è una coincidenza: si tratta del fratello di William Rafter, quello abbandonato a Porto Bello e fucilato in una prigione spagnola…

Michael ha partecipato con MacGregor alla spedizione di Rio de la Hacha, nella speranza di salvare il fratello. Accortosi dell’inettitudine del suo comandante, ha disertato prima dell’attacco degli spagnoli ed è così riuscito a tornare a Londra. Qui si è lanciato in una feroce campagna volta a render note a tutti le “imprese” di MacGregor. Il volumetto sarà dedicato “al colonnello William Rafter e alle truppe abbandonate a Porto Bello e Rio de la Hacha”.

Per qualche mese MacGregor sparisce per prudenza dalla circolazione. Ma solo per ricomparire nell’aprile del 1820 a Costa dei Mosquito, la parte più orientale dell’odierno Nicaragua. Gli inglesi hanno fatto di quella zona una sorta di stato cuscinetto, per far sì che gli spagnoli non possano avanzare diritti su quelle terre. La zona si chiama così non per la presenza degli insetti, ma perché abitata dai Miskito, discendenti degli schiavi di una nave negriera naufragata e della popolazione indigena. Su di loro regna formalmente un miskito, George Frederic Augustus I (1798-1824), ma si tratta di un titolo di facciata: i coloni praticamente non esistono, non ci sono infrastrutture, c’è solo un modesto insediamento inglese e chilometri di giungla inesplorata. 

Qui MacGregor affida al “re” un carico di rum e gioielli, e in cambio ottiene la concessione di un terreno di 8 milioni di acri – un’area grande quanto il Galles, ma priva di insediamenti e inadatta all’agricoltura. Ma questo non gli importa poi molto: lui le dà il soprannome di Poyais, si auto-nomina cacicco (il nome con cui gli spagnoli chiamano i principi indigeni) e comincia a pensare che, in fondo, nessuno a Londra sa poi molto di quel che succede in quei piccoli territori coloniali dimenticati da Dio… 

Gli sembra dunque sia arrivato il momento di rientrare a Londra.

La truffa del Poyais

Quando MacGregor torna in Gran Bretagna copre che alcuni ricchi inglesi sono ancora disposti a dargli credito. Certo, il libro di Rafter un po’ lo ha danneggiato, ma l’ex-ufficiale arriva dalle Americhe, mondo in rapida trasformazione, dove un uomo può perdere tutto e ritrovarsi di nuovo ricco e potente il giorno dopo. A Londra, MacGregor si presenta dunque come cacicco del Poyais, frequenta la buona società, fa arrivare la sua “principessa” Josefa (che nel frattempo ha dato alla luce la piccola Josefa Anna Gregoria). Racconta di regnare su uno stato democratico, afferma di essere in cerca di coloni e di investitori per conto del Poyais, mostra a tutti un proclama che avrebbe distribuito ai suoi fedeli sudditi il 13 aprile 1821 per annunciare loro il viaggio e affidare il governo temporaneo al suo vice-cacicco, il generale di brigata George Woodbine. Sia l’ufficiale, sia il proclama sono totalmente inventati. 

Ma la fantasia di MacGregor non si limita più a un finto documento. Si inventa un’intera nazione, in un processo mentale che per certi versi appare ormai quello di chi crea universi complicatissimi, a suo uso e consumo, ma pur sempre a fini criminosi. Disegna le uniformi dei suoi militari, un sistema di governo tricamerale, titoli terrieri, meccanismi commerciali e bancari e – ovviamente! – le amatissime onorificenze. Lo stemma del Poyais, disegnato per l’occasione, rappresenta la vecchia croce verde, sostenuta da indigeni del Poyais e da… unicorni. 

Il primo ad abboccare a questa folle invenzione (ma, forse, non sono in tanti a credere in mondi alieni paralleli al nostro, o segretamente legati ai governi delle maggiori potenze?) è il maggiore William John Richardson, a cui MacGregor conferisce un alto grado nel “Reggimento reale di guardie a cavallo” di Poyais e il ruolo di massimo rappresentante di Poyais in Gran Bretagna. Richardson, in cambio, accetta di assegnare a MacGregor la sua tenuta di Oak Hall, come “base” per la presunta famiglia reale centro-americana. Ben presto, il maggiore stabilisce uffici a Londra, Edimburgo e Glasgow con lo scopo di trovare potenziali emigranti e vendere i soliti certificati fondiari che garantiscono appezzamenti di terra fertile nella colonia. 

MacGregor si occupa della pubblicità: comincia a far stampare avvisi e volantini e rilascia interviste ai giornali. Fa addirittura comporre ballate sul mitico stato del Poyais, che vengono poi fatte cantare per le strade da appositi cantanti prezzolati. 

Il tocco di classe, però, è una monumentale guida da 355 pagine ad uso dei coloni: Sketch of the Mosquito Shore, Including the Territory of Poyais, firmata dal capitano Thomas Strangeways. Inutile dire che autore e informazioni sono del tutto inesistenti e che vengono dalla mente di MacGregor. La nuova terra è descritta in termini entusiastici: è immune da tutte quelle malattie tropicali che infestano le altre regioni del Sudamerica; anzi, il clima è così salutare che i coloni malati dei Caraibi la usano come destinazione termale. Pesce e selvaggina abbondano, i fiumi sono pieni di pepite d’oro, i nativi amichevoli e pronti ad aiutare i neo-arrivati, la terra è fertilissima, adatta sia alla coltivazione del mais (si possono fare tre raccolti l’anno!), sia della canna da zucchero e del tabacco. St. Joseph, la capitale, dispone di strade lastricate,di un parlamento, un teatro d’opera e una cattedrale con volta a cupola: vi abitano 20.000 persone! 

All’inizio del 1823, già cinquecento persone circa hanno acquistato i fondi d’investimento; qualcuno vi ha investito i risparmi di una vita. La Gran Bretagna, del resto, sta vivendo un boom economico. Dopo la battaglia di Waterloo e l’uscita di scena di Napoleone, i tassi di interesse sono calati fino al 3%, visto che le spese destinate alla guerra sono di colpo crollate. Chi cerca qualcosa di più redditizio, si rivolge al Sudamerica: le obbligazioni dei nuovi Stati alla moda con territori immensi e vergini – Colombia, Perù e Cile – garantiscono rendimenti fino al 6%. MacGregor, con la sua terra immaginaria, promette altrettanto, se non di più. Molti ci cascano, e l’avventuriero è dunque ormai in grado di armare una nuova nave. 

È arrivato il momento di passare alla seconda fase: far partire i trepidanti coloni alla volta del Poyais. 

Rotta verso la terra promessa

Sono tanti, coloro che hanno accettato di partire verso le fertili terre d’oltremare. E non sono tutti disperati, anzi: ci sono medici, dipendenti pubblici, militari. MacGregor ha già assegnato alcuni incarichi: un banchiere della City  parte convinto di diventare il direttore della Banca del Poyais, mentre un ciabattino di Edimburgo accetta l’ambita carica di “Ufficiale Calzolaio di Sua Maestà la Principessa di Poyais”. Altri hanno acquistato i gradi militari nell’esercito, ed diversi ancora hanno cambiato le loro sterline con i dollari del Poyais, la presunta valuta locale (fatta stampare in Scozia). Dopo tutto, le vecchie sterline non serviranno, là dove si deve andare…

Obbligazione terriera da 250 acri e banconota da un dollaro emesso dalla Banca del Poyais. Il motto del Regno era curioso: “conquistato inconsapevolmente”.

Molti dei futuri coloni sono scozzesi: MacGregor ne ha reclutati abbastanza da riempire sette navi, offrendo gratis il viaggio a commercianti e artigiani. Ha giocato sulla vecchia rivalità tra Inghilterra e Scozia, dando la precedenza ai suoi compatrioti a discapito degli antichi nemici dei secoli passati. 

Il 10 settembre 1822 l’Honduras Packet, battente bandiera della Croce Verde, è pronta a salpare. Con essa viaggiano circa settanta uomini. MacGregor augura buona fortuna ai coraggiosi pionieri e affida la guida della spedizione a un ex-ufficiale dell’esercito britannico, Hector Hall. Una seconda nave, il mercantile Kennersley Castle, salpa da Leith il 22 gennaio 1823 con quasi duecento migranti a bordo. Vi figurano anche donne e bambini, a cui il “cacicco” ha promesso che non pagheranno la traversata. 

A novembre l’Honduras Packet arriva nella terra promessa, ma i luoghi sono molto diversi dagli schizzi della guida. Soprattutto, non c’è alcuna traccia della capitale St. Joseph e del suo porto. I pionieri si accampano sulla riva e mandano squadre di ricerca nell’entroterra. Alcuni indigeni, infine, li portano ai resti di un vecchio insediamento britannico: della moderna capitale con palazzi e teatri non c’è alcuna traccia. I coloni hanno ormai esaurito le scorte di cibo e acqua, e dissenteria e malattie iniziano a diffondersi. Hall, il capitano dell’Honduras Packet, parte per cercare aiuto dal re George Frederic Augustus lasciando sul posto la maggior parte dei passeggeri. 

Nel marzo 1823, intanto, raggiungono il luogo anche i duecento del mercantile Kennersley Castle. La situazione migliora leggermente: i nuovi arrivati hanno scorte di cibo e medicinali, ma il morale è a terra e nessuno sa bene cosa fare. Hall, nel frattempo, è arrivato dal re dei Mosquito, che però si rifiuta di prestare soccorso. Col sopraggiungere della stagione delle piogge, il campo viene invaso dagli insetti e cominciano a diffondersi febbre gialla e altre malattie. La disperazione regna ormai sovrana. Il futuro “calzolaio reale” si suicida. Le due spedizioni vengono infine scoperte dalla Mexican Eagle, una goletta proveniente dall’Honduras britannico: su di essa, il maresciallo Bennet, che informa i malcapitati che il Poyais non esiste. Si offre quindi di scortare i pionieri nell’Honduras britannico. Non tutti accettano: una parte preferisce attendere l’arrivo di Hall, che torna la settimana seguente con il re dei Mosquito. Quest’ultimo non fa un bel nulla, se non annunciare che la concessione a MacGregor è stata revocata, che non esiste alcun Poyais né alcun cacicco e che nessuno ha il diritto di vendere o far prestiti con quei possedimenti. Anzi, i nuovi arrivati devono giurare fedeltà al re, visto che si trovano illegalmente nelle sue terre…

La maggior parte dei presenti accetta quindi di trasferirsi nel Belize, l’Honduras britannico. La salute dei più però è compromessa, il clima arrivati a destinazione è anche peggiore di quello del “Poyais”. Dei circa 250 passeggeri dell’Honduras Packet e del Kennersley Castle, circa 180 moriranno in breve tempo. 

Solo una cinquantina farà ritorno in Gran Bretagna. 

La fine della tragica truffa

È a questo punto che il maggiore Edward Codd, sovrintendente della colonia, prende l’iniziativa da cui questa incredibile vicenda avrà fine. Manda un messaggio a Londra per spiegare la situazione. In questo modo, la Royal Navy riesce a intercettare le cinque navi che sono in viaggio o che stanno per salpare. Due di esse vengono indirizzate subito verso l’Honduras britannico. Tra i coloni, alcuni accettano di rimanere lì, altri si trasferiscono negli Stati Uniti. Molti però decidono di far ritorno a casa, cosa che sarà possibile grazie alla nave Ocean, che salpa dal Belize il 1° agosto 1823. Arriveranno a Londra il 12 ottobre 1823. Prima del loro sbarco, però, MacGregor aveva pensato bene di togliersi dalla circolazione. Avvisato Richardson che avrebbe portato Josefa in Italia per motivi di salute, fugge a Parigi. 

Quando i pionieri sopravvissuti arrivano a Londra, scoppia lo scandalo. La stampa pubblica i racconti degli scampati, molti dei quali vorrebbero veder MacGregor penzolare da una forca. Non tutti, però: alcuni sono ancora convinti – contro ogni evidenza – che la colpa non sia dello scozzese, ma di Hall, che non aveva saputo individuare la vera posizione del magnifico regno del Poyais, che aspettava solo loro. Richardson, anche se abbandonato da MacGregor, nega con faccia di bronzo che il regno sia inesistente: anzi, intenta cause ai giornali che lo sostengono – proprio come un contattista Ufo, un cospirazionista o un venditore di “medicine alternative” del 2021. 

Intanto, a Parigi, MacGregor non demorde, anche se ormai si trova a distanza di sicurezza dalle sue vittime: dà la colpa agli avidi mercanti dell’Honduras britannico, che stanno evidentemente boicottando lo sviluppo del suo Poyais, questo nuovo Paradiso sconosciuto. Riesce a convincere una società di commercianti, la Compagnie de la Nouvelle Neustrie, a investire nello stato immaginario… Dalla sua nuova abitazione sugli Champs Elysées, dove è nato il terzo figlio della coppia, MacGregor arriva a scrivere ai monarchi spagnoli per fare del Poyais un loro protettorato. Come in Gran Bretagna, l’avventuriero scozzese prova per un’ultima volta la sua truffa: vende obbligazioni, pubblica un nuovo libro sul Poyais (che questa volta è descritto come una repubblica), arruola coloni, arma una nave… Ma ormai per lui il tempo è scaduto: i suoi collaboratori sono arrestati prima che i pionieri lascino il porto atlantico di Le Havre. 

L’epilogo

Malgrado un tentativo di fuga da Parigi, MacGregor è arrestato il 7 dicembre 1825. Cerca di farsi liberare sulla base di un’inesistente immunità diplomatica, ma non gli riesce. Al processo davanti alla giustizia francese, MacGregor proverà a far ricadere la colpa su un ex-collaboratore scappato nei Paesi Bassi, sostenendo di essere stato defraudato lui stesso dei sui beni. Incredibilmente, il “cacicco” sarà assolto, processato una seconda volta quando il collaboratore fuggito viene estradato in Francia, e poi… di nuovo assolto. Tornerà per un po’ a Londra, dove sarà per pochi giorni prima di essere rilasciato senza ulteriori accuse. 

Un ultimo tentativo di vendere ancora obbligazioni terriere nel Poyais finirà in modo grottesco. Nel frattempo, infatti, il successore di George Frederic Augustus I aveva emesso anche lui obbligazioni per lo stesso tratto di terra. In più, imitandolo, altri truffatori avevano cercato di vendere anche loro fondi d’investimento del Poyais! 

MacGregor cercò di pagare i suoi debiti emettendo ulteriori certificati, ma dopo un po’ gettò davvero la spugna. 

Il 4 maggio 1838 gli muore la moglie Josefa. Poco tempo dopo tornerà in Venezuela. Nell’ottobre dello stesso anno chiederà la cittadinanza e il ripristino del suo precedente grado nell’esercito venezuelano, chiedendo che il suo passato da rivoluzionario e generale di Bolivar gli fosse riconosciuto. La domanda sarà approvata e gli verrà assegnata una pensione da ex-combattente. Morirà in Venezuela il 4 dicembre 1845, da uomo libero, e sarà sepolto nella cattedrale di Caracas con tutti gli onori del suo rango militare. 

I giornali ne celebreranno le gesta, quelle gloriose della ritirata nella guerra d’indipendenza contro la Spagna. Non una parola sulle grottesche imprese di Amelia. Porto Bello e Rio de la Hacha, o sul mondo immaginario e favoloso del Poyais. 

In evidenza: La stampa satirica inglese, nello sbeffeggiare le “bolle” (ossia, le manie e le mode in corso all’epoca), per il 1825 metteva al centro anche “la compagnia del Poyais”, che, opportunamente, faceva scoppiare come una bolla di sapone.

3 thoughts on “Gregor MacGregor, il cacicco del Poyais

  • 19 Settembre 2021 in 11:44
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    Bella storia, grazie Sofia e Giuseppe. Del resto, nella mia ormai lunga vita, ne ho viste di truffe colossali e di Mc Gregori: dai Fondi Comuni di Investimento degli anni tra i 70 e gli 80, alla cui corsa partecipai anche io, al recentissimo bonus fiscale del 110%, che fa ancora partire grandi Imprese e grandi Banche nell’ improbabile guadagno (spalmato in un decennio) di una promessa detrazione fiscale. Promessa che imprese e banche rigirano ai proprietari di immobili trasformandola in miglioramenti delle loro proprietà atti ad aumentarne grandemente il valore. “Vi anticipiamo noi le spese,” dicono, “voi non spenderete nulla!” E la gente di crede. Come tragicità dell’ epilogo, poi, la corsa agli Eserciti Privati, per “mantenere in sicurezza” i ricchi giacimenti di gas, petrolio e terre rare nelle colonie Iraqene e Afghane, non è certo da meno del “Vomito Prieto” del Poyais.

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    • 2 Ottobre 2021 in 13:18
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      GENTILE SIG. GRANO,DOPO L’ARTICOLO, HO LETTO IL SUO COMMENTO, MI HA COLPITO LA SEGUENTE OSSERVAZIONE : “bonus fiscale del 110%, che fa ancora partire grandi Imprese e grandi Banche nell’ improbabile guadagno (spalmato in un decennio) di una promessa detrazione fiscale. Promessa che imprese e banche rigirano ai proprietari di immobili …… ”
      INFATTI NEL MIO CONDOMINIO L’AMMINISTRATORE FARA’ FARE DEI LAVORI USUFRUENDO DEL BONUS FISCALE DELLO STATO, CIRCA 90 X 100 … LEI PENSA CHE SIA UNA FREGATURA ? CIOE’ IN FUTURO LO STATO POTREBBE RICHIEDERCI I SOLDI CHE CI HA FINANZIATO ? saluti, bruno .

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  • 2 Ottobre 2021 in 20:19
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    Caro Bruno, il mio però non è un discorso “scientifico”, è solo scettico…all’ estremo. Se può consolarLa, anche il mio Condominio farà l’ Assemblea mercoledì prossimo. E non potrà che approvare i lavori e iniziarli: basta un terzo dei millesimi condominiali perché siano approvati. E’ come se in una assemblea il cui voto ha valore legale, una decisione avesse un abbuono del 21% dei voti, anche se nessuno la votasse. A questo punto i lavori inizieranno e dureranno, nel caso nostro, almeno sei mesi, durante i quali respireremo polveri e l’ Agenzia delle Entrate potrà impugnare la nostra decisione per otto anni. Ovvero chiederci indietro i soldi abbuonati. Ma, ovviamente, perché il mio pessimismo abbia ragione, bisogna aspettare. Le condizioni a priori sono favorevoli, come le azioni vendute da Mc Gregor. Sa cosa el dico: spero di sbagliarmi perché, se alla fine le cose andranno bene, conviene anche a me. Auguri a Lei e ai Suoi Condòmini.

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