Luigi Broglio, il von Braun italiano

L’Italia è stata il primo paese europeo e il quarto al mondo (dopo Unione Sovietica, Stati Uniti e Canada) a progettare, costruire e lanciare nello spazio un proprio satellite, il San Marco 1.

Come abbiamo fatto ad arrivare prima di potenze mondiali come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, il Giappone? (Il Regno Unito vanta un satellite realizzato prima del San Marco, l’Ariel 1, ma costruito e lanciato dagli americani.)

Lo dobbiamo soprattutto a una persona, che riuscì a superare la mancanza di una strategia nazionale e di finanziamenti adeguati attraverso l’ingegnosità, la tenacia e la lungimiranza: Luigi Broglio.

Nato nel 1911 a Mestre da una famiglia piemontese (il padre era ufficiale dell’artiglieria), da bambino si trasferì a Roma, dove nel 1934 si laureò in ingegneria civile con una tesi innovativa che proponeva un nuovo metodo di calcolo strutturale, il metodo delle forze bilanciate, metodo che si diffuse presto in tutto il mondo.

Negli anni successivi si laureò anche in ingegneria aeronautica e in matematica (sempre di venerdì 17, a dispetto dei superstiziosi).

Tenente dell’aeronautica (nel corso della sua carriera scalerà tutti i gradi fino a quello di generale ispettore), nel 1943 vinse una cattedra in ingegneria aeronautica a Roma, che una legge fascista gli impedì di ricoprire in quanto non sposato. Dopo l’8 settembre entrò in un gruppo di partigiani guidati da Paolo Emilio Taviani e finita la guerra ottenne finalmente la cattedra e un invito da visiting professor alla Purdue University dell’Indiana, dove conobbe diversi specialisti del settore aerospaziale, tra i quali Hugh Dryden, futuro amministratore associato della NASA.

Già nel 1951 avviò studi sull’alta atmosfera in collaborazione con gli Stati Uniti e nel 1952 sostituì il pioniere dell’aeronautica e della missilistica Gaetano Crocco come preside della scuola di ingegneria aeronautica di Roma. Riuscì spesso a superare la scarsità di finanziamenti grazie alla sua personalità, al suo senso pratico, alle sue straordinarie capacità organizzative e di lobbying presso ambienti politici e militari: per esempio nel 1954 costruì il primo tunnel supersonico a Mach 4 in Italia grazie a vecchi compressori e serbatoi della marina, mentre nel 1956 riuscì a realizzare una galleria a Mach 6 unica in Europa.

Il grande fisico Edoardo Amaldi, che fin dal 1958 (appena un anno dopo lo Sputnik!) proponeva un programma spaziale europeo, lo convinse a lasciare il campo dell’aeronautica, in cui era un maestro riconosciuto, per passare allo spazio, un ambito che Broglio non conosceva ma che riuscì a padroneggiare in poco tempo. Broglio accettò l’invito di Amaldi, con l’obiettivo di sviluppare un nuovo settore di ricerca che procurasse prestigio e progresso all’Italia, e introdusse la laurea in Ingegneria aerospaziale nelle università italiane.

Nel 1959 fu nominato presidente della Commissione per le Ricerche Spaziali del CNR e in questa veste propose al Presidente del Consiglio Amintore Fanfani l’idea temeraria di realizzare un satellite italiano da mandare nello spazio con un razzo italiano da una base italiana. È difficile immaginare oggi quanto fosse ambiziosa questa iniziativa in un momento in cui gli Stati Uniti erano appena riusciti a lanciare un satellite dopo diversi fallimenti e gli altri paesi europei non sognavano nemmeno un programma spaziale autonomo. Ma la proposta fu accolta e Broglio ottenne anche il sostegno della NASA, che desiderava coinvolgere altre nazioni nell’esplorazione dello spazio.

Il programma spaziale italiano fu completato in pochi anni, con un gruppo di scienziati e tecnici italiani guidati da Broglio, con qualche cambiamento rispetto al concetto iniziale: si decise infatti di lanciare il satellite dalla base americana di Wallops Island, in Virginia, e con un razzo americano, lo Scout (operato però da tecnici italiani). Il payload scientifico fu scelto dalla NASA, che preferì alla proposta di Amaldi e a quelle di altri fisici italiani quella di Broglio, uno strumento che permetteva di misurare la densità dell’alta atmosfera in modo continuo e con una precisione mai raggiunta prima: la bilancia di Broglio. Il San Marco 1 fu lanciato con successo il 15 dicembre 1964.

Broglio aveva proposto fin dall’inizio di lanciare il satellite da una piattaforma marina, un’idea senza precedenti che avrebbe permesso di scegliere la latitudine di lancio: questa idea temeraria fu effettivamente realizzata per il San Marco 2, che nel 1967 fu lanciato dal mare al largo di Malindi, in Kenya, con caratteristica povertà di mezzi: la base di lancio (chiamata Santa Rita, come la patrona delle imprese impossibili) era costituita da una piattaforma da sbarco dell’esercito americano regalata all’Italia dopo la guerra e riconvertita, insieme a due piattaforme petrolifere acquistate dall’ENI e altri materiali dismessi dell’aeronautica militare. Il San Marco 2 fu il primo satellite al mondo lanciato da una base non sovietica né americana.

Fino al 1988 furono lanciati dalla base Santa Rita altri tre satelliti San Marco, più molti altri satelliti americani e inglesi, senza mai un fallimento. Oggi la piattaforma Santa Rita, divenuta Centro Spaziale Luigi Broglio, non è più usata per i lanci, ma è ancora attiva come centro di supporto per i lanciatori Ariane 6 e Falcon Heavy.

Negli anni Settanta Broglio propose di realizzare un lanciatore italiano sul modello dello Scout americano e di fare della base di Malindi un centro per il lancio di piccoli satelliti in orbita bassa, ma il progetto non fu portato a termine. Anche per questo, nel 1993 Broglio si dimise dal consiglio di amministrazione dell’Agenzia Spaziale Italiana, in cui era entrato poco dopo la sua fondazione, nel 1988.

A distanza di tanti anni possiamo dire che il sogno di Luigi Broglio di sviluppare un nuovo settore di ricerca che desse prestigio all’Italia si è realizzato, anche se con due grossi limiti. In primo luogo Broglio fu molto efficace nel coinvolgere il mondo accademico e militare, ma non altrettanto quello industriale, che rimase sempre piuttosto freddo se non ostile nei confronti dei suoi programmi. Uno sviluppo organico dell’industria spaziale italiana sarebbe avvenuto solo negli anni Settanta con il satellite Sirio. In secondo luogo si manifestò già con Broglio e Amaldi un’incertezza che affligge ancora oggi l’esplorazione italiana dello spazio: l’oscillare tra programmi nazionali autonomi o in collaborazione con gli Stati Uniti e la partecipazione ai programmi spaziali europei. Oggi l’Italia è la terza forza spaziale europea, dopo Francia e Germania, ma con una visione strategica più chiara sarebbe forse potuta diventare la prima.

Bibliografia

One thought on “Luigi Broglio, il von Braun italiano

  • 18 Luglio 2021 in 06:58
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    Grazie Andrea, per il ricordo e l’ attenta ricostruzione storica.

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