Lo spettro del Brocken

Laggiù la pianura è immersa in una densa nebbia estesa fino all’orizzonte. Persiste da giorni, accumulando smog nel sottile strato d’aria sotto l’inversione termica. Quando il sole è ormai basso, sono in cima all’ultima propaggine delle Alpi, con l’intenzione di fotografare il mare di nebbia al tramonto e alla luce lunare.

La luce radente proietta mia ombra su sbruffi di invisibili vapori, che si arrampicano fin quassù. Attorno ad essa, lentamente come in un dolce risveglio dopo un sogno, riesco a discernere un cerchio dai tenui colori dell’iride: lo spettro del Brocken! Osservando l’ombra triangolare della montagna proiettata sulla nebbia, mi rendo conto che anche attorno alla vetta compare un’aureola arcobaleno appena percettibile. Ne avevo sentito parlare da escursionisti già tanti anni fa, ma ora lo vedo in prima persona. L’emozione e le lacrime di questa prima visione credo siano state superate solamente la volta in cui, improvvisamente, mi affacciai sull’immensità di Campo Imperatore, dopo aver risalito le faggete sul gradino tra le colline e gli altipiani d’Abruzzo.

L’apparizione non dura che pochi istanti: appena il tempo di estrarre la fotocamera con l’obiettivo montato al momento, neanche un attimo per chiamare gli altri escursionisti presenti e condividere la gioia. La visione si dissolve assieme allo sbruffo che rientra a valle. Quella sera fotograferò la nebbia purpurea del crepuscolo, le sue ondate come di un mare in tempesta rifrangersi contro i monti blu, le luci della città bucare lo strato di nebbia, ma nulla eguaglierà quell’apparizione fugace.

Lo spettro del Brocken.

Il fenomeno e la sua storia

Lo spettro del Brocken è un fenomeno ottico che si verifica al limite della nebbia, dove raggi solari e gocce d’acqua in sospensione si fronteggiano. Può essere visto quando ci si trova al di sopra di un mare di nuvole (oggi spesso dall’aereo), oppure in condizioni di tempo molto dinamico, quando si è immersi in mezzo a nuvole in formazione o dissolvimento, tra cui filtra qualche raggio di sole. Se un’ombra viene proiettata sul muro di nebbia, o sulla foschia impercettibile, può apparire ingigantita. Attorno al punto, dove la retta che congiunge sole e occhi dell’osservatore incontra la nebbia (antisole), si forma un’aureola dai colori dell’iride, detta gloria, che può essere multipla.

Quando mi è capitato di vederlo, i toni e i colori dell’ombra e della gloria erano tutti molto tenui; ritengo che le foto con colori vividi e ombre profonde, che si vedono in rete, siano un effetto prodotto dai motori JPEG delle fotocamere compatte, che tendono a proporre immagini sature e contrastate. Anche nella prima foto ho dovuto aumentare il contrasto per rendere più apprezzabile l’effetto. Può benissimo passare inosservato a uno spettatore che non sa dove guardare.

Il termine è dovuto a Johann Esaias Silberschlag (1721-1791), poliedrico scienziato, che fu geologo, astronomo, teologo e pastore protestante, insegnante, nonché ingegnere idraulico al servizio del re di Prussia. Nella sua opera Geogenie (1780), descrisse in modo molto preciso il fenomeno, a cui aveva assistito durante un’escursione serale sul monte Brocken, e coniò appunto il termine Brockengespenst, perché l’ombra della montagna, riflessa dalle brume autunnali sopra la pianura già immersa nella notte, gli sembrò come un immenso fantasma. Attribuì l’origine dell’aureola ai colori del tramonto.

Non era però il primo ad averlo registrato: il primato è attribuito al suo contemporaneo ufficiale navale spagnolo Antonio de Ulloa y de Torre-Giral (1716-1795), durante una missione sull’equatore per misurare l’arco di meridiano a quella latitudine. Lo osservò con alcuni suoi compagni durante un’escursione sul vulcano Pambamarca, presso Quito, nel 1736, e lo descrisse nel 1748. In questo caso, al sorgere del sole i testimoni, che si trovavano su un altopiano brullo, videro le proprie immagini proiettate sulle nubi in dissolvimento, in verticale, come in uno specchio; ognuno vide un triplo anello irideo attorno alla propria testa (e non a quelle dei compagni), con il colore esterno di ciascuno di essi combaciare con il colore interno del successivo, e più all’esterno un quarto arco biancastro. Per questo il fenomeno dell’arco irideo è anche conosciuto nella letteratura meteorologica come arco di Ulloa; l’arco bianco è invece definito fogbow (arco della nebbia). Fu tuttavia il termine coniato dallo scienziato prussiano ad avere immediata fortuna.

L’illustrazione nell’opera di Ulloa.

Pochi anni dopo fu citato nelle lezioni shakespeariane di Samuel Coleridge del 1818: nelle opere del bardo si riconosce la verità, scrisse, ma decorata con toni di bellezza e grandiosità, come nell’ombra ingrandita e adorna della gloria riconosciamo il nostro io.

Una decina anni più tardi, lo stesso poeta pubblicò una poesia scritta molto prima, Constancy to an Ideal Object. Il tema è un amore intenso e duraturo a una donna ideale, che però non ha corrispondenza con la persona concreta verso cui è rivolto:  She is not thou, and only thou are she è uno dei versi più intensi. Nell’ultima strofa, tale amore è paragonato all’atteggiamento di un rustico che vede lo spettro di Brocken e, non accorgendosi che è una proiezione di sé, lo venera.

Il termine fu registrato sul dizionario tedesco dei fratelli Grimm del 1854. Una nota sulla traduzione italiana: oggi è diffusa soprattutto la dizione spettro di Brocken, mentre ancora fino agli Anni 70 si trovava anche spettro del Brocken; quest’ultima mi sembra più adeguata, essendo il Brocken una montagna e non una persona.

Il monte Brocken

La fortuna del nuovo nome non era casuale: il Brocken aveva già una storia magica. Si tratta di una montagna di modesta altezza se confrontata alle cime alpine, poco più di mille metri, e dall’aspetto di un insignificante panettone. Tuttavia si distingue perché la cima è spoglia di vegetazione arborea e perché si trova nella regione della Sassonia-Anhalt, dove emerge nettamente rispetto ai bassopiani e per questo gode di una vista a perdita d’occhio. Attorno ad essa giravano leggende di streghe e sabba. Jacob Grimm elencò numerose cime in Germania, dove la tradizione collocava i raduni delle streghe nella notte di Valpurga (la vigilia di maggio e inizio della primavera), generalmente accomunate dall’avere una cima spoglia. Tuttavia una fama eccezionale a questa era stata data da Goethe, che l’aveva scelta come sede del sabba a cui partecipano Faust e Mefistofele nella prima parte del Faust. Il poeta tedesco l’aveva frequentata in gioventù e ne era rimasto affascinato. Nella scena del poema, gli elementi del paesaggio montano concorrono ad accompagnare i protagonisti verso il culmine emotivo della scena: la vista, l’udito, il tatto sono tutti stimolati. Non c’è separazione tra minerali, vegetali, animali, acque, aria, né tra esseri naturali e fantastici, che formano un insieme coeso nel creare l’atmosfera del sabba infernale. Il fulcro vira quindi verso la prospettiva umana, dall’incanto romantico all’esperienza diretta e materiale della vita e alla satira del sapere codificato, due temi centrali dell’opera.

Cartolina del 1906, con saluti generici. Il diavolo appare sotto forma di spettro del Brocken con gloria. In un frammento del Faust rimasto incompiuto e mai incluso nell’opera, era prevista un’epifania di Lucifero sul Brocken, al termine della notte di Valpurga. Per non farsi mancare nulla, sul retro c’è il timbro dell’hotel con una strega e una scopa.

La fama del Brocken e del suo spettro fecero sì che, nella Belle Epoque, sulla cima fosse costruito un albergo, raggiunto da una ferrovia, come era stato fatto sui celebri belvederi svizzeri del Rigi e del Generoso. Per numero di visitatori quasi li eguagliava. La Seconda Guerra Mondiale portò alla distruzione degli edifici, ma la DDR provvide a riconsacrare la vetta a modo suo, edificando una centrale di spionaggio. Per la sua architettura, che consisteva in una cupola semisferica sovrapposta a un cubo, venne popolarmente soprannominata “la moschea della Stasi”. Dopo la riunificazione la cima è tornata meta turistica, ma l’edificio e l’annessa antenna radiofonica sono stati conservati.

La spiegazione scientifica

Per analizzare il fenomeno, esso va scisso in tre parti distinte: l’ombra gigante, la gloria e l’arco di nebbia. Non sempre si presentano tutte insieme.

Cartolina con disegno del 1898 e grafia Sütterlin, insegnata nelle scuole tedesche tra il 1915 e il 1941. Oltre allo spettro, compare un vecchio barbuto che il mittente identifica con Rübezahl (Contarape): è uno spirito del sottosuolo della montagna slesiana, protagonista di alcune storie diffuse da uno scrittore illuminista della corte di Weimar, Johann Karl August Musäus (1735-1787). Nei racconti gusto del fantastico, riferimenti all’attualità, satira dei costumi e delle idee, pene d’amore, fascinazione per la natura e le scoperte scientifiche, si amalgamano in un insieme molto godibile.

Quanto alla prima, devo confessare di non averla mai osservata le volta in cui ho assistito al fenomeno. Tuttavia, in quei casi il banco di nebbia era a una distanza correttamente apprezzabile. È noto a chi si occupa dell’osservazione di fenomeni celesti, che è impossibile valutare le dimensioni lineari di un oggetto che si trova proiettato in cielo, in assenza di una visione stereoscopica e riferimenti: si può solo valutare la dimensione angolare. A seconda di quanto lo si ritiene distante in base a impressioni soggettive, lo stesso oggetto può apparire tanto grande quanto piccolo. Pertanto, se la proiezione dell’ombra sulle goccioline avviene vicino, mentre sembra distante, l’ombra potrà sembrare un gigante lontano.

L’arco di nebbia è dovuto alla riflessione dei raggi luminosi dai cristalli di ghiaccio in sospensione nell’atmosfera. È pertanto un fenomeno indipendente dai cerchi iridei, che può apparire anche da solo, come vedremo.

Riguardo alla gloria, le cose si complicano. Sembra chiaramente dovuto a fenomeni di diffrazione della luce bianca nel passaggio attraverso le goccioline di nebbia, analogamente all’arcobaleno. In un classico libro del 1954 dedicato ai fenomeni ottici dell’atmosfera, il fenomeno era ancora indicato come inspiegato. Oggi sappiamo che è previsto precisamente dalla teoria vettoriale della dispersione della luce, sviluppata da Gustav Mie nel 1908. Erano trascorsi pochi anni dalla formulazione delle leggi di Maxwell, che consentirono scoprire la natura elettromagnetica dell’onda luminosa e la sua legge di propagazione. Per scoprirlo, è stato però stato necessario aspettare l’avvento dei calcolatori elettronici, in quanto questa teoria richiede calcoli molto laboriosi. In rete si trovano dei simulatori che la adoperano per riprodurre la gloria. Tuttavia questa teoria ha un fondamentale difetto: le sue componenti matematiche non hanno un significato fisico. Il fenomeno è previsto correttamente, ma cosa succeda alle onde luminose è avvolto nella nebbia (metaforica!). L’unica informazione ottenuta è che l’ombra non ha nessun ruolo nella formazione della gloria: ciò che conta è che il punto dell’antisole sia proiettato sulla nebbia.

Un primo risultato fu ottenuto da van de Hulst, quando nel 1947 mostrò che onde riflesse a 180° dalle goccioline avrebbero prodotto un fronte d’onda toroidale (ad anelli), come appunto si osserva nella gloria. Esperimenti, condotti negli anni ’70 da Howard C. Bryant e altri, dimostrarono che tale riflessione esiste davvero. Tuttavia l’indice di rifrazione dell’acqua non è sufficiente a spiegare tale effetto con la sola ottica geometrica.

Il fisico brasiliano Nussenzveig fu autore di fondamentali studi per la comprensione della gloria. Nel corso di vari decenni, egli ha formulato alcuni modelli in grado di fornire una comprensione fisica della gloria. Un primo modello si dimostrò anche in grado di descrivere accuratamente aspetti dell’arcobaleno tralasciati dalla classica teoria di Newton, tanto che il fisico ottenne un riconoscimento dall’Optical Society, la principale società scientifica del settore.

Nussenzveig utilizzò un trattamento matematico, sviluppato da Penrose e Watson, a cui contribuì successivamente anche il fisico torinese Tullio Regge, che trasforma i tantissimi termini della teoria di Mie in pochi, dotati di significato fisico più tangibile, anche se non certo immediato. Adopera infatti il momento angolare del fotone, una proprietà molto astratta conseguenza del dualismo onda-particella della meccanica quantistica. A complicare la faccenda, nell’equazione entra anche la componente immaginaria (multipla cioè della radice quadrata del numero -1). Il suo significato fisico sono le onde superficiali, onde che al contatto con la superficie della goccia non sono rifratte né riflesse, ma si propagano su di essa. Già van de Hulst le aveva invocate in un articolo successivo, senza riuscire però a costruire un modello. Si tratta di un fenomeno poco noto, non insegnato nei corsi introduttivi di fisica, ma ben documentato e anche sfruttato in radiocomunicazione.

Successivamente Nussenzveig ne individuò un altro, se vogliamo ancora più immaginifico, che invocava l’effetto tunnel delle onde elettromagnetiche. Grazie ad esso, onde che passano nei pressi nella goccia “saltano” all’interno della goccia, mentre la lambiscono, entrano in risonanza e seguono quindi un percorso a causa del quale sono rifratte a 180°, dopo un altro salto fuori dalla goccia per effetto tunnel. Successivi studi teorici mostrarono che questo effetto è preponderante su quello proposto in precedenza, nel contributo alla formazione della gloria.

Lo studio della gloria ha perciò portato a scoprire fenomeni meravigliosi, anche più dell’apparizione stessa.

Lo spettro nel folklore alpino

Nella mia carriera escursionistica, mi è capitato alcune volte di assistere alla comparsa dello spettro. In un caso si mostrò addirittura la sera della notte di Valpurga, su una montagna dalla vetta spoglia e sacra alle popolazione neolitiche liguri. Naturalmente quella notte il mio sonno fu turbato dalle streghe, che si manifestarono sotto forma della penetrante umidità marina del rustico riparo: a una cert’ora oltrepassò l’inutile barriera del poliboll, mi fece sobbalzare di soprassalto dal sonno e trascorrere ore penose.

Mi sono perciò domandato se anche le popolazioni alpine, che trascorrevano all’aria aperta una parte consistente della loro esistenza, abbiano in qualche modo registrato il fenomeno nella loro cultura.

I canditati più promettenti, per un fenomeno tanto etereo, mi sembravano gli esseri fantastici: ho pertanto letto qualche classico libro sulle leggende alpine. La mia ricerca è stata abbastanza infruttuosa, perché nelle più diffuse leggende delle Alpi, come la caccia selvaggia, la corsa delle fate, i tesori nascosti, la processione dei morti, o le regine delle nevi, non compare nulla che richiami un’ombra con un’aureola arcobaleno. Curiosamente gli spiriti sembrano preferire la dimensione sonora o cinetica, per manifestarsi, con una predilezione per la notte, quando i colori sono invisibili. Lo stesso vale per i molti esseri fantastici in bilico tra aldiquà e aldilà, tra carne e spirito, che popolano l’immaginario dei montanari: c’è ogni tanto qualche dettaglio che vagamente potrebbe richiamarlo, ma nulla di inequivocabile.

Nell’immaginario esistono certamente esseri che sono generati da fenomeni atmosferici rari: ad esempio, i pelendros della Marmolada, dall’aspetto di globuli luminosi che appaiono durante i temporali, sembrano personificazioni dei fulmini globulari, così come ci sono molte storie sui fuochi fatui. Nel Vaud (Alpi francesi) è registrata una fata, citata da Maria Savi-Lopez, vestita dai colori dell’iride, ma senza riferimenti alle nebbia. Per contro. ci sono le Comelle dell’agordino, che danno anche il nome a un orrido e a una cascata, legate al dissolvimento della nebbia, ma senza gloria.

L’essere più riconducibile allo spettro del Brocken è la svàina, una strega innocua della Val Grande, una valle molto accidentata e oggi quasi del tutto abbandonata dalle attività agro-silvio-pastorali, che si trova nei pressi di Verbania. Vale la pena di leggere per intero la testimonianza raccolta da Teresio Valsesia nella sua monografia, perché ricostruisce molto bene l’ambiente ostile in grado di incutere timore, che rende credibile l’apparizione di un essere stregato. La voce narrante è quella di un alpigiano classe 1923.

La Svàina è uno strión innocuo, sotto forma di un bòcia [ragazzino, Ndr] di 8-10 anni, rossiccio di capelli e vestito di marrone. Si vedeva solo durante le buzze, con valli ingrossate e alternanza di schiarite. Non attraversava mai i crött [edifici dell’alpeggio, Ndr] ma si limitava a costeggiarli.
Ebbene, confesso di avere visto la Svàina. Avevo circa 8 anni, allora eravamo dei bambini molto ingrupà. C’era büzza e avevamo le capre ai Funtanasc, una località sotto la Bocchetta dell’Ussöll. Mio padre mi dice: «Vai a prendere quelle capre». Io vado malvolentieri. Riali grossi. Acqua dappertutto. Improvvisi scuroni. Valli in piena. Ai Funtanasc c’erano due casali, resti di antiche baite. Un posto del diavolo messo al riparo delle lavenche all’incrocio di due canaloni.
Guardo i casali e vedo proprio la Svàina che viene su. Saranno state l’età, le circostanze, l’ambiente. Ma l’ho proprio vista. Tra me e la Svàina c’era il ruscello. Lui risaliva la costa opposta senza attraversarlo. E su e su. Io lo seguivo sgomento. Poi è venuta la nebbia ed è sparito.
Credo di avere gridato o pianto. Non ho più avuto il coraggio di guardarmi in giro e chiamare le capre. Torno indietro e dopo una mezz’ora arrivo a Stavéi e mi fermo. Non sapevo cosa dire a mio padre. Era un uomo serio, lui. E beh, dirò che ho visto la Svàina, che ho avuto paura, che sono scappato senza chiamare le capre. In quella mi giro e le capre erano lì che venivano. Alcune avevano i campanacci e io non li udivo per la grande emozione. Si vede che mi avevano sentito gridare, piangere e mi sono venute dietro.
La Svàina non ha parlato. Non era uno strión malvagio, ma non bisognava tagliargli la strada né disturbarlo. Così dicevano. Io l’ho visto identico a come me l’avavano descritto. Al papà e alla mamma l’ho subito raccontato. Sono stato male per due giorni. Ce l’ho ancora impresso nitidamente. Una visione che non si è mai attenutata né confusa. Eppure la Svàina non esisteva.

Lo spettro in una pineta.

Lo spettro nell’alpinismo

Naturalmente anche gli alpinisti venuti dalla pianura o anche da terre lontane hanno avuto occasione di ammirare lo spettro. Il caso più celebre della storia dell’esplorazione alpina è senz’altro l’arco di nebbia senza gloria osservato da Edward Whymper e dai suoi compagni durante la tragica discesa dal Cervino, nel corso della prima vittoriosa ascensione, il 14 luglio 1865.

Ben quattro membri della spedizione erano precipitati nel tratto più impegnativo, a causa di una scivolata accompagnata dal cedimento di una corda. Tre cadaveri sarebbero poi stati recuperati 1200 metri più in basso, mentre del quarto si trovò solo un brandello della giacca. I superstiti avevano appena raggiunto il punto da cui avrebbero potuto proseguire senza pericolo, dopo una discesa colma di angoscia e terrore, in cui avevano provato continuamente a chiamare i caduti, senza ricevere risposta.
Scrisse Whymper (trad. di A. Balbiano d’Aramengo):

L’incisione nel libro di Whymper.

D’improvviso, un poderoso arco apparve, sorgendo sul Lyskamm, alto nel cielo. Pallida, senza colore, senza un suono, ma perfettamente chiara e definita eccetto i punti dove si perdeva nelle nuvole, questa apparizione ultraterrena ci sembrò una visione di un altro mondo; e sgomenti, guardammo con stupore il delinearsi di due grandi croci, una per parte.[…] I nostri movimenti non avevano effetto su di essa. Le forme spettrali restavano immobili. Era una spaventosa, meravigliosa visione; unica nella mia esperienza, e impressionante oltre ogni descrizione, dato che giungeva in quel momento. […] Il sole era direttamente alle nostre spalle, e questo significa che l’arco di nebbia era nella direzione opposta al sole stesso. Erano le 6.30 del pomeriggio. I contorni dell’immagine erano ad un tempo affilati e morbidi, con colori neutri; si erano delineati gradualmente, e scomparvero ad un tratto. La nebbia non era fitta e si sciolse nel corso della serata.

Lo schizzo di Whymper.

Le due guide, le prime a osservare il fenomeno, erano due persone profondamente religiose, che il giorno dopo si sarebbero rifiutate di partire per le ricerche dei caduti senza aver partecipato alle funzioni domenicali. Erano convinte che l’apparizione avesse a che fare con gli eventi appena occorsi e non è quindi strano che via abbiano visto delle croci. Whymper, di estrazione più laica (all’inizio dell’impresa aveva fabbricato un piccolo “miracolo” per motivare i compagni), in un suo schizzo effettuato a posteriori offre un’immagine delle croci meno connotata religiosamente, ma altrettanto misteriosa. Da una nota, risulta chiaro che l’alpinista inglese conosceva lo spettro del Brocken, ma che in questo caso non lo aveva riconosciuto: nella descrizione parla infatti di assenza di colore e di immobilità delle apparizioni nonostante i loro movimenti. Il confronto con foto scattate dalla medesima posizione e l’impiego di simulatori dei fenomeni atmosferici confermano l’ipotesi dell’arco di nebbia per l’arco più grande (purtroppo Whymper non fornì mai la dimensione angolare del fenomeno). Croci in cielo sono fenomeni atmosferici noti, dovuti alla presenza di cristalli di ghiaccio in sospensione, ma l’esatta configurazione riprodotta nello schizzo sembra possibile solo nel caso di combinazioni rare di condizioni atmosferiche. D’altronde, il fatto che delle migliaia di alpinisti che hanno poi percorso quella via, divenuta la normale, nessuno abbia mai descritto una visione analoga, indirizza su questa strada. Non essendo un fenomeno riproducibile, non sapremo mai con esattezza cosa videro i testimoni, ancheperché il loro stato di tensione emotiva rende incerto il grado di attendibilità delle loro percezioni e dei loro ricordi. Lo stesso Whymper afferma di non avervi prestato molta attenzione e aggiunge un “probabilmente” alla descrizione.

Da un’indagine sui bollettini del Club Alpino Italiano, risulta che il fenomeno fu erroneamente attribuito allo spettro del Brocken e che già poco dopo tempo questo fenomeno era entrato a far parte del bagaglio culturale degli alpinisti. Neanche dieci anni più tardi, un alpinista impegnato nell’ascensione del vulcano Popocatepetl, nel Messico, non fu per nulla turbato dalla visione della versione lunare del fenomeno (a differenza della sua guida india che ne fu terrorizzata). Nel 1896 fu la volta di un gruppo nelle Alpi Apuane. Anche in questo caso, la guida locale, Efisio Vangelisti, un esperto alpinista autore di alcune prime ascensioni nel gruppo, non ne aveva mai sentito parlare. Un colto professore, impegnato nell’ascensione della Bessanese nella valli di Lanzo, vide nell’ombra eterea una reminiscenza delle anime dantesche illustrate dal Dorè. Un alpinista in vena di lirismo, giunto in vetta la sera al termine di un’impegnativa scalata nel gruppo del Bianco, e rispecchiò la propria gioia nella sua figura avvolta da una «bagliore iridato». Gli esempi, al crescere del numero degli alpinisti, divennero quindi numerosi e registrati con poche parole. Infine, a chiudere il cerchio, un alpinista varesotto, di ritorno da un incontro nelle Alpi Marittime, tentò invano di convincere lo scettico figlio di aver avvistato la svàina. Insomma ben presto scomparve ogni terrore e il fenomeno divenne solo una curiosità e un’emozione in più da portare a casa.

Lo spettro nel folklore moderno

Il Musinè (ultima cima a destra) emerge da un mare di nuvole.

Ciononostante, lo spettro è riuscito a penetrare anche nel folklore contemporaneo. Nell’ambito delle storie fiorite negli Anni 70 e note come quelle della Torino magica, molto popolari nel capoluogo subalpino tanto da alimentare anche un indotto turistico, un posto non secondario è occupato dalla montagna delle Alpi più vicina alla città, il Musinè. Quando era bambino, era dato come fatto certo che l’interno contenesse una base aliena. Sulla vicina Sacra di San Michele, un’abbazia medievale, circola una leggenda abbastanza comune, secondo cui i monaci avrebbero voluto costruirla sulle pendici della montagna di fronte, ma un intervento divino trasportava il materiale nell’attuale posizione, fino a quando i monaci non la scelsero come sede. Le divinità suggellarono con portentosi fenomeni di fuoco e una magica visione la decisione. Ricordo di averla sentita raccontare, sempre nella mia fanciullezza, in una variante secondo cui i monaci l’avrebbero voluta costruire sul Musinè, ma una serie di fenomeni non meglio precisati li avrebbero convinti a traslocare altrove. Ancora oggi, appassionati di misteri risalgono la montagna con attrezzatura degne dei Ghostbusters, alla ricerca di ogni possibile stranezza.

Ebbene, il fatto che lo spettro di Brocken fosse stato fotografato su questa montagna da un conoscente della divulgatrice delle storie, l’occultista Giuditta Dembech, fu addotto come prova del carattere “esoterico” dello stesso. Peraltro la descrizione del fenomeno contenuta nel libro è molto ben fatta e accurata, tranne che per un particolare: il protagonista non comprese che l’ombra era la propria; coincide con quelle di Ulloa a e Silberschlag. Il protagonista e l’autrice non ne conoscevano l’origine e la spiegazione. Dopo aver scartato un parallelismo con il presunto fenomeno paranormale della fotografia Kirilian, la Dembech si lanciò in fantasiose analogie tra il Brocken e il Musiné, convinta che il fenomeno denotasse qualche particolare proprietà magica delle montagne su cui era avvistato.

Insomma, lo spettro non smette di affascinare ed eccitare la fantasia di chi lo osserva. Non vale solo per chi non ne conosce la natura e, restandone stupefatto, ne tenta interpretazioni in base al proprio vissuto, ritenendolo messaggero di chissà quale significato. Sarà per la sua fuggevolezza e imprevedibilità, sarà perché è un fenomeno raro e sfuggente, sarà perché condensa vari miei amori, l’arcobaleno, i colori delicati e la la nebbia: il sottoscritto approfitta di ogni occasione favorevole, per mettersi alla sua caccia e restarne incantato, ogni qual volta le condizioni sono favorevoli alla sua comparsa.

Ringraziamenti

A Lia Morandi, Doris Lange e Ivo Maistrelli, per la trascrizione e traduzione delle cartoline; a Giorgio Inaudi, per avermi indirizzato ai libri di Maria Savi-Lopez; a Francesco Migliore, per avermi ricordato il ruolo dello spettro nelle storie del Musinè.

Bibliografia

  • H. C. Bryant, N. Jarmie. The glory, Scientific American, 231(60), luglio 1974.
  • Club Alpino Italiano. Bollettini nazionali dal 1865 al 2019
  • S. T. Coleridge. Coleridge’s essays & lectures on Shakespeare : & some other old poets & dramatists, London 1907.
  • D. Coltro. Gnomi, anguane e basilischi, Sommacampagna 2006.
  • G. Dembech. Il Musinè, Settimo Torinese 1991.
  • R. Greenler. Rainbows, Halos, and Glories, Cambridge 1980.
  • J. Grimm. Teutonic Mytholgy, London 1888.
  • C. J. Hardwick, J. C. Knievel. Speculations on the possible causes of the Whymper apparition, Applied Optics, 44(27), 20 settembre 2005.
  • L. Koch. Die mosaische Erderschaffung, das Brockengespenst und die Kluterthöhle, Beiträge zur Heimatkunde der Stadt Schwelm und ihrer Umgebung, 55, 2006.
  • P. Laven. How are glories formed?, Applied Optics, vol. 44 n. 27, 20 settembre 2005.
  • D. K. Lynch, S. N. Futterman. Ulloa’s observations of the glory, fogbow, and an unidentified phenomenon, Applied Optics, 30(24), 20 agosto 1991.
  • M. Minnaert. The nature of light and colour in the open air, New York 1954
  • H. M. Nussenzvieg. The Science of the Glory, Scientific American, 306(1), gennaio 2012.
  • H. M. Nussenzvieg. The Theory of the Rainbow, Scientific American, 236(4), aprile 1977.
  • M. Savi-Lopez, Leggende delle Alpi, Torino 1889.
  • A. De Ulloa, Viaje a la América meridional, Madrid 1990.
  • T. Valsesia, Val Grande ultimo paradiso, Intra 1985.
  • E. Whymper, The ascent of the Matterhorn, London 1880.

3 thoughts on “Lo spettro del Brocken

  • 1 Maggio 2021 in 19:30
    Permalink

    Buongiorno,
    Nel 2012 dall’aereo che scendeva lentamente su Parigi in un mare di nuvole vidi un cerchio di arcobaleno con sl centro l’ombra dell’aereoplano. Mi maledii perché avevo lasciato la macchina fotografica in valigia invece di tenerla nello zainetto…
    È lo stesso fenomeno descritto nell’articolo?
    Grazie

    Rispondi
    • 1 Maggio 2021 in 20:12
      Permalink

      Sì, il fenomeno è lo stesso. Oggi è divenuto il modo più comune di vederlo, per chi non cammina in montagna. Se segue il link al primo articolo di Nussenzveig in bibliografia, troverà anche una foto scattata dall’aereo (e molte altre in rete).

      Rispondi
  • 2 Maggio 2021 in 08:35
    Permalink

    Che bell’ argomento, e che bell’ articolo. Grazie.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *