I Segreti dei Serial Killer: Milena Quaglini

Di delitti in serie, l’Italia ne ha visti tanti. Meno fantasiosi, meno prolifici dei più celebri seriali statunitensi, che spesso “eccedono” in tutto: carriere decennali, numero di vittime alto, modus operandi contorti e spettacolari, sia nei casi reali sia in quelli descritti nei romanzi o nei film. Non mancano però casi davvero orrendi e memorabili anche nel nostro Paese: il più noto è probabilmente quello irrisolto del Mostro di Firenze, oltre a Michele Profeta o al Mostro di Foligno, Luigi Chiatti. In realtà, fin dall’Ottocento, si ha notizia di diversi episodi di “belve” che uccidono senza pietà. Ci sono decine e decine di casi poco noti, come Callisto Grandi o Giulio Collalto.

Una storia piuttosto recente che non rientra tra le più conosciute, ma ha sicuramente tratti inquietanti ed è carica di traumi e sofferenza è quella di Milena Quaglini. Milena non è facilmente inquadrabile in una categoria precisa, anche se quella che le si addice di più è probabilmente la vedova nera. Le vedove nere, prevalentemente donne (non mancano tuttavia esponenti di sesso maschile), si distinguono per una vittimologia particolare: uccidono coniugi, figli, parenti, amici e conoscenti; al contrario della maggior parte dei seriali, che tendono a uccidere persone a loro sconosciute. Sono tanti gli esempi sia in Italia che all’estero: piuttosto celebre ed inquietante è la figura di Belle Gunness, nata in Norvegia e naturalizzata americana, che nella sua fattoria ha ucciso almeno 29 persone alla fine del XIX secolo.

Belle non è mai stata punita per i suoi crimini, scomparendo nel nulla nel 1908 dopo aver ucciso i suoi figli e un’amica, nell’incendio da lei appiccato alla sua fattoria.[1]

Anche Henri Désiré Landru è un esempio parigino di vedovo nero, poiché seduceva e uccideva sistematicamente donne sole da cui traeva vantaggi economici, facendo credere loro di essere amate e promettendo loro il matrimonio. Questo modus operandi gli valse il soprannome di “Barbablù”. Fu ghigliottinato nel 1922.

Una triste infanzia, una triste vita

Milena nasce in provincia di Pavia il 25 marzo del 1957, e non ha un’infanzia felice. A renderla particolarmente funesta è il padre, un uomo dedito all’alcool, anaffettivo e violento, che picchia lei e la sorella, facendo subire loro violenze psicologiche fin dall’età più tenera. La madre della donna era tormentata anche dalla morbosa gelosia del marito. Milena porterà i segni di quelle violenze per tutta la vita, e anche lei in età adulta svilupperà una forte dipendenza dall’alcool.

Dopo il diploma, Milena si allontana appena può dalla casa natale, si sposa felicemente con un uomo tenero e gentile, più grande di lei, divorziato, completamente diverso da suo padre. Ha un figlio con lui, conducono insieme una vita piuttosto serena, ma il marito muore prematuramente di diabete. Questo lutto la sconvolge profondamente, le sembra di aver perduto quella felicità tanto agognata, che ora le sembra irraggiungibile.

Il secondo marito, Mario Fogli, somiglia assai più del primo al padre di Milena: è violento, morbosamente geloso e prevaricatore, cambia lavoro frequentemente. Le litigate furibonde e le umiliazioni sono all’ordine del giorno e Milena viene picchiata spesso. La donna cerca conforto nella pittura, è un’attivista della Lega Nord come il marito, conduce una vita apparentemente normale e cerca di sopportare come può l’infelicità domestica. La coppia si trasferisce a Broni, in provincia di Pavia, e ha due figlie. Milena cerca di essere amorevole e affettuosa con loro, nonostante i suoi problemi con Mario. Ha qualche esperienza lavorativa come colf, portiera e badante, ma il marito le fa lasciare qualsiasi occupazione: le donne che lavorano, dice Mario, prima o poi tradiscono il marito.

Quando ancora lavorava, però, anni prima, Milena aveva conosciuto Giusto Dalla Pozza, un uomo di 83 anni che l’aveva assunta come colf per casa sua. L’uomo si era mostrato gentile con lei, le ha anche prestato quattro milioni di lire quando lei ne ha avuto bisogno. Nell’ottobre del 1995 l’uomo viene trovato agonizzante in casa sua, in stato di coma a causa di una profonda ferita alla testa e muore poco dopo. La stessa Milena disse agli inquirenti di averlo trovato in queste condizioni, non sapendosi spiegare la causa. Si ipotizza un delitto, forse legato agli ambienti dell’usura cui l’uomo risultava legato, le tracce di sangue fanno pensare a una colluttazione, ci sono segni di trascinamento, ma infine si propende per l’incidente domestico e l’indagine viene archiviata.

L’infelice matrimonio con Mario Fogli esaspera la fragile mente di Milena, che sprofonda sempre più nella depressione e nell’alcolismo, fino ad arrivare a diversi tentativi di suicidio.

“Ho ucciso mio marito”

Una notte di agosto del 1998, Milena aspetta, al termine dell’ennesimo litigio, che Mario si addormenti. La donna pensa che non potrebbe sopportare oltre, che le angherie di quest’uomo così simile al padre devono finire, quella notte stessa. Prende le corde di una tapparella e le usa per incaprettare il marito, legandogli mani e piedi e facendogliele scorrere intorno al collo, iniziando poi a stringere forte. Il marito si sveglia e cerca di lottare, ma inutilmente. La moglie lo colpisce alla testa e continua a stringere, stringere e stringere il collo del marito. Milena è una donna minuta, ma in quel momento si sente fortissima: è la rabbia a darle tanta forza, l’esasperazione, l’odio. La sensazione di aver sopportato troppo, di doversi fare giustizia da sola. Forse Milena si vede come una principessa delle fiabe, che cerca di salvarsi da un orco crudele senza l’aiuto di principi o fate madrine.

Milena nasconde il corpo del marito sul balcone, coprendolo con un tappeto, e ripulisce tutta la casa prima dell’alba. Le bambine non si sono accorte di nulla. Solo la mattina dopo decide di telefonare ai carabinieri, sussurrando con voce tremante una frase da film giallo o horror:

“Ho ammazzato mio marito”.

Durante le indagini, emergono subito i maltrattamenti di Mario Fogli, dimostrati da una precedente denuncia di Milena per violenze domestiche, dalle testimonianze dei familiari della donna, dai vicini. Mario beveva e dilapidava lo stipendio, non aveva una bella fama. Tutte queste circostanze, oltre alla efficace difesa dell’avvocato di Milena, Licia Sardo, le fanno ottenere il rito abbreviato e una condanna piuttosto lieve, 14 anni di carcere, nel 1999.[2]

Ottiene i domiciliari, che infrange più volte, fatto che le costa il ritorno in carcere nell’ottobre dello stesso anno. Ma poco prima del rientro in prigione, Milena miete un’altra vittima.

“Io sopportavo, sopportavo, ma…”

Il giorno prima del rientro in carcere della donna, il 6 ottobre, viene segnalata la scomparsa di Angelo Porrello, tornitore cinquantenne con precedenti recentissimi per violenze sessuali sulle figlie, per cui aveva scontato sei anni di carcere. Verrà trovato solo il 25 ottobre, nella concimaia accanto alla sua abitazione, in avanzato stato di decomposizione. In un primo momento si pensa a un crimine legato al passato violento dell’uomo, considerando anche il gesto di gettarlo nudo in una concimaia, che esprime il massimo disprezzo possibile da parte dell’assassino. Si indaga sulle tre figlie, sulla ex moglie, ma nessuna pista sembra davvero convincente finché gli inquirenti non scoprono i legami di Porrello con Milena Quaglini. I due si conoscevano, si sono conosciuti tramite un annuncio, e avevano una sorta di accordo di reciproco aiuto: Milena aveva una stanza per lei nella casa dell’uomo e in cambio faceva per lui i lavori domestici. Ma ora Angelo è stato ucciso, e lei è la prima sospettata. È alla sua avvocatessa, Licia Sardo, che Milena confessa di aver ucciso Porrello.

La donna racconta anche il movente del delitto: l’uomo l’aveva violentata, più volte. La rabbia di Milena, che lamenta di averne sopportate tante, da quasi tutti gli uomini della sua vita a cominciare da suo padre e lei riesce a sopportare, a stare zitta finché può, ma poi qualcosa nella sua mente “esplode”. Ed è una deflagrazione devastante.

La Quaglini stordisce Porrello con una forte dose di sedativi sciolti nel caffè, dopodiché racconta di aver trascinato l’uomo incosciente nella vasca da bagno, di aver aspettato finché non ha avuto la certezza che fosse annegato. Poi, trascina il corpo nudo di Angelo nella concimaia dove sarà ritrovato. Ciò che colpisce molto è la straordinaria forza fisica che questa donna dal viso dolce e sottile dimostra nell’occultamento del cadavere, forza necessaria anche durante il delitto del marito. Non c’è mai stato alcun sospetto di complici, la Quaglini ha senza dubbio fatto tutto da sola. Sembra incredibile per una donna che si descrive come remissiva, timida, abituata a subire e a sopportare.[3]

“Li ho uccisi io”

Dopo la confessione all’avvocato Sardo, ormai è chiaro che Milena è una vera e propria serial killer. Probabilmente, però, non sarebbe corretto incasellarla nella classica etichetta della vedova nera. Alcuni la associano all’americana Aileen Wuornos, giustiziata nel 2002 negli Stati Uniti con un’iniezione letale per aver ucciso almeno sette uomini, mossa dall’odio e dal desiderio di vendetta su chi l’aveva seviziata e violentata durante l’infanzia e la prima adolescenza, dicendo che ucciderli era un modo per dire loro: “Ehi, voi bastardi, volevate farmi del male?”.[4]

Milena infatti viene sì chiamata dalla stampa “vedova nera”, ma anche in un modo più calzante e adatto al suo modo di percepirsi: “angelo sterminatore”. Un nome molto evocativo, con rimandi sia biblici che buñueliani, che descrive bene l’idea di Milena come vittima di circostanze avverse, stanca di soffrire, che reagisce con inaudita violenza: la donna racconta a Licia Sardo che dopo tante botte e soprusi, arriva a un punto in cui non regge più, e allora esplode, una ferocia bestiale emerge incontrollabile, oltre che una forza che nemmeno la stessa Milena sa da dove provenga. La donna racconta di una “seconda Milena”, usando frasi come “lei li ha uccisi”, mostrando un certo grado di dissociazione da sé e dai crimini.

Le viene imputato anche il delitto di Giusto Dalla Pozza: ormai appare chiaro che la sua morte non sia frutto di incidente domestico. Milena confessa di averlo colpito con una lampada, poiché l’uomo avrebbe cercato di violentarla. Il prestito di quattro milioni che le aveva fatto era in realtà finalizzato ad ottenere da lei favori sessuali, e quando l’uomo ha esplicitato le sue intenzioni aggredendo Milena, lei aveva reagito colpendolo. Per i primi due delitti le condanne sono molto lievi: la condanna in primo grado a quattordici anni per l’omicidio del marito viene ridotta a sei anni e otto mesi, poiché le viene riconosciuta la seminfermità mentale. Per la morte di Dalla Pozza, la condanna è irrisoria: un anno e otto mesi per eccesso colposo di legittima difesa. Per il delitto Porrello, però le cose cambiano. C’è una nuova perizia psichiatrica, che non conferma le conclusioni delle precedenti. Milena viene descritta come una donna che si vede vittima degli eventi; gli omicidi sono per lei atti di ribellione, liberazione e affermazione di sé, e il solo modo di rispondere alla violenza è altra violenza. Ma la Quaglini mostra anche un certo distacco parlando dei suoi crimini, non c’è ombra di rimorso o turbamento emotivo, è anzi lucida e fredda, a tratti compiaciuta. Concludendo: Milena era capace di intendere e volere durante il delitto Porrello. La prospettiva carceraria diventa assai più lunga e minacciosa.[5]

La donna, che prima conduceva una vita nel penitenziario piuttosto serena e tranquilla dipingendo e collaborando con le altre detenute, diventa sempre più cupa.

Durante un’udienza, quando le viene contestato l’aggravante della premeditazione, Milena dice al PM parole che ricordano quelle usate da Aileen Wuornos:

“Che motivo avevo di uccidere Porrello se non che era un maiale, un bastardo? Cosa ci ricavavo, forse un’eredità?”

Il 16 ottobre del 2001, in piena notte, la sorvegliante di turno trova Milena semincosciente con una striscia di lenzuolo intorno al collo. La soccorre immediatamente, la fa portare in ospedale, ma Milena non ce la fa e muore intorno alle due di notte.

Solo dopo la sua morte viene ipotizzato un quarto delitto, a Jesi, nelle Marche. Un uomo morto misteriosamente nella sua abitazione, proprio mentre Milena viveva nella cittadina. Ma non si trovano prove che sostengano questa ipotesi, e ormai la possibile sospettata non c’è più.

Milena Quaglini si vedeva davvero come un angelo sterminatore, come una creatura pura che non può in nessun modo ribellarsi ai soprusi se non con la vendetta e la violenza, il solo linguaggio che gli uomini abbiano mai usato con lei.[6] La sua vittimologia è davvero da manuale: le sue sono vittime trasversali, ovvero dei “sostituti”, poiché probabilmente la persona che avrebbe dovuto essere il primo bersaglio della furia distruttrice di Milena è il padre, alcolizzato e violento, che le ha insegnato perfettamente cosa siano la sofferenza, il disprezzo per la vita altrui, l’alcolismo. Il ciclo della violenza, come sempre, si ripete, in questo caso arrivando ai livelli più estremi e atroci.

Note

[1] C. Tani, Assassine, Mondadori, Milano, 1998, pp. 197-205.
[2] C. Lucarelli, M. Picozzi, Serial Killer, Mondadori, Milano, 2004, pp. 81-99.
[3] M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton, Roma, 2005, p.275.
[4] Ibidem, pp. 350-351.
[5] M. Accorsi, A. Centini, I serial killer, Newton Compton, Roma, 2004, pp. 306-311.
[6] C. Lucarelli, M. Picozzi, Serial killer, Mondadori, Milano 2004, pp. 81-99.

Marianna Cuccuru

Laureata in scienze dell' Educazione, studia da molti anni il fenomeno dei serial killer. Ha tenuto lezioni sul tema presso l'università dell'Insubria e per l'associazione Fidapa di Varese.

3 thoughts on “I Segreti dei Serial Killer: Milena Quaglini

  • 8 Maggio 2021 in 19:49
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    Cara Marianna, scusa se Ti segnalo un errore di battitura ma il Tuo articolo è scritto bene e vale la pena eliminarlo: ” e avevano una sorta di accorto di reciproco aiuto:” Per il resto, direi che questa volta non ci troviamo di fronte ad una assassina seriale, perché il movente c’è tutte le volte. Chi uccide per vendetta personale, dopo aver subito violenze fisiche e soprusi morali, fa parte della Giustizia fai da te. Sono comportamenti tuttaltro che rari, in tutto il Mondo. E non abbiamo prove che la forza “sovrumana” che persone apparentemente deboli mostrano quando uccidono, sia paranormale.

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    • 10 Maggio 2021 in 21:49
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      Ciao Aldo, penso che ti assumerò come correttore di bozze, mi saresti molto utile coi vari refusi!
      Detto questo, ritengo che la Quaglini si possa senza dubbio classificare come seriale, soprattutto per come lei descrive i delitti, per i momenti in cui “l’altra Milena” prende il sopravvento, per il punto di rottura che la spinge al delitto, fino alla terribile ripetitività dei gesti, agli atti di disprezzo post mortem su Porrello in particolare, che nulla c’entrano con la legittima difesa, e che tanto ricordano moventi di altri seriali, come ad esempio Marco Bergamo, che uccideva le ragazze che “gli facevano paura”, o Giancarlo Giudice che uccideva le donne come sua madre. Per quanto riguarda la forza straordinaria, ci sono diverse spiegazioni scientifiche sulla forza anomala che giunge in momenti di tensione estrema, ed è un fenomeno che ho sperimentato anche personalmente. In merito ti consiglio gli articoli di Armando De Vincentiis. Ti ringrazio come sempre e ti saluto.

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  • 11 Maggio 2021 in 21:17
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    Refuso corretto, grazie mille Aldo!

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