Da dove piovono i capelli d’angelo?

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

È un fenomeno tipico delle giornate d’autunno, magari con tempo sereno o rischiaratosi dopo una pioggia. Voi siete lì, che passeggiate tranquilli, e a un certo punto vedete scendere dal cielo una pioggia di ragnatele, che galleggiano nell’aria riflettendo la luce del sole. A loro, la tradizione ha assegnato molti nomi: fili della vergine, capelli d’angelo, o – in tempi più recenti – bambagia silicea. 

La scienza ha ormai capito da tempo di cosa si tratta: è il fenomeno del balloning, un metodo di spostamento usato da parecchie specie di ragni e da alcuni artropodi. Meraviglia della natura: questi animaletti sono in grado di aviotrasportarsi, usando le ragnatele come piccole mongolfiere. Questa conclusione, però, ha seguito vie lunghe e tortuose, prima di diventare conoscenza condivisa. Seguiamo insieme le diverse interpretazioni che si sono susseguite nei secoli: è una storia in cui si intrecciano credenze religiose, osservazioni scientifiche, miti antichi e modernissimi, dai demoni etruschi fino ai dischi volanti. 

I “fili della Vergine”: i capelli d’angelo come folklore 

In tutte la nostra vecchia provincia di Francia, ci sono i Fili della Vergine. Sono – stando alle antiche leggende – i fili della conocchia della madre di Gesù bambino. Mentre egli dorme, la Vergine raccoglie i fili con le sue dita minute in fondo al fuso e lascia che si sparpaglino in aria, per rendere più caldo, durante l’inverno, il nido degli uccelletti. 

Questa è la versione normanna, ma in altre zone la leggenda si tinge di scuro. Il “filo della Vergine” sarebbe destinato a tessere il lenzuolo mortuario dei miseri che cadono abbandonati ai margini di un bosco, o sul bordo di un burrone, o lungo le grandi vie. (Georges Dubosc, Les fils de la Vierge, 17 settembre 1899)

C’è davvero da rimanere stupiti; nel giro di mezzo secolo o poco più, questa poetica lettura ottocentesca sarà largamente soppiantata da un linguaggio ai limiti della fantascienza, pieno di dischi volanti. Prima di allora, però, il fenomeno sarà dissezionato dalle scienze della natura e dai suoi microscopi.

Una sintesi efficace della prima fase delle leggende sui capelli d’angelo è stata fatta da Tommaso Braccini in un capitolo di Miti vaganti (Il Mulino, 2021, pp. 77-83), di cui potete leggere qui una recensione. Le piogge di filamenti sono descritte da Teofrasto (IV secolo a.C.) e da Arato di Soli nei Fenomeni (III secolo a.C.). Spesso legate a timori per presenze demoniache, o lette come “residui” di anime che bruciavano, svolazzando, con il Cristianesimo assunsero una certa fama in buona parte d’Europa. 

In Germania, ricorda Braccini, i capelli d’angelo erano noti come Marienfäden (Fili di Maria), e a tesserli era la Vergine, oppure le undicimila vergini di Colonia. Sono più conosciuti, invece, con l’espressione francese: Fils de la Vierge. Ma questa non era l’unica possibile interpretazione: i filamenti potevano essere attribuiti – a seconda delle regioni – a questo o a quel santo assiso in cielo. Ancora nel 1665, a Halle – cuore della sorgente cultura universitaria prussiana – l’erudito Johannes Praetorius (1630-1680) aveva pubblicato un libriccino, il Sacra Filamenta Divae Virginis: lì, tra saghe e leggende, inquadrava ancora una “pioggia” avvenuta tempo prima a Naumburg nell’ambito dei prodigia.  

Settecento e Ottocento: i capelli d’angelo come fenomeno naturale

Prima di entrare a pieno titolo nel folklore moderno degli UFO, il ballooning divenne lentamente oggetto di minor meraviglia. Insieme a tanti altri eventi naturali, anche i nostri fili caduti dal cielo subirono il disincanto della realtà dovuto al diffondersi della mentalità scientifica. 

Da questo punto di vista, la svolta sembra testimoniata da una descrizione che giunse dalla contea inglese dell’Hampshire a metà Settecento. La pioggia di filamenti era avvenuta il 21 settembre 1741. Ne fu testimone un pastore anglicano, Gilbert White (1720-1793), che nel 1789 la descrisse in Natural History and Antiquities of Selborne. White è passato alla storia come naturalista e come ornitologo. Il suo libro è intriso di una  mentalità ormai proto-darwiniana, e anche di una prosa gradevole, dal punto di vista letterario: fu molto letto anche per questo motivo.  

Al mattino presto di quel 21 settembre, White, che all’epoca aveva 21 anni, era andato in campagna a passeggiare. Durante il cammino, si accorse che il selciato era a tratti ricoperto di una tela sottile, in cui il suo cane s’infilò, fino a doversi rotolare in terra per ripulirsi. White non aveva ancora visto la sostanza cadere dal cielo: l’aveva trovata già al suolo. La giornata (com’è tipico in questi casi) si rivelò magnifica, col cielo azzurro, calma, insomma – scrisse, “degna della Francia meridionale”. Ma il meglio doveva ancora venire:

Verso le nove una vista del tutto insolita cominciò a richiedere la nostra attenzione sotto forma di ragnatele che cadevano da quote assai elevate e che continuarono a farlo sino a fine giornata. Non si trattava di singoli fili leggeri che fluttuavano per aria vagando qua e là, ma di fiocchi o brandelli perfetti, alcuni larghi quasi un pollice e lunghi cinque o sei, che cadevano ad una velocità tale da dimostrare che fossero assai più pesanti dell’atmosfera. 

Quando White, nel 1789, pubblicò il suo libro a Londra, il clima culturale era quello dell’Illuminismo: ogni barocchismo linguistico o del pensiero era considerato inutile, e le leggende sulle Vergini filanti avevano fatto ormai il loro tempo. La causa del fenomeno era invece chiara, almeno al pubblico colto e ai naturalisti: 

Ormai nessuno, in questi giorni, dubita che fossero il prodotto di ragnetti che sciamano sui campi in autunno e che hanno la capacità di emettere le ragnatele dalla coda, così da galleggiare e diventare più leggeri dell’aria. 

In realtà, come sempre nella storia della scienza, il processo verso l’accettazione dell’interpretazione aracnologica fu più lento e meno trionfale di quanto si potrebbe pensare leggendo White.

Mentre cercava di sviluppare la sua primitiva teoria dell’evoluzione, infatti, un naturalista insigne come Jean-Baptiste de Lamarck prendeva una solenne cantonata sui capelli d’angelo. La troviamo ben raccontata in un trattato francese: Des erreurs et des préjugés répandus dans les diverses classes de la société (1818), di Jacques Barthélémy Salgues. Dopo essersi burlato dell’idea che la Vergine filasse il cotone in cielo, Salgues riportava in dettaglio le osservazioni delle “piogge” fatte da Lamarck (di solito in autunno, a volte in primavera). Il naturalista era al corrente dell’interpretazione aracnologica, ma preferiva – sbagliando – un’ipotesi assai più tortuosa. Nel corso degli anni, aveva infatti notato che le cadute avvenivano in giornate nebbiose seguite da un bel Sole. Che fosse questa la loro causa?

A produrle, poteva essere proprio la condensazione delle nebbie. Non tutte, però; solo quelle più “secche”, a suo avviso frequenti in autunno e in primavera, ma non in inverno o in piena estate. Negli strati alti dell’atmosfera, diceva (le capacità riflettive delle ragnatele ingannavano pure lui, facendogli pensare che si formassero a chissà quali altezze), ogni tanto doveva verificarsi un processo che solidificava la nebbia secca, fino a trasformarla nei brillantissimi e bianchi fili della vergine, che poi si dissolvevano rapidamente per il mutare delle condizioni atmosferiche: il giorno dopo nessuno, infatti, riusciva più a raccoglierne un campione! 

Salgues, dal canto suo, si inchinava all’autorità di Lamarck, ma non fino a toccare il pavimento con la testa: nessuno – commentava – era a conoscenza di questo fantomatico processo di concrezione dell’aria nebbiosa teorizzato da Lamarck. E poi, continuava Salgues, lo stesso Lamarck non si era forse espresso con fermezza contro l’ipotesi secondo cui gli aeroliti si formassero nell’atmosfera, dove al naturalista sembrava impossibile che “concrezioni” di quelle dimensioni potessero formarsi? E allora, perché il Sole caldo e la nebbia secca avrebbero dovuto portare alla formazione solida, anche se effimera, dei fili della vergine? Insomma, Salgues mostrava che, anche seguendo il ragionamento di Lamarck, nella sua teoria c’era una contraddizione interna.

Pochissimo tempo dopo, nel 1820, comparve una lettera interessante sugli Annales de Chimie et Physique (tomo 15, p. 427). Era stata inviata il 1° novembre di quell’anno da Monsieur Laine, console francese a Pernambuco, sulle coste brasiliane. Vi si descrivevano alcune piogge di “una sostanza simile a seta” avvenute in città, nell’interno e sul mare circonvicino agli inizi di ottobre. Alcuni campioni della sostanza erano stati inviati a Parigi dove erano stati osservati al microscopio. Non erano menzionati i ragni; chi scriveva il commento, non firmato (forse era dello stesso direttore della rivista, il gigante della fisica Joseph Gay-Lussac), si limitava a dire che la sostanza presentava 

alcune analogie con i filamenti setosi che nei dintorni di Parigi e in alcuni periodi dell’anno, sono trasportati dal vento in ogni direzione”.

Si annunciava un’analisi chimica completa, ma non sappiamo nulla di un eventuale seguito. 

Ancora vent’anni dopo Lamarck, nel 1839, un altro studioso rilanciava l’ipotesi atmosferica: il medico Francis Doé, che aveva osservato una “pioggia” a Troyes, si interrogava nelle Mémoires de la Société d’agriculture, des sciences, arts et belles-lettres du Departement de l’Aube sul tipo di nebbia che poteva aver prodotto quel fenomeno. Lo scritto, però, non mancò di suscitare risposte piccate (ed ironiche) da altri…   

Il “ballooning” in un libro del 1890 (“American spiders and their spinningwork. A natural history of the orbweaving spiders of the United States, with special regard to their industry and habits“)

Ma la testimonianza più nota di questo periodo è un’altra. Nel 1839 Charles Darwin pubblicò The Voyage of the Beagle, che conteneva il diario e le osservazioni fatte durante il viaggio intorno al Sudamerica iniziato nel dicembre del 1831. 

La sera del 31 ottobre del 1832, mentre navigava lungo la coste settentrionali dell’Argentina, lo scienziato annotava:

Bellissima giornata, ma il vento ci è stato fermamente contrario. A sera tutte le funi erano ricoperte e ornate di frange di tele sottili. Raccolsi qualcuno dei ragni aeronauti, che dovevano aver viaggiato per almeno sessanta miglia. Resta inspiegabile la causa che induce questi piccoli insetti, come è ormai chiaro in entrambi gli emisferi, a intraprendere le loro escursioni aeree. 

A Darwin (che poi fece cenno più volte, nei giorni successivi, ad altre cadute) era chiaro che i capelli d’angelo fossero prodotti da qualche specie di ragno. Le spiegazioni precise su quel comportamento etologico, però, dovevano ancora arrivare. Ad ogni modo, anche sulla scorta delle sue osservazioni, la teoria atmosferica cadde definitivamente.

Così, ad esempio, nella sua seduta del 18 marzo 1867, l’Accademia delle Scienze di Parigi poté ascoltare la relazione del naturalista e gesuita Jean-Marie Babaz (1823-1883) su Le vol des araignées (il volo dei ragni). Ormai si cominciavano a identificare le specie che potevano produrre il fenomeno (Xysticus Bufo, fra le prime) e si cercava di misurare la grande distanza fino a cui, con grande sorpresa degli studiosi, erano in grado di giungere i ragni. 

Allo stesso modo, nel suo numero del 26 novembre del 1881, Scientific American riferì senza esitazioni di una pioggia su vasta scala verificatasi nella zona di Milwaukee e di altre città del Wisconsin. Lunghi fili (sino a 18 metri, notava la rivista!) furono visti fluttuare sul lago Michigan. Le caratteristiche erano quelle che poi diventeranno tipiche dei capelli d’angelo in chiave ufologica: le piogge si concentravano a fine ottobre; l’impressione era che i fili fossero a quote altissime, e che sparissero di colpo (questo, a causa del riflesso solare, che variava a seconda dei loro movimenti); in qualche occasione, le cadute assumevano portata tale da formare ammassi sul terreno… Soprattutto, nel 1881 Scientific American aveva ben chiaro un punto – uno di quelli che gli ufologi avrebbero poi invocato a sostegno della natura “misteriosa” delle cadute: i fili potevano non presentare il minimo segno della presenza degli aracnidi. 

Nove anni dopo, nel settembre del 1892, un’altra serie di piogge filamentose colpì un’area estesa per venti chilometri intorno alla cittadina di Gainesville (Florida). Lunghissimi fili (fino a centinaia di metri, a quanto pare!) caddero per un periodo di ben due settimane, con un culmine al 20 settembre; erano presenti sia col tempo asciutto, sia durante lievi piogge. Ne scrissero i Proceedings of the Entomological Society (vol. 2, pp. 385-388). Sebbene alcuni entomologi avessero riserve sulla natura dei fili, il presidente della Entomological Society, George Marx (1838-1895), ne ricevette alcuni campioni e li esaminò al microscopio: anche lui concluse che erano stati prodotti da una quantità colossale di aracnidi. Il parere di Marx, uno dei massimi studiosi di ragni del suo tempo, fece scuola. 

Il reincantamento del mondo: i capelli d’angelo come parte del fenomeno UFO

Difficile dire quando i capelli d’angelo cominciarono ai dischi volanti – il grande mito del Ventesimo secolo. Nel suo volume Flying Saucers in the Sky, lo storico dell’ufologia Maurizio Verga ha dimostrato che quasi tutti gli elementi della mitologia ufologica erano già disponibili agli esordi dell’intera vicenda, cioè nell’estate del 1947. Per quanto ne sappiamo, i capelli d’angelo furono legati ai “dischi” per la prima volta in America settentrionale, agli inizi dell’autunno del 1948. Visto il periodo dell’anno, alcune massicce migrazioni di ragni colpirono gli spettatori e i giornalisti, che furono i primi a inserirli nei loro discorsi sui nuovi portenti celesti dei quali si parlava da poco più di un anno. 

L’8 ottobre del 1948 l’agenzia Associated Press mandò un dispaccio da Los Angeles: il giorno prima, diversi abitanti della città avevano allertato le forze dell’ordine per la presenza in cielo di misteriosi paracadutisti che sembravano scendere lentamente a nord del Golden Gate. Qualcuno aveva pensato anche ai dischi volanti. Le segnalazioni furono prese con la massima serietà: dalla base aeronautica Hamilton furono fatti decollare alcuni aerei da ricognizione e un elicottero. La Guardia Costiera intervenne via cielo con tre aerei, e via mare con un cutter. Le autorità cittadine, affiancate da gruppi di civili, setacciarono la zona via terra. 

Poco dopo, l’Aeronautica diede il cessato allarme: si trattava di grovigli di ragnatele. Addirittura, il portavoce della base Hamilton si spinse a ipotizzare che la mania dei dischi volanti avesse avuto origine così: tutta colpa dei ragnetti migratori!

Generalizzazioni indebite, naturalmente: gli avvistamenti UFO sono dovuti a cause di ogni genere, e cercare di ricondurle a un solo motivo è stato, da sempre, una delle ingenuità di alcuni scettici. Ma l’innesco ormai c’era: dal folklore tradizionale, i capelli d’angelo avevano cominciato a trasformarsi in un elemento del cosmo ufologico. 

Ma non era solo il pubblico generale a pensare ai dischi volanti. Anche un tecnico avvezzo all’osservazione degli eventi atmosferici, un meteorologo canadese, ne era stato quasi ingannato pochi giorni prima, il 26 settembre 1948. Quel giorno si trovava a Port Hope, nella provincia dell’Ontario, sulle sponde settentrionali del grande lago omonimo. Descrisse la sua esperienza solo qualche mese dopo, nel numero di aprile 1949 della rivista Weather. Il titolo diceva tutto: “Ragnatele o dischi volanti?” 

Alle due del pomeriggio, in pieno sole, il meteorologo P. L. Lewis vide un oggetto simile a una stella spostarsi rapidamente in cielo. Poi ne seguirono altri: sparivano quando erano proprio sopra di lui. Attraverso un binocolo, gli sembrarono sferici; la parte centrale brillava più di quella ai margini. Con quello strumento, Lewis vide altri oggetti altri a quote maggiori, che non aveva notato a occhio nudo. Scrisse nella sua relazione a Weather:

In un primo momento mi fu facile pensare che le recenti notizie sui dischi volanti non fossero esagerazioni.

Per fortuna poté paragonarli con un gabbiano, e allora si rese conto che volavano ad altezze diverse: i più vicini erano forse a soli venti metri, i più alti a sei-settecento. Stimò le dimensioni a 30 cm, e la velocità a 75 km/h. Erano dunque oggetti piccoli e vicini, con una densità diversa al centro rispetto alla periferia. 

Poi si accorse della presenza in aria di lunghi fili che volavano in senso quasi orizzontale, alcuni simili a nastri di seta, e che identificò rapidamente come emessi da ragni. I fili erano visibili solo alle quote più basse, ed erano quelli che cadevano verso terra. 

Come molti altri osservatori delle piogge di ragnatele, anche quel testimone canadese rimase stupito dall’alta capacità delle ragnatele di riflettere la luce solare. È capitato diversi anni fa anche a uno degli autori di questo articolo (GS), a Pinerolo (Torino). 

La totale presa in carico dei capelli d’angelo da parte degli ufologi, comunque, si ebbe solo nell’autunno del 1952. Il 17 e il 27 ottobre (i periodi dell’anno sono sempre quelli), su alcune località della Francia centro-meridionale caddero grandi quantità di filamenti. Stavolta, quotidiani e rotocalchi associarono in modo esplicito i filamenti ad osservazioni contemporanee di “cilindri” e di “sfere” volanti, che sembravano emettere la sostanza; questa, poi, cadeva a terra e sublimava in tempo più o meno breve. Ci furono tentativi (sia da parte di entomologi, sia di persone presenti sul posto) di spiegare che erano ragnatele illuminate dal Sole; ma – stavolta davvero – intervennero i primi ufologi francesi a convalidare il caso con interventi sul posto e articoli. Le loro osservazioni finirono poi in alcuni libri, che divennero rapidamente la delizia degli appassionati di UFO. 

La vicenda francese è descritta in dettaglio in Ultimatum alla Terra (di Giuseppe Stilo, edizioni UPIAR, Torino, 2002, pp. 434-444). Un breve riassunto: sul numero di settembre 1953 della rivista militare Forces Aeriennes Françaises un tenente pilota dell’Aeronautica, Jean Plantier, associò i capelli d’angelo dell’anno prima ad alcune sue idee di fanta-fisica sulla propulsione dei dischi volanti. Nell’autunno successivo Aimé Michel, uno degli ufologi “seri” della prima generazione, sposò con entusiasmo le posizioni di Plantier nel suo primo libro, Lueurs sur les soucoupes volantes. Allo stesso tempo uno degli occultisti più importanti per la storia dell’ufologia, il britannico Desmond Leslie, ipotizzava (con il giornalista e scrittore di fantascienza francese Georges H. Gallet) che i capelli d’angelo emessi dai dischi fossero imparentati… con gli ectoplasmi! Ebbene sì, sarebbero stati fatti della stessa sostanza di quelle manifestazioni filamentose, tipiche delle sedute spiritiche a cavallo fra Diciannovesimo e Ventesimo secolo. Anche uno dei primi appassionati italiani, Renato Vesco (grande fan della meccanica, dell’aeronautica e poi dell’astronautica) si mise nella scia di Jean Plantier, già a metà anni ‘50: prendendo per buone le ipotesi dei francesi, pensava che i capelli d’angelo fossero un residuo dei super-combustibili dei dischi volanti. Però – un momento di attenzione – per lui i dischi non erano extraterrestri: erano invece un’arma segreta britannica, che aveva portato gli inglesi nel 1951 sulla Luna e nel 1954 su Marte… A completare il quadro “teorico” delle interpretazioni ufologiche sui capelli d’angelo, non mancò nemmeno un’associazione con le visioni collettive del 1917 a Fatima. Perfino le “piogge di fiori” associate a veggenti e apparizioni mistiche, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, furono ricondotte ai capelli d’angelo.

Sia chiaro: non tutti gli ufologi hanno avanzato ipotesi così improbabili. Parecchi, a partire dal chimico americano Charles A. Maney, si limitarono a descrivere e a raccogliere la casistica, ma senza riuscire a coglierne la natura nemmeno quando le descrizioni erano tipiche o i casi avvenivano esattamente nei periodi tipici delle piogge di ragnatele. In un altro lavoro di uno di noi due, Il quinto cavaliere dell’Apocalisse – Tomo secondo (Giuseppe Stilo, UPIAR, Torino, 2016, pp. 354-356) c’è un bilancio della massima ondata italiana di queste piogge, quella dell’ottobre-dicembre 1954. Il quadro generale è quello ormai noto. Comprende anche stavolta descrizioni di “dischi” che accompagnano i fili e le loro massicce cadute; in qualche raro caso, la stampa generalista li descrisse in dettaglio (e in questa occasione, su La Tribuna Illustrata del 14 novembre 1954, comparve anche un nuovo termine per designare quegli strani oggetti: bambagia silicea).  

Il punto fondamentale del discorso ufologico è dunque questo: la convinzione che i filamenti e gli “oggetti brillanti” (gli UFO) siano due cose diverse. Nel momento in cui, come in qualche caso, le descrizioni parlavano di “oggetti strani” (confondendo i fili per corpi ad alta quota), per gli ufologi iniziava il quarto d’ora di gloria. 

In anni recenti, tuttavia, questa visione dei filamenti come prodotto secondario (la caduta di una qualche sostanza) di un altro fenomeno (gli “oggetti volanti”) è andato allentandosi. In modo paradossale, gli appassionati del mistero son tornati alle origini, cioè ai fils de la vierge di secoli orsono, in cui a suscitare impressione erano le ragnatele da sole – senza bisogno, come nell’ufologia “classica”, degli oggetti volanti ad accompagnarli. 

I capelli d’angelo sono passati al panorama UFO post-moderno, sempre più sfrangiato, e poi al cospirazionismo. Per i Raeliani, si tratta di “nevischio” prodotto dai campi elettromagnetici intorno alle astronavi extraterrestri. Altrove, si sono trasformati in una prova dell’esistenza delle scie chimiche, oppure nell’evidenza del rilascio di veleni da parte dei poteri occulti che controllano il mondo (magari per renderci sterili, o per farci ammalare, o per renderci tutti robot obbedienti).

In questi modi il cerchio si è chiuso: con il nuovo folklore del Ventunesimo secolo, i demòni – quelli di cui ci ha raccontato Tommaso Braccini per l’antichità classica – sono tornati a impadronirsi dei nostri magnifici ragni migratori. Sono dèmoni diversi, ma ugualmente malvagi, nemici giurati dell’umanità.

Noi, però, quanto a punti di riferimento preferiamo guardare altrove. Nel 2014 il chimico e nostro consulente scientifico Simone Angioni produsse per il CICAP uno studio su una serie di campioni di capelli d’angelo caduti in Italia fra il 1999 e il 2013; i risultati confermavano in maniera sperimentale la natura “aracnoide” del fenomeno. Oggi, inoltre, la letteratura scientifica sul ballooning è molto ampia. Se volete capire quanto le piogge di ragnatele siano ormai comprese, indagate e spiegate, spulciate la bibliografia indicata qui. Niente scie chimiche, combustioni di astronavi o residui ectoplasmatici: solo la testimonianza di quanto la natura e l’evoluzione possano aver lavorato, nel dotare i nostri ragnetti del loro superpotere.

One thought on “Da dove piovono i capelli d’angelo?

  • 22 Luglio 2021 in 19:40
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    Ricordo bene quando alcuni descrivevano il fenomeno come “bambagia silicea” prodotta dagli UFO.
    Mi sembra che oggi siamo messi decisamente peggio, se la paranoia dei complottisti ne ha fatto un elemento delle loro narrazioni deliranti.

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