Ufo nell’arte? Alcune domande alla storica dell’arte Tea Fonzi

Dai tempi della scuola siamo abituati a guardare le opere d’arte come capolavori immutabili nel tempo, da ammirare e conservare nei musei. Qualcuno però sostiene che in alcuni quadri siano presenti messaggi nascosti dall’artista o rappresentazioni di antichi contatti con gli alieni.

Ma è davvero così? com’era il lavoro del pittore e come realizzava i suoi quadri? Come vanno letti oggi i capolavori antichi?

L’abbiamo chiesto a Tea Fonzi, storica dell’arte e iconologa (nella foto), che sul web racconta le opere meno note, i piccoli musei e il mondo artistico del passato. Nelle Marche tiene conferenze-spettacolo per raccontare il patrimonio locale e in particolare la figura della Sibilla. Presto la sua ricerca diventerà un libro.

Tea, tu sei una storica dell’arte, ci racconti come mai ha scelto questo percorso di studi? cosa ti ha affascinato e ti affascina di questa disciplina?

Ho deciso di studiare storia dell’arte dopo qualche anno dal diploma, quando già lavoravo e, nel tempo libero, leggevo molto. Mi piacevano i romanzi del passato e i libri di storia e mi rendevo conto che non avevo immagini di riferimento per dare una forma “credibile” a quello che leggevo. Quindi ho cominciato a leggere libri di storia dell’arte, ma non ero mai soddisfatta perché si parlava solo di forma, stile e pittori. Fino a che ho incontrato un libro di Ernst Gombrich che mi ha dimostrato come un’immagine può essere un’apertura per guardare in un mondo passato. Da quel momento ho deciso che ne volevo sapere di più, e che le immagini potevano essere interessanti esattamente come un libro.

Tu ti occupi in particolare l’iconologia, ci spieghi che cos’è e cosa studia? Con quale prospettiva guarda all’arte del passato?

L’iconologia è una branca della storia dell’arte che nasce a fine ‘800, quando si comincia a pensare alla storia dell’arte come qualcosa che vada oltre la storia dello stile pittorico. In particolare, l’approccio iconologico consiste nel cercare le motivazioni che spingono un artista e un committente a creare una certa opera, chiedendosi il perché viene scelta una forma piuttosto che un’altra, quali riferimenti culturali avevano le persone coinvolte, a chi era destinata l’immagine e quindi cosa si voleva ottenere con la sua produzione ed esposizione. Insomma: si tratta di aprire una finestra sulla cultura di chi ha creato quell’immagine, I primi studiosi ad usare questo metodo lo chiamavano “storia della cultura”, si capisce anche da questo che è necessaria un’indagine il più possibile interdisciplinare e attenta, che non si ferma solo all’estetica.

Parliamo di Ufo nell’arte. Alcune persone sostengono di vedere velivoli alieni in specifici dipinti o messaggi nascosti dall’artista. Come lavoravano i pittori in passato? Avrebbero potuto conoscere e inserire nei propri quadri astronavi aliene o messaggi segreti?

Se le astronavi aliene fossero esistite a quel tempo (nei dipinti in discussione si tratta del periodo che va dal 1400 al 1600, grossomodo), i pittori, come tutti gli altri abitanti della Terra, l’avrebbero saputo e le avrebbero dipinte nelle loro opere esattamente come dipingevano angeli, stelle comete, grandinate, diavoli tentatori…

Chi pagava un artista intendeva comunicare qualcosa, attraverso forme e colori, a un gruppo più o meno grande di spettatori, e questi dovevano poter comprendere quello che vedevano, quindi se gli Ufo fossero stati presenti nella cultura del tempo, sarebbero comparsi nei dipinti, ma anche nelle prediche dei sacerdoti, nei racconti popolari, nelle biblioteche dei committenti e via elencando.

Viceversa, se un velivolo alieno fosse stato avvistato nel cielo da pochi “privilegiati” che volessero nasconderlo alla gran parte della popolazione, non si capisce perché avrebbero dovuto dire a un pittore di dipingerlo in un’opera progettata per un altare di una chiesa dove tutti andavano a pregare. D’altra parte, esistevano anche dipinti ad uso “privato” che solo il committente e la sua cerchia di amici potevano vedere, ma qui gli Ufo non compaiono mai.

Non dimentichiamo, inoltre, che se un artista dipinge su commissione un’opera, non lo fa pensando che tra ottocento anni uno studioso cercherà di interpretarla. La storia dell’arte non era ancora nata nel periodo in questione e l’artista, seppure poteva pensare di diventare famoso o addirittura “immortale” nella memoria dei posteri, certamente non sapeva che qualcuno avrebbe cercato segreti in codice nella sua opera. Dunque, perché li avrebbe voluti inserire?

Questo ovviamente non prova l’esistenza o la non esistenza di velivoli alieni, prova soltanto che non c’è ragione di cercare prove della loro presenza nei dipinti.

Secondo te come mai le persone non applicano il metodo dell’iconologia quando guardano un dipinto?

L’approccio iconologico è complesso da applicare perché è un metodo che non è stato mai canonizzato, quindi mai definito in maniera univoca e immutabile. Si basa sulla conoscenza delle dinamiche sociali e culturali del contesto in cui viene prodotta l’opera quindi è necessaria una solida base di conoscenza storica, che non si basa su date o nomi ma sulle dinamiche sociali e culturali. Quando poi ci si trova davanti a un’opera è necessario coinvolgere altre discipline (storia della religione, filologia, tecniche artistiche, storia della moda, antropologia, chimica…) quindi bisogna essere in grado di ragionare sull’immagine andando oltre al fattore estetico.

Questo non significa che sia una cosa impossibile da fare, solo che è molto difficile, nella cultura in cui ci troviamo oggi, pensare ad un manufatto artistico come qualcosa che vada oltre l’esperienza estetica che ne facciamo. Ci viene insegnato che lo scopo dell’arte è quello di essere “inutilmente bella”, di farci emozionare per forme e colori e di occupare un posto fondamentale nelle nostre vite limitatamente ai momenti di svago. È chiaro che una persona immersa in questo tipo di narrazione farà fatica a cercare altro, e magari non ne sentirà nemmeno la necessità, però perderà l’immenso potenziale informativo dei manufatti artistici.

La nostra cultura della meraviglia, nella quale spesso l’opera d’arte ci viene presentata come frutto dell’ispirazione dell’artista-genio e in quanto tale oggetto prezioso da ammirare e venerare, influisce secondo te su questo atteggiamento?

Certo che sì. La “meraviglia” come dicevo prima, è generata da tanti fattori, soprattutto dal fatto che siamo abituati ad avere degli standard estetici e spesso abbiamo una forte aspettativa davanti a certe opere che studiamo fin dalle scuole elementari. L’emozione che proviamo davanti queste ci fa pensare che l’artista volesse comunicare proprio quella cosa lì, mentre in realtà, come dicevo sopra, l’emozione parte da noi stessi, non dall’oggetto che la provoca.

Poi dobbiamo tenere presente che l’artista ispirato, che si chiude nel suo studio e lascia la sua anima a briglie sciolte per creare l’epifania della sua ispirazione è una figura che si crea dopo il romanticismo, quando l’artista e il pubblico sanno già che esistono gli storici dell’arte, quindi sanno già che le opere d’arte verranno valutate in futuro. Queste persone vivono in un’epoca in cui le teorie dell’estetica, dell’arte che eleva lo spirito dell’uomo, sono già state formulate e sono in continua elaborazione. Quindi, avendo presente una certa figura di artista, agiscono in accordo con quella: non si sottomettono alla committenza, muoiono in povertà se non riescono a produrre esattamente quello che vogliono, cercano il più possibile di indagare nel proprio “io”.

Nello stesso periodo, però, esistono artisti più “tradizionali” che si comportano esattamente come gli artisti del ‘500, e cioè fanno questo mestiere per campare, accettano committenze dai clienti ed eseguono quello che viene loro richiesto nel modo e nella forma che è più alla moda in quel momento e che incontra il gusto dei loro contemporanei. Ovviamente qui non si tratta di giudicare la qualità di un artista rispetto a un altro: ciascuno di noi può preferire il tipo di creatività che vuole, ma pensare che un artista del ‘500 agisca come uno dell’ Ottocento significa dare a qualcuno una personalità che non aveva. Non si sta facendo storia, si sta usando la produzione artistica come un passatempo fantasioso, il che non è un delitto, ma è importante esserne consapevoli, se non si vogliono confondere impressioni personali da fonti storiche.

Questo non significa che l’arte non debba emozionare o che sia “sbagliato” provare sentimenti davanti a un’immagine del ‘500, anzi! Sono opere di esseri umani ed è normale creare paragoni e riconoscersi in loro, ma ricordiamo sempre che le emozioni provengono da noi stessi, sono i nostri ricordi e i nostri vissuti che si risvegliano davanti a ciò che vediamo, non è l’artista che intende risvegliare quelle cose. Quindi va benissimo emozionarsi davanti alle opere, ma teniamo conto che c’è dell’altro, e che questo “altro” è fatto dalla vita di persone che non ci sono più, e proprio per questo è altrettanto coinvolgente e stimolante.

Quali sono gli oggetti più comunemente scambiati per Ufo e perché la gente li interpreta in questo modo, secondo te?

Tutto quello che viene dipinto in cielo: nuvole, che magari vengono rappresentate in maniera molto geometrica perché il tale pittore era in fissa con la prospettiva e non aveva la minima intenzione (o la minima idea) di considerare l’atmosfera nel rappresentarle; stelle comete, che non sempre sono rappresentate come le vediamo nei documentari e quindi prendono forme a cui noi non le sappiamo associare. Spesso ci sono aperture nel cielo, che significano la presenza di Dio o l’ingresso in scena di oggetti simbolici (come le tre stelle associate a Maria nell’arte bizantina) che noi non siamo in grado di decifrare, dal momento che il simbolo ha senso soltanto per chi è immerso nella cultura in cui è stato creato.

Quello che mi diverte di più è sempre la grande sfera con cui si rappresenta l’universo, il creato, e che si trova raffigurata con Dio Padre e Cristo seduti ai lati. Spesso le due figure appoggiano sulla sfera i loro scettri per significare il loro essere parte della Trinità (la colomba dello Spirito Santo vola lì in alto ma spesso e volentieri non la notano) e il fatto di essere Signori di quel creato. È vero che vista oggi sembrano due persone che cercano di orientare l’antenna della TV da campeggio degli anni ‘80, oppure lo Sputnik, ma basta fare due conti rapidi per capire che la TV non c’era e che non c’era nemmeno lo Sputnik. Come prova basta dire che, se fossero esistite, Luigi XIV ne avrebbe portate almeno dieci a Versailles.

Ti è mai capitato qualche aneddoto divertente in proposito che puoi raccontarci?

Io mi occupo di sibille, che sono creature mitiche, molto potenti perché in contatto col divino e poco definite dalla letteratura. Proprio In virtù di queste due caratteristiche, le sibille hanno attraversato secoli e civiltà, e nessuno ha mai voluto delinearle in maniera precisa, perché il loro essere personaggi a metà tra mito e realtà è proprio la caratteristica che le ha rese indispensabili in diverse culture nel corso del tempo.

Cercando di rintracciare i cambiamenti fatti dalle sibille, nei testi e nelle immagini, mi trovo spesso a leggere interpretazioni pseudoscientifiche, che spesso sono veramente indifendibili. Non direi che siano “divertenti”, perché capisco, e rispetto, l’interesse verso un soggetto così affascinante; ma spesso, studiandolo senza un solido metodo storico si arriva a risultati davvero insostenibili sul piano della storia. Niente vieta di farne un romanzo, ovviamente, ma è importante distinguere le due cose.

Cosa si può fare, come singolo e come comunità, per proporre alle persone una visione corretta delle opere d’arte?

Io non parlerei di versione “corretta” perché sono convinta che ciascuno di noi possa fare ciò che vuole col proprio patrimonio storico artistico e culturale in genere, però penso che sia importante poter imparare a distinguere i diversi approcci, in modo che la scelta possa essere fatta in maniera consapevole. L’approccio unicamente estetico o “emozionale” lascia un grande vuoto sul potenziale informativo delle opere d’arte, e credo che sia fondamentale comunicare quanto più possibile questo potenziale, perché altrimenti chiunque potrà interpretare come vuole un passato dal quale invece possiamo imparare molto e non sapremmo mai che ci sono altre vie. Detto questo, una volta appreso che queste vie esistono, che si può anche guardare un’immagine con uno sguardo scientifico, è legittimo anche scegliere di guardarla diversamente, e di creare quindi una civiltà che non intende imparare, ma solo emozionarsi davanti ai dipinti. Non è la scelta che farei, ma non mi sentirei di definirla “sbagliata”, sarebbe la via scelta dalla gente che esiste in questo momento, e non mi sentirei legittimata a sacrificarla in nome di civiltà che non esistono più.

Quello che possiamo fare, e che cerco di fare io, è cercare di mostrare il più possibile il metodo che uso, per far conoscere una realtà meno nota e offrire a chi è interessato una possibilità di scelta. Quello che possiamo fare come comunità è pretendere che questa possibilità ci venga data dalle realtà che si occupano di conservare ed esporre il patrimonio culturale, invece magari di creare mega-eventi con grande dispendio di soldi ed energie, in cui si celebra soltanto la “bellezza”.

Tu da anni sei presente sui social proprio per comunicare questo approccio alle persone che ti seguono. Qual è il tuo intento? quali difficoltà incontri? Quali soddisfazioni hai avuto in questi anni?

Il mio intento è quello di raccontare le possibilità che il patrimonio storico artistico offre per conoscere la cultura dalla quale proveniamo, della quale siamo uno dei risultati. Per fare questo è necessario, secondo me, spogliare la narrazione di tutti gli elementi elitari che sono stati associati alla storia dell’arte fin dalla sua nascita. Per esempio l’idea che chi apprezza l’arte senza bisogno di spiegazioni sia una persona migliore, l’idea che il vero estimatore d’arte sia uno che ha studiato e che se non ha studiato mostra comunque una mente e un’anima di qualità superiore, sono idee costruite che non sono effettivamente dimostrate da niente, ma creano una sensazione di disagio in chi non apprezza le opere senza capirle e quindi si sente a disagio ad entrare in un museo nel quale non capisce niente.

L’associazione dell’ arte alla sfera della “cultura” che viene intesa come nozionismo e non in ottica antropologica, ci porta ad associare la fruizione di contenuti storico-artistici ad un alto grado di istruzione, fattore per secoli connotato agli strati più alti della società; quindi quando ci addentriamo nell’ambito degli eventi artistici ci vestiamo eleganti, pretendiamo un silenzio reverenziale, usiamo parole complicate e spesso desuete e, insomma, mettiamo in piedi una scenografia che serve a dire “la cultura è questa roba qui, e se ti interessa devi adeguarti” che è una modalità di comunicazione esclusiva e quindi escludente. Escludere una parte dei cittadini dalla fruizione del proprio patrimonio culturale (che viene in parte finanziato con soldi pubblici) è una grande perdita, e sono convinta che gran parte degli operatori culturali non si accorga di questo fatto e che cerchi in realtà soltanto di portare “rispetto” ai beni culturali.

Per parte mia, io cerco di usare un linguaggio colorito, di toccare temi del quotidiano e, in sostanza, di rendere la storia dell’arte come un argomento di cui si parla quando si va a bere con gli amici. Scrivo qual’è con l’apostrofo per significare che non sono la perfezione o la grammatica studiata in quinta elementare a darti gli strumenti per comprendere la storia, ma sono invece i concetti e i ragionamenti che stanno alla base, e che possono essere espressi anche in dialetto e con qualche parola sopra le righe.

La difficoltà che trovo è che spesso chi mi segue è molto interessato ai contenuti, ma fa fatica ad accettare un linguaggio poco forbito, il mio accento marchigiano, le continue battute volgari che faccio sui dipinti. È sicuramente rischioso ma è un percorso interessante, perché se il contenuto risulta abbastanza interessante, chi mi segue resiste e supera l’insolita forma attraverso cui lo propongo, e quindi riesco a dimostrare che il motivo per cui tanta gente non fruisce dell’offerta culturale è proprio la forma escludente attraverso cui viene proposta.

Grazie, Tea, per le cose interessanti che ci hai detto. Ci consigli qualche libro per approfondire l’approccio iconologico?

Non esiste un manuale né un metodo codificato (che dipende sempre da cosa si sta studiando e da come lo si sta osservando) ma senz’altro, per iniziare, consiglierei una biografia del fondatore della disciplina, in cui si parla delle domande che si è posto e che poi sono state portate avanti dai suoi colleghi e allievi: Introduzione ad Aby Warburg di Claudia Cieri Via, e poi la Storia dell’arte di Ernst Gombrich, che non considererei la “Bibbia”, ma un buon modo per guardare con occhi diversi le opere d’arte e suscitare nuovi interessi.

Tea si occupa di Sibille, dipinti e dipinti di Sibille, racconti di storia tessuti sul territorio e di storia dell’arte “non convenzionale” sui social. Qui ci sono il suo sito web e il suo account Instagram.
Altri contatti: S
kype: fonzitea, Zoom: Tea Fonzi, Telegram: @buontea.

Immagine in evidenza: Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, “Il pensiero”, olio su tela, 1904. Da Wikiart, pubblico dominio.

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