La strana storia del vino all’uranio

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Torino, anno 1900. Siete un uomo ormai di una certa età, con una bella barba folta come impone la moda della belle époque. Negli ultimi tempi, però, avete cominciato ad accusare una serie di disturbi: siete dimagrito, avete spesso sete, andate continuamente in bagno. Il medico assaggia la vostra urina e la trova zuccherina: si tratta di diabete, una malattia per cui ai vostri giorni non si conoscono cure. Certo, a questo punto, non vi parrà vero di poter leggere questo annuncio nel paginone de La Stampa dedicato alla piccola pubblicità:

La guarigione del DIABETE dopo lunghe ricerche si è trovata, col VINO URANÉ PESQUI, rimedio inapprezzabile per questa pericolosa malattia e relative complicazioni. La sete divorante, inestinguibile, è immediatamente dissipata, e la secrezione dello zucchero istantaneamente troncata mediante l’uso di questo preparato scientifico, il quale ottenne l’approvazione del Corpo Medico ed è usato specialmente, con successo, per la guarigione dei diabetici. 

Il VINO URANÉ PESQUI vino medicinale avente per base il vino vecchio di Bordeaux, aggradevole al gusto che guarisce con esito certo, si trova presso tutte le farmacie. Deposito a Torino, dott. L. Bonincontri, Corso Vitt. Em. 66. (La Stampa, 20 luglio 1900)

L'annuncio pubblicitario in forma più breve, da La Stampa del 21 marzo 1913
L’annuncio pubblicitario in forma più breve, da La Stampa del 21 marzo 1913

Le sublimi virtù dell’uranio

Se quell’urané vi ha fatto scattare un campanello d’allarme, avete perfettamente ragione. Era vino arricchito con sali di uranio. Nitrato di uranio, per essere precisi: una sostanza gialla, tossica, che all’epoca veniva impiegata anche nella fotografia e nella produzione di ceramiche. Ovviamente è anche radioattiva, ma questo non era un problema, anzi: a inizio Novecento il radio e i suoi omologhi erano visti come la panacea per tutti i mali, la nuova scoperta che avrebbe ben presto curato tutte le malattie, una nuova arma nelle mani della medicina moderna. Non era ancora scoppiata la grande moda dei prodotti “arricchiti”, che si sviluppò per lo più a partire dal 1913, però le premesse c’erano già tutte. Nel corso di un decennio sarebbero arrivate le acque radioattive come la Lurisia o la Fonte Bracca, insieme a saponette, pentole, vini, tavolette di cioccolata, sospensori, dentifrici e vestiti addizionati con il radio. Un imprenditore di Torino, il dottor Precerutti, avrebbe riscosso un certo successo mettendo in commercio i primi occhiali con lenti radioattive (potete leggere la sua storia qui). 

All’alba del secolo scorso, comunque, potevate già entrare in farmacia, acquistare il vostro vino urané e sorseggiarlo la sera convinti che fosse la cosa più salutare di questo mondo. 

Ma come era venuta l’idea di usare il nitrato di uranio per trattare il diabete? Tutta colpa dell’omeopatia, a quanto pare. Lo spiegava il 21 dicembre 1895 Il Morgagni, una delle tante riviste che fiorirono nell’Ottocento dedicate ai progressi della medicina. In una rubrica destinata ai “rimedii nuovi”, il giornale spiegava: 

L’azione fisiologica dei sali d’uranio è stata pochissimo studiata: e la loro applicazione contro il diabete sembra essere stata suggerita da un concetto omeopatico, poiché avendo Leconte nel 1851 scoperto che la prolungata amministrazione di piccole dosi ai cani produceva glicosuria, Hughes ne propose l’uso contro il diabete, e dopo vari tentativi trovò che molte volte si otteneva un miglioramento e spesso una completa guarigione della malattia: le dosi, ch’egli, medico omeopatico, impiegava, variavano da 1-2 centigr. 

Il fatto che le urine del cane contenessero glucosio non stupisce: si tratta in genere di un segnale che i reni non stanno funzionando a dovere, e l’ingestione di nitrato di uranio provoca appunto diversi problemi, tra cui la graduale perdita di funzionalità dei reni. All’epoca, però, la cosa non era ancora nota.  

Alla base di tutto, dunque, c’erano gli studi dell’omeopata inglese Richard Hughes (1836-1902), che usava però il nitrato di uranio in forma diluita. Dopo di lui, sembra che questo sale sia stato utilizzato dal “dottor West” (probabilmente Charles West, 1816-1898), che lo somministrava iniziando con piccole dosi e aumentando via via le quantità. Il dottore – spiegava sempre Il Morgagni – riconosceva che si trattava di “un veleno irritante dello stomaco e degli intestini”, ma lo aveva somministrato fino a 1,5 grammi al giorno sui suoi pazienti, senza notare alcun disturbo. I danni a lungo termine erano ancora sconosciuti. 

Un vino medicinale

Fu a questo punto che entrò in scena un farmacista francese che decise di fondere quel nuovo rimedio antidiabetico con un concetto allora di gran moda: il vino medicinale. Gli anni tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento videro venire alla luce un gran numero di prodotti commerciali di questo tipo, venduti non per il gusto o l’aroma particolare, ma per i presunti effetti sulla salute. Ricordiamo il popolarissimo vino Raspail, a base di canfora, molto usato per il trattamento del colera, e il vin Mariani, vendutissimo tonico con foglie di coca, che fu sponsorizzato nientemeno che da papa Leone XIII.

Per chi fosse interessato a qualche ricetta, consigliamo questo libro: venne pubblicato nel 1916 a Casale Monferrato, ed è un vero e proprio manuale sui “mosti medicati”. Non garantiamo tuttavia sulla loro utilità…

Alexandre Edmond Pesqui iniziò a produrre il suo vino urané nel 1887 a Bouscat, vicino a Bordeaux. Ottenne una laurea in farmacia all’Università di Santiago di Compostela il 22 gennaio 1919. Dopo la parentesi francese, la produzione del suo vino si era spostata in Spagna, a Pasajes, nella provincia basca di Guipúzcoa. 

Etichetta spagnola del vino PesquiNon si trovano molte tracce della sua vita. Le informazioni che abbiamo sono tratte da due articoli di storia della medicina, questo e questo, e da questa lezione tenuta da due studiosi madrileni. Quello che si sa è che il vino urané venne ampiamente pubblicizzato sulla stampa, in Spagna come all’estero. In breve, divenne il trattamento antidiabetico per eccellenza, il maggior successo commerciale per questa malattia. Le pubblicità, che garantivano una guarigione completa, erano arricchite dal logo della ditta, dal profilo stilizzato che a noi evoca alcuni tragici volantini degli anni Settanta: una stella a cinque punte con una P al centro e le altre lettere del nome Pasqui disposte tutte intorno. Il prodotto era venduto in bottiglie ambrate da 0,75 litri, con il nome della ditta impresso a rilievo. L’etichetta riportava le modalità d’uso, insieme a un avviso comune a molti farmaci brevettati del tempo: diffidare delle imitazioni, che avrebbero potuto essere pericolosissime per l’acquirente!

Il vino Pesqui era esportato un po’ ovunque: Francia, Brasile, Messico, Argentina, Venezuela, Stati Uniti, Egitto e Turchia. Arrivò anche in Italia: su La Stampa troviamo le sue pubblicità dal 1900 al 1913. Il deposito era una farmacia di Corso Vittorio Emanuele II, al civico 66, la Boniscontro. È tuttora in attività e ha conservato anche alcuni arredi dell’epoca, anche se è passata attraverso diversi proprietari e, ne siamo certi, non vende più da tempo immemore il celebre vino all’uranio. Il tonico antidiabetico era smerciato anche a La Spezia. Una ricerca d’archivio sicuramente potrebbe scoprirne depositi in altre città. 

La ricetta

La formula, comunque, era sempre quella del vino “arricchito”. Oltre al Bordeaux e al fondamentale nitrato di uranio, probabilmente comprendeva altri ingredienti: l’articolo di Devaux Guy uscito nel 2010 su Revue d’historie de la pharmacie elenca vino chinato, bromuro di litio, pepsina e glicerina. Altri studiosi includono anche l’acetato di uranio. Il libro sui vini medicali già menzionato consigliava invece una ricetta più semplice: 

Vino di Uranio. (Form. d. Pharm. Franc.).
Nitrato di Uranio, gr. 1,30
Glicerina, gr. 50
Vino rosso generoso q.b.p. completare 1 litro.

Vin Urané Pesqui. – È una specialità preparata dal farm. Pesqui di Parigi [sic: era a Bordeaux, ma Parigi suonava meglio, NdR], e sarebbe costituita da un vino medicinale, il quale è preconizzato contro il Diabete mellito e sarebbe completamente innocuo e senza pericolo. Il vino contiene Nitrato d’uranio, Pepsina, ecc., ha sapore gradevole ed estingue la sete dei diabetici. I medici francesi ne lodano molto gli effetti ottenuti. La singola dose è di 60-70 gr., da ingerirsi prima o subito dopo i pasti. Una piccola addizione di sciroppo di cedro lo rende rinfrescante e più gradevole.

E qui vorremmo dirvi: seguiteci per altre gustose ricette, ma probabilmente non lo fareste – e fareste bene. È interessante, comunque, che le presunte virtù antidiabetiche non fossero messe in dubbio nemmeno da fonti qualificate. La conferma giunge da una delle più importanti riviste mediche al mondo, che nel 1908 analizzò chimicamente diversi “rimedi segreti” (come venivano spesso chiamati, all’epoca, i farmaci brevettati): il British Medical Journal. Le percentuali di ingredienti rese note dalla rivista si discostano abbastanza da quelle della ricetta del 1916: solo 0.02 parti di nitrato di uranio per ogni 100 di liquido. Le virtù del tonico erano elencate senza commenti, riprese in maniera pedissequa da un libretto che il farmacista Pesqui aveva fatto stampare a Bordeaux fin dal 1889 e che vendeva insieme al suo vino.

Le rivelazioni di Monsieur Pesqui

L’opuscolo si intitolava Il diabete: suo trattamento con il vino urané Pesqui (in francese, lo si trova digitalizzato dalla Biblioteca Nazionale di Francia sul suo sito Gallica). Conteneva un elenco di negozi autorizzati allo smercio e partiva con una rivelazione: l’autore, Pesqui, era lui stesso diabetico, ed era proprio a causa della sua lunga malattia che aveva scoperto il rimedio che gli aveva permesso di guarire in poche settimane (e che ora, bontà sua, metteva a disposizione di tutti gli interessati). Il diabete era interpretato, a quanto si capisce dal libretto, come una malattia nervosa che poteva portare a un malfunzionamento del fegato: una descrizione che rifletteva le ancora primitive conoscenze di fisiologia dell’epoca, in cui si fronteggiavano diversi modelli sull’origine dei disturbi (la teoria gastrica, ad esempio, prevedeva che il diabete avesse origine dallo stomaco). La funzione endocrina del pancreas comincerà ad essere studiata proprio in quegli anni grazie agli esperimenti di Oscar Minkowski e Joseph von Mering.

Nell’opuscolo c’era anche una dieta che avrebbe dovuto accompagnare l’assunzione del rimedio Pesqui: dopo pranzo, un caffè senza zucchero accompagnato da un bicchierino di rhum o cognac; poco fumo; frequente assunzione di acqua di fonte; niente pasta, spaghetti, legumi secchi o farinosi (particolarmente vietati erano fagiolini, lenticchie, fave o piselli). Si doveva poi cominciare a prendere il vino all’uranio a piccole dosi, un bicchierino di liquore per tre volte al giorno (possibilmente cinque minuti prima dei pasti). La guarigione richiedeva almeno dieci bottiglie di urané, che poi poteva essere assunto sporadicamente, in quantità minori. 

Ora possiamo dire che se il farmacista con l’uranio aveva toppato (e anche con i consigli sull’assunzione di alcolici, che di norma sono sconsigliati ai diabetici), almeno la proibizione della pasta poteva avere qualche influenza sull’indice glicemico. 

Certo, non sarebbe bastato questa magra consolazione a dar conto dei toni della seconda parte dell’opuscolo: un lungo, interminabile elenco di testimonianze da parte di coloro che erano guariti grazie al vino urané. Come un moderno guru degli integratori, Pesqui lasciava ampio spazio ai suoi sostenitori, che tessevano le lodi del miracoloso rimedio, raccontavano le loro esperienze, richiedevano altre bottiglie. Erano lettere autentiche? Non si sa. Oggi sappiamo che il nitrato d’uranio nulla può fare contro il diabete. Ma sappiamo pure che spesso, dopo l’insorgenza del diabete di tipo 1 si verifica un periodo di regressione, noto anche come “luna di miele”. È facile allora cadere in errore e pensare che una certa cura stia funzionando: prima o poi, però, i sintomi torneranno a ripresentarsi. 

L’epilogo

Il farmacista francese si faceva pubblicità anche con la stampa di cartoline commerciali, grazie alle quali scopriamo altri due prodotti dell’impero Pesqui: il simil-zucchero e le pillole dimagranti. Non sembra tuttavia che abbiano avuto lo stesso successo del tonico antidiabetico, e non ne troviamo traccia sui quotidiani italiani. 

Alla morte di Alexandre, nel 1940, il Laboratorio Pesqui passò al figlio, Carlos Pesqui y Gaillac. L’arrivo dell’insulina, nel 1930, aveva cambiato totalmente la cura del diabete. Eppure il tonico continuò a essere usato fino agli anni Sessanta, forse perché, a differenza delle iniezioni, era di facile somministrazione – e un po’ di bordeaux non guastava mai. La produzione, però, cominciò a scontrarsi contro la legislazione sempre più stringente che limitava l’acquisto di uranio o dei suoi composti (la materia prima proveniva probabilmente dalla tedesca Merck). Il 15 febbraio 1958, la Pesqui Drug Company comparve di fronte al Comitato per l’Energia Nucleare spagnolo per chiedere le relative autorizzazioni. Il 30 aprile 1967 Carlos Pesqui decise di non rinnovare la richiesta, e quella fu la fine del vino antidiabetico.

Ma prima di uscire dai radar, il vino miracoloso ebbe modo di entrare in un caso giudiziario: il fatto si verificò in Messico nel 1951. La storia è stata ricostruita su questo blog grazie a fonti di archivio. Il 14 febbraio di quell’anno moriva a Città del Messico il 67enne proprietario terriero Antonio Tessada. La figlia, Isabel, sospettava che il padre fosse stato avvelenato, e ne fece riesumare il corpo: le analisi chimiche rilevarono la presenza di nitrato di uranio nel cadavere. Del crimine fu accusata la vedova, Lucinda Alvarado. I giornali dell’epoca, anche stranieri, rilanciarono subito le accuse: si trattava forse del primo omicidio mai avvenuto tramite l’uso di una sostanza radioattiva? La donna gli aveva somministrato volontariamente il sale di uranio oppure si trattava di un avvelenamento accidentale? Al processo, Lucinda dichiarò che l’uomo, diabetico, prima di morire aveva preso un sonnifero e il vino medicinale. D’altra parte, si giustificò, per ucciderlo le sarebbe bastato sospendergli l’insulina. Non si sa come andò a finire il processo, ma dalla ricostruzione è molto probabile che la donna fosse stata assolta.  

Eppure è ancora con noi

La saga del vino urané Pesqui sembra finita qui, ma lo è soltanto in parte. E qui sembra di sentire le proteste dei lettori: chi potrebbe ormai consigliare un rimedio a base di uranio, nel Ventunesimo secolo? La risposta giusta è: qualsiasi omeopata. 

Se andate a spulciare una Materia Medica (quei lunghi elenchi che associano a ogni sintomo il prodotto omeopatico più adatto), scoprirete che il rimedio giusto contro il diabete è ancora lui: l’Uranium Nitricum – per gli amici, il nitrato di uranio. Ovviamente quello del 2020 viene venduto senza vino, in comodi granelli di zucchero e in diluizioni tali da non rappresentare più un rischio per la salute del paziente (ma nemmeno una cura, se è per questo). 

L’idea, però, è ancora quella stessa di Monsieur Pesqui: trattare il diabete o almeno i suoi sintomi grazie alle sublimi virtù dei sali di uranio. Dagli inizi del Novecento la scienza è andata avanti, trasformando in modo radicale il trattamento del diabete: ha chiarito il ruolo del pancreas e degli agglomerati di cellule noti come isole di Langerhans, i meccanismi alla base dei due tipi diversi di diabete (quello di tipo 1 e quello di tipo 2), scoperto l’insulina, imparato a purificarla tramite precipitazione isoelettrica e poi a sintetizzarla su larga scala grazie alle prime applicazioni degli OGM. Sono poi arrivate intere classi di farmaci orali antidiabetici, fino ai recenti SGLT2 inibitori.  

L’omeopatia, invece, non si è mossa di un millimetro: è rimasta lì, alle bizzarre elucubrazioni di un farmacista ottocentesco e alle sue invenzioni da retrobottega. Se fosse una gara di corsa, la medicina scientifica avrebbe già fatto tre volte il giro del campo, mentre l’omeopatia sarebbe ancora ferma ai box di partenza.

One thought on “La strana storia del vino all’uranio

  • 26 Maggio 2021 in 17:58
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    Sì, le storie sulle presunte virtù miracolose della radioattività si sprecano ma ormai si tendono anche a dimenticare. Mia madre, mi raccontava di quando, inizio ‘900, i migliori
    negozi di calzature a Torino usavano il “podometro” per mettere a loro perfetto agio le giovani signore eleganti che andavano a farsi misurare i piedi senza farseli neppure toccare. Si trattava di una sorgente radioattiva posta sotto il pavimento sul quale si posava il piede. Semplice, rapido, soprattutto non invasivo si direbbe oggi. Preferisco non pensare agli effetti che deve aver avuto anzittutto sui commessi che prendevano massicce dosi ripetute e continue di radioattività.

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