Lo scetticismo dev’essere anche un movimento militante?

articolo di Quentin Ruyant * 

(*Quentin Ruyant è dottore di ricerca in filosofia delle scienze e, fra le altre cose, gestisce il blog Un grain de sable, dal quale è tratto questo articolo. La traduzione è di Giuseppe Stilo)

La componente sociale della conoscenza

Io so che Madrid è la capitale della Spagna. Insomma, credo che lo sia. Ma l’ho verificato direttamente? In realtà, per farlo non saprei nemmeno da dove cominciare: in che cosa consiste, esattamente, lo status di capitale di uno Stato? Per quanto ne so, non è detto che sia la città più popolosa di un paese, ma quella in cui hanno sede le sue istituzioni. Forse ha uno status giuridico ufficiale, iscritto in un registro conservato in qualche posto della Spagna? Ecco: non sono sicuro nemmeno che cosa sia, in senso stretto, una capitale, né come si faccia a verificare se una città è la capitale di un Paese se non facendo affidamento su Wikipedia. Eppure, io so che Madrid è la capitale della Spagna, non vi pare?

Non ho mai incontrato nessun motivo per dubitare che Madrid sia la capitale della Spagna, e non ho mai trovato niente che mi possa spingere a verificare se le cose stiano davvero così. Non sono mai andato a vedere la pagina di Wikipedia per assicurarmene, perché si tratta di un qualcosa che so già. D’altro canto, non ho mai sentito il bisogno di riflettere sulla questione, per attribuirle un qualsiasi grado di convinzione. Semplicemente, l’ho assorbita un poco, e da allora la utilizzo senza rifletterci.

Sono dunque irrazionale?

Se è così, allora nessuno sarà mai razionale, e un essere razionale . qualcuno che ci penserebbe due volte prima di far suo il fatto che Madrid è la capitale della Spagna, o un’altra banalità del genere – sarebbe tremendamente inadatto per le nostre società. Questo, perché la stragrande maggioranza delle mie conoscenze, e in particolare la totalità delle mie conoscenze scientifiche possiede esattamente lo stesso status: le ho acquisite di seconda mano, a scuola oppure dai libri, ma sarei incapace di verificarle per conto mio. Vale per me, e vale per tutti noi.

Contro il riduzionismo individualista

Può darsi pensiate che ci siano delle eccezioni: gli esperti. Quelli hanno verificato tutto, di prima mano, nel settore che gli compete, e noi ci affidiamo a loro, direttamente o indirettamente. Ma non è vero. Sì, la conoscenza degli esperti è più affidabile della nostra, ma non perché venga da una conoscenza diretta: su questo piano, si trovano più o meno nella nostra posizione.

In fisica, ad esempio, i teorici non sono sperimentatori. E gli sperimentatori non sono scienziati isolati che verificano i risultati con i loro occhi, ma équipe che si ripartiscono i compiti. Non esiste una sola persona al mondo – nemmeno una – che sia in grado di dominare l’interezza del modello climatico usato dall’IPCC delle Nazioni Unite per predire il riscaldamento del pianeta. SI tratta di un modello troppo ampio perché un solo esperto possa apprenderlo in ogni sua parte. Allo stesso modo, nessuno scienziato potrebbe costruire e far funzionare da solo un acceleratore di particelle come l’LHC del CERN per verificare il modello standard della fisica delle particelle.

La scienza nel complesso, dunque, riposa sulla mutua fiducia degli scienziati gli uno verso gli altri, fiducia garantita da certe istituzioni e da certe pratiche, come la peer review o la riproduzione dei risultati da parte di gruppi diversi, proprio come la mia conoscenza del fatto che Madrid è la capitale della Spagna riposa sulla fiducia che ho posto nei miei genitori, nei miei insegnanti e nell’enciclopedia a mia disposizione. La nozione di fiducia verso gli altri, e dunque di appartenenza sociale, è al cuore di ogni buona comprensione di ciò che è la conoscenza.

Riguardo a questa componente sociale della conoscenza alcuni assumono un atteggiamento riduzionista. Vero è che noi in sostanza apprendiamo attraverso la testimonianza e l’insegnamento degli altri: l’affidabilità di queste testimonianze sarà anch’essa giustificata dalla nostra esperienza individuale diretta. Potremo constatare, o avremo buone ragioni per pensarlo, che ciò che ci è insegnato a scuola è affidabile, perché abbiamo potuto verificare alcune di queste informazioni, o anche perché possiamo intrecciare fra loro le testimonianze, ed è poco plausibile che un insieme così ampio di persone sia in errore. Ma si tratta anche di una visione troppo ideale del modo in cui funzioniamo. Valutare il livello di fiducia per ogni interlocutore, per ogni professore, per ogni libro in pratica sarebbe fastidiosissimo – solo un po’ meno che verificare per nostro conto le informazioni che costoro ci forniscono.

In realtà, tendiamo a fidarci, a credere per principio in ciò che ci viene detto, e a non rimetterlo in discussione fino a quando non compare un conflitto fra credenze diverse, oppure quando la posta in gioco è davvero importante.

È così che funzioniamo, e senza dubbio si tratta del solo sistema pratico per funzionare (corollario: un creazionista non è per forza uno che ragiona meno bene di voi che credete nell’evoluzione). Per questo, il ruolo della società nella costruzione delle nostre conoscenze rimane centrale, assai più che non il ruolo della verifica attraverso l’esperienza individuale.

Conoscenza sociale e scetticismo militante

Il movimento scettico, o zetetico, può definirsi come una militanza a favore del pensiero razionale, avente per obiettivo la promozione delle buone pratiche del ragionamento nella formazione delle credenze nella società. Io non mi considero un militante scettico, ma semmai, in generale, un simpatizzante di questo movimento – se non in ogni sua singola manifestazione, perlomeno nelle sue motivazioni principali.

La storiella su Madrid e le osservazioni che hanno fatto seguito avevano per fine quello di portare in primo piano un aspetto a mio avviso troppo poco considerato negli ambienti scettici, e cioè la dimensione sociale della conoscenza. In questo senso, spesso gli scettici mettono in primo piano il ragionamento bayesiano, le fallacie del ragionamento, i bias cognitivi: elementi tutti che si applicano in prima istanza all’individuo, al singolo. Alla luce delle osservazioni che ho fatto, mi pare che questo approccio sia insufficiente.

Non è colpa degli scettici: fino a poco tempo fa, la filosofia della conoscenza era essa stessa largamente dominata da approcci individualisti. E questi approcci rimangono senz’altro presenti come luoghi comuni fra i non addetti ai lavori. In particolare, nel caso delle scienze, anche se Newton diceva di essersi “poggiato sulle spalle di giganti” per raggiungere i suoi risultati, la figura – o, meglio, il mito – del genio scientifico che da solo produce conoscenza è potentissimo. Certe riflessioni filosofiche legate a un approccio individuale, in particolare quelle del dubbio cartesiano, sono piuttosto note al grande pubblico. In questo quadro, non stupisce che l’ambiente scettico si sia naturalmente orientato verso un approccio individualistico dell’acquisizione della conoscenza.

Auspico dunque che questi appunti siano presi più come una proposta costruttiva che come una critica dello scetticismo scientifico. In sostanza, voglio dare questo messaggio: prestate più attenzione all’epistemologia sociale per arricchire (e magari per ri-orientare un pochino) il vostro arsenale di militanti.

Proverò adesso a spiegare l’impatto che queste mie considerazioni potrebbero avere sul movimento scettico.

Il ruolo dello spirito critico

Diciamolo subito: il mio messaggio non è che l’approccio del movimento scettico attuale sia del tutto sbagliato. Anche prendendo atto che la grandissima maggioranza delle nostre conoscenze è di seconda mano, le nozioni di bias cognitivo (anche se criticabili), di fallacia del ragionamento e di spirito critico restano importanti per parecchie ragioni.

La ragione meno importante è che, in quanto anelli della società, siamo portati, prima di trasmetterle, a produrre in modo diretto conoscenze e opinioni. Ad esempio, possiamo essere testimoni di un incidente, o farci delle opinioni sul comportamento di certi gruppi di persone partendo delle nostre esperienze, che poi riferiremo nel corso di qualche discussione successiva. Gli aspetti sociali non escludono una componente individuale, poiché, con ogni evidenza, occorre ci siano individui che fanno delle esperienze per poter produrre conoscenze o credenze collettive.

Resta però il fatto che, per la maggior parte di noi, che non siamo né scienziati, né giornalisti, la produzione diretta di conoscenza è del tutto residuale rispetto alla somma enorme delle informazioni che acquisiamo in maniera indiretta. Essere un agente razionale dotato di una buona “igiene mentale” passa in sostanza per la cura che mettiamo nel selezionare le nostre fonti d’informazione, la loro diversità e la loro affidabilità, e non attraverso l’applicazione diretta dello spirito critico alle nostre esperienze vissute, così come la salute fisica passa attraverso la cura che assegniamo all’alimentazione, visto che pochissimi fra noi producono i legumi di cui si nutrono.

Una seconda ragione, per me più importante e per la quale la conoscenza delle fallacie del ragionamento si pone in sostanza nel quadro dell’epistemologia sociale è che sapere quali sono le “buone” pratiche per pensare o per evitare gli errori in generale, è importante per riuscire a valutare sino a che punto una fonte d’informazione è degna di fiducia.

Nella realtà, le opinioni o le testimonianze sovente ci vengono presentati in forma di argomenti destinati a convincerci. È quanto accade di solito nei dibattiti televisivi o sulla stampa, e, oggi, sui social media. Quando questi argomenti peccano in un modo o nell’altro, ecco un indicatore della mancanza di affidabilità della fonte d’informazione che le ha presentate.

Non possiamo verificare e confrontare tutte le informazioni che riceviamo, perché gli argomenti espliciti non sono i soli criteri d’affidabilità d’una informazione, tuttavia possiamo valutare la qualità delle fonti perlomeno almeno nei suoi aspetti principali, e magari, poi, con l’ausilio degli strumenti della zetetica, approfondire queste valutazioni per certe informazioni più specifiche.

In questo modo si può aver fiducia nei risultati scientifici in generale (e comunque più che per altri tipi d’informazione), perché si sa che la scienza nel tempo ha messo in campo metodi estremamente sofisticati e robusti per evitare i bias e le fallacie del ragionamento.

Esaminando i bias si può comprendere perché la scienza generalmente è affidabile. Si può così anche non dare più fiducia a una rivista che usa in modo sistematico argomenti fallaci nel suoi articoli, che sembra soggetta a bias di conferma, oppure accorgersi che fornisce informazioni che non incrocia con altre. Ancora una volta, ciò che lo permette è una conoscenza adeguata dei metodi più affidabili per l’acquisizione della conoscenza.

Considerare la dimensione politica

Gli scettici mettono già in primo piano l’idea che occorre verificare la qualità delle fonti delle informazioni che assorbiamo. Dunque, in una certa misura prendono già in considerazione la la componente sociale della conoscenza, ma lo fanno sempre riservando un ruolo centrale all’individuo. Però, lo avevamo detto prima: valutare l’affidabilità di ciascuna delle nostre tante fonti d’informazione è di per se un lavoro titanico, e non sarebbe ragionevole esigerlo da nessuno.

Alcuni fra noi, e prima di tutto gli zetetici, potrebbero dedicarcisi, e poi fungere da referenti, una volta che siano riusciti ad acquisire agli occhi degli altri un’autorità epistemica. Tuttavia, impegnarsi perché tutti facciano un lavoro del genere mi pare un’utopia. È illusorio sperare che l’insieme dei membri della nostra società si trasformi in mini-epistemologi agguerriti a tempo pieno: di solito hanno altre preoccupazioni. Per la maggior parte di noi, la sola posizione ragionevole resta quella di essere, in linea di principio, fiduciosi, e di dubitare soltanto quando vi sono ragioni per dubitare.

Non equivochiamo. Resto persuaso che, per i motivi sopra detti, la promozione dello spirito critico sul piano individuale resti un elemento chiave in un militante della razionalità. Però da solo non basta. Se si vuole che nella nostra società le convinzioni buone prendano il sopravvento su quelle cattive, occorre operare in modo diretto, assumendo il ruolo di punti di riferimento, ma anche, ad esempio, facendo in modo che nelle nostre società le fonti d’informazione affidabili assumano un’autorità o una visibilità maggiore delle fonti dubbie, in particolare fra i media, l’istruzione e gli ambienti politici. Bisogna riuscire a convincere le istituzioni a creare meccanismi di questo genere, appellandosi alla loro razionalità.

Per questo, credo che lo zetetico debba assumersi un ruolo militante, nel senso politico del termine: non deve agire soltanto a livello dell’individuo, ma anche e soprattutto per cambiare la società nel senso che gli sembra giusto.

Facciamo un parallelo con la militanza ambientalista. Promuovere gesti ecoresponsabili nella società è di per se un’iniziativa lodevole e senz’altro da non trascurare, ma per niente sufficiente se l’insieme delle nostre strutture produttive è  orientato in modo da nuocere all’ambiente in modo indipendente dalle intenzioni dei singoli agenti. Se ho voluto attirare l’attenzione sull’epistemologia sociale, è per mostrare che la cosa concerne lo spirito critico e la razionalità. Dato che le credenze si acquisiscono e si trasmettono prima di tutto in maniera sociale, promuovere l’uso dello spirito critico sul piano individuale e parlare di bias e di fallacie sarà sempre insufficiente. Il creazionismo è sia un fenomeno sociale, sia una questione di credenze individuali.

Agire sul piano collettivo piuttosto che su quello individuale, peraltro, pone una serie di domande di ordine politico – ad esempio, se si debba (e come) evitare qualsiasi forma di bonario paternalismo, come non scivolare nell’autoritarismo epistemico, nel conservatorismo o nel tecno-scientismo, come gestire le controversie scientifiche, e così via.

È allora che una buona conoscenza dell’epistemologia sociale può rivelarsi utile. In ogni caso, condurre questo genere di riflessioni, complesse e segnate da scelte valoriali, e dunque potenzialmente divisive, è il prezzo da pagare per uno scetticismo cosciente. L’alternativa è di voltarsi dall’altra parte rispetto al fatto che la zetetica è una forma di militanza che, in virtù della natura eminentemente sociale della conoscenza, non può pensare sul serio di sfuggire alla sua dimensione politica.

Conclusione

La componente sociale della conoscenza rende inutile il percorso della zetetica? Per nulla, anzi è il contrario: militare per le buone modalità del pensare e del forgiare le proprie credenze è ancora più importante, visto che non siamo mai soli, e che dobbiamo contare gli uni sugli altri per conservare una buona “igiene” epistemica. Però, la componente sociale dovrebbe spingerci a dirigere l’azione verso una forma di etica collaborativa della formazione delle credenze, o alla promozione di una razionalità collettiva sottesa dai meccanismi sociali (ad immagine della scienza) piuttosto che di una razionalità individuale.

Immagine in evidenza da Pixabay, opera di Gerd Altmann.

 

One thought on “Lo scetticismo dev’essere anche un movimento militante?

  • 5 Giugno 2021 in 07:26
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    Penso che, di fatto prima che per pianificazione, CICAP, CSICOP e beautiful company appartengano già ad un Movimento Politico e non ci sia più niente da fare: siamo agli sgoccioli e tutti i nodi della Storia dell’ Umanità vengono al pettine. Intendiamoci, non ne avete “colpa”: molto prima di Voi i Vostri principali nemici, Dai Mater Dei agli ExtraT (errestri) ai Semmelweis ai Bakùni (Anarco Insurrezionalisti di base Complottista) stanno costituendosi in Movimenti o entrano in Movimenti. E Voi, data l’ esperienza e le aderenze che avete raggiunto, siete ormai l’ unica speranza di chi si oppone a questa marea montante e di chi è al Potere e vuole restarci, costi quel che costi. Buona fortuna, è già successo ad altri nella Storia. Preparatevi alle Divisioni, alle lotte per il Potere, alle correnti Politiche, alle infiltrazioni di gruppi dei servizi Segreti, della Massoneria, del Satanismo. Non sarà per nulla facile entrare in Politica mantenedo la Vostra razionalità e la Vostra Identità.

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