I preti spia degli austriaci: una leggenda della Prima Guerra Mondiale

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Dagli inizi di giugno del 1915, appena entrata nella Prima Guerra Mondiale, l’Italia fu teatro di un vero e proprio panico sociale: voci e leggende metropolitane si rincorrevano riguardo ai preti cattolici, accusati di essere spie degli austriaci e di cospirare contro la Patria. Oggetti di uso comune, trovati in loro possesso, furono scambiati per lampade di segnalazione, macchine fotografiche, cartine militari, e molti sacerdoti finirono arrestati ingiustamente, mentre la stampa cattolica non riusciva a far di meglio che dare la colpa di tutto a un complotto antireligioso… Una situazione al limite del delirio collettivo, di cui vi raccontiamo solo alcuni tratti salienti.

I prodromi

Sabato 20 giugno 1914. Mancano otto giorni all’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, l’arciduca Francesco Ferdinando. Nessuno lo sa, ma la catastrofe della Prima Guerra Mondiale è imminente. L’avversario storico dell’unità nazionale italiano, l’impero guidato da Vienna, vede il suo territorio estendersi, verso sud, fino a comprendere aree abitate da italiani. Una di queste, e anche quella a maggior attrito militare e culturale, è rappresentata dal Trentino. Il paradosso consiste nel fatto che, dal 1882, l’Italia è legata ad Austria e Germania nella Triplice Alleanza, un patto militare cui l’Italia ha aderito in funzione antifrancese, ma che fin dall’inizio è del tutto impopolare nel nostro Paese. Nel 1914 i sentimenti nazionalisti ormai sono diventati prevalenti, e parte dell’opinione pubblica italiana smania per liberarsi da quel vincolo che avverte come innaturale e contrario al compimento delle guerre risorgimentali, ossia l’annessione all’Italia del Trentino, della Venezia Giulia e del Friuli. 

Quel sabato 20 giugno 1914, su La Stampa di Torino, appare un lungo reportage firmato dal giornalista Virginio Gayda. In quel momento Gayda era ancora all’inizio della sua carriera da cronista, ma era già un nazionalista fervente. Dopo il 1922, superato qualche tentennamento, sarebbe diventato uno dei giornalisti di maggior importanza della nascente dittatura fascista, arrivando a dirigere uno dei quotidiani semi-ufficiali del tempo, Il Giornale d’Italia. Dal 1938 fu un efficace sostenitore della propaganda razzista del regime. 

L’articolo di Gayda s’intitolava La mano di ferro, ed era un resoconto accalorato sulla condizione oppressiva in cui vivevano i trentini sotto il dominio di Vienna. Ogni tentativo minimo di espansione economica degli italiani era visto con sospetto dalle autorità asburgiche. Ogni iniziativa era sottoposta a stretto controllo. Uno degli strumenti di sorveglianza sugli italiani, scriveva Gayda, era costituito dal clero cattolico. Per rancore verso lo Stato italiano che aveva cacciato il papa dal trono nel 1870, argomentava, i preti erano fedeli agli Asburgo, ultima grande dinastia cattolica di un impero, e per questo non esitavano a fare da spia nei confronti dei loro stessi parrocchiani e a indottrinare i bambini in senso anti-italiano. Gayda citava con particolare disgusto un’organizzazione mariana che, sotto l’egida del clero trentino e sostenuta dai militari, avrebbe avuto il compito di reclutare negli oratori ragazzi delle scuole medie per iniziarli allo spionaggio verso la propria comunità nazionale.

I Reali Carabinieri presidiano l’ingresso della Camera dei deputati dopo l’assalto degli interventisti al grido di “guerra!” (da “L’Illustrazione Italiana” del 23 maggio 1915).

Undici mesi dopo, l’Italia dichiarava guerra all’Austria. Il Regio Esercito provava ad avanzare, con qualche successo iniziale, verso le valli del Trentino. Alla vigilia della nostra entrata nel conflitto, D’Annunzio e gli interventisti avevano innescato il delirio bellicista: occorreva entrare nel grande scontro rivoluzionario europeo, rinnovare la nostra identità e completare l’unità nazionale negata.

I tentativi di papa Benedetto XV di frenare la catastrofe, per la quale temeva non solo le conseguenze terribili, ma pure la definitiva scomparsa del mondo ottocentesco cui ancora la diplomazia vaticana era legata, fruttarono sospetti di neutralismo, di vigliaccheria, di pacifismo e di ambiguità al clero italiano, che da decenni cercava di far fronte con difficoltà ai mutamenti radicali in corso nel Paese. 

Fu questo lo sfondo generale sul quale, pochi giorni dopo il nostro ingresso in guerra, il 24 maggio 1915, per qualche mese in Italia si visse un vero e proprio panico psicosociale del prete spia. Ovunque, militari, pretori, quotidiani anti-clericali e persone comuni vedevano le prove del tradimento del clero cattolico, segretamente fedele a Vienna, e non al re d’Italia e alla nazione. Di questo primo panico, che durò probabilmente dai primi di giugno al settembre di quell’anno, abbiamo provato a tracciare qualche schizzo, sia pure incompleto. Fenomeni simili, però, si produssero fino alla fine della guerra, come documentano, fra le altre fonti, questa tesi di laurea in Storia prodotta da Laura Camasini all’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2015 e un saggio di Luca Clara apparso in un volume collettivo nel 2016 (pp. 239-242).

L’innesco: gli arresti di Bari

L’8 giugno 1915 numerosissimi quotidiani statunitensi, francesi e britannici annunciarono al mondo occidentale che cinque frati domenicani di un convento italiano, “affacciato sull’Adriatico” erano stati arrestati con l’accusa di spionaggio. Un tenente aveva visto dei segnali luminosi provenire dal piano superiore dell’edificio. Insieme a due soldati, aveva forzato l’ingresso, scoprendo che i monaci disponevano di mappe militari, parecchi documenti e, soprattutto, di un grande riflettore per segnalazioni. I documenti, così scriveva il giornale americano, provenivano da altri monaci ed erano stati spediti da Vienna. 

Il caso fece davvero scalpore. In effetti, come spiegò il Corriere delle Puglie del giorno 5, era stato un tenente di fanteria che compiva un giro di ricognizione la mattina del 2 giugno a insospettirsi per alcuni “fasci luminosi” e a trarre in arresto i cinque, sui quali fu immediatamente aperta un’istruttoria secondo le norme del Codice penale militare di guerra. Agli inizi, forse nel tentativo di non alimentare ulteriori polemiche, la stampa cattolica tacque, ma quella strategia comunicativa si rivelò inefficace: la storia stava creando un vero putiferio. Per questo, verso fine mese, L’Osservatore Romano intervenne scagliandosi contro “tutte quelle notizie o semplici voci che possono comunque contribuire a destare ingiustificati allarmi”. Ma quali erano queste dicerie? Il 9 giugno il Corriere delle Puglie non esitava a menzionare le “propalazioni criminose”, ossia le voci di ogni genere che avevano preceduto gli arresti, e, fra le altre cose, parlava dei “projettori luminosi” che i frati sostenevano, a loro discolpa, essere nient’altro che apparati per le feste religiose. 

Il 25 giugno un settimanale cattolico barese, Il Risveglio, criticava a lungo la “campagna vergognosa” in corso, mentre “un giornale semiufficioso” della città pugliese – probabile riferimento al Corriere delle Puglie del giorno 9 – assumeva anch’esso un atteggiamento critico nei confronti della vicenda. Così ne faceva menzione il settimanale cattolico Il Popolo dertonino di Tortona del 27:

Queste voci parlavano di macchina radiotelegrafica di grande potenza, di bombe, di rifornimento per aeroplani ecc, ecc, La fantasia del popolo lavorò attorno a tutto ciò lungamente non solo, ma da queste denunce si passò ad una vera e propria campagna contro tutto il clero italiano, dando luogo a spiacevoli incidenti.

E ancora: 

Così lo stesso tenente – persona assai nota nel nostro ambiente commerciale, dicono i giornali di Bari – perquisì la notte seguente la casa de’ Salesiani al Redentore. La perquisizione si volle fare alla presenza di molti borghesi, fra cui persino un carrettiere, e diede naturalmente esito negativo. Tra l’altro si scambiò per un apparecchio radiotelegrafico nientemeno che l’asta galleggiante del deposito di acqua pel terrazzo. Da parecchie notti, su di un terrazzo vicino si sorveglia la chiesa dei gesuiti, nella vana speranza di scoprire le varie segnalazioni. Molti gongolavano – a Bari – di questo scandalo e non potendo avere notizie sicure, le inventavano, fornendo poi alla stampa il modo di propalare notizie sensazionali. Si pubblicò, tra l’altro, che i frati avevano corrispondenza con la loro casa principale di Vienna, mentre tutti sanno che la casa generalizia dei domenicani è a Roma e che il generale dell’ordine è un francese. Si asserì che sono state trovate delle fotografie sconcie, la qualcosa mentre non costituisce reato, ma, caso mai scandalo morale, risulta per indagini fatte falsa: si asserì che il superiore dei frati avrebbe dal carcere pregato di avvisare un fratello: e risulta invece che è figlio unico. Così pur di speculare sulla morbosa curiosità del pubblico, si diffusero le notizie più strampalate e più comiche. 

Ora, diciamoci la verità: all’epoca sia la stampa cattolica, sia quella anticlericale pubblicavano spesso notizie inventate, travisate o esagerate, per sostenere la propria linea di pensiero. Le fake news non sono un’invenzione moderna. I giornali vicini al Vaticano, ad esempio, non avevano remore particolari a inventarsi o a riportare storie per suggerire l’idea che la libertà religiosa fosse un’abominio e che interi Paesi fossero in mano ai massoni. In questo caso, però, avevano probabilmente ragione loro: l’insieme delle fonti che conosciamo e le dicerie che, mutatis mutandis, dall’inizio del conflitto avevano investito altri Paesi, indicano che le accuse ai preti “spie dei viennesi” erano false. Erano frutto della psicosi bellica e delle contrapposizioni ideologiche che regnavano nel giugno 1915.

Fra le leggende circolate a Bari, colpisce in particolare il riferimento alle voci sul “rifornimento per aeroplani”. Per quanto ne sappiamo, si tratta dell’unica occasione in cui, come era accaduto invece su larga scala l’anno prima in Gran Bretagna, compare anche da noi la leggenda delle aree segrete di decollo a supporto dei raid nemici. 

Comunque, i frati baresi furono rapidamente processati dal Tribunale militare della città a partire dal 2 luglio: se ne trova ampie cronache sul Corriere delle Puglie in particolare dal 20 al 27 luglio: l’apparato per segnalazioni risultò essere una lanterna magica per l’oratorio, le “mappe militari” soltanto una carta dell’Italia settentrionale di buona qualità. Il giorno 26 i frati furono assolti. Contro di loro non risultò la benché minima prova: le attente relazioni sulla presenza di impianti elettrici insoliti su tetti e terrazzi, messe in ridicolo. Altri “lumi” misteriosi erano quelli, fiochi, di lampadine.  

L’episodio di Bari, però, ebbe un impatto fortissimo sull’opinione pubblica e contribuì a far precipitare il panico collettivo anti-clero. Del resto, in quei mesi della tarda primavera e dell’estate del 1915 – non dimentichiamolo – migliaia di altre persone, soprattutto cittadini stranieri, furono arrestate, fermate, malmenate per strada o ingiuriate: la caccia alla spia era apertissima, e ogni minimo segno insolito era considerato una prova. Tuttavia, in quel quadro il timore per la doppiezza dei cattolici assunse toni più specifici. Il 13 giugno il New-York Tribune riferiva di “centinaia” di arresti di presunte spie effettuati nel nostro Paese, ma, ancora di più, notava che “una fonte di pericolo” era costituita dalla presenza in Italia di “un gran numero di preti e di monaci stranieri, o di spie travestite in quel modo”, così unendo in un solo babau xenofobia bellica e sfiducia verso il ruolo della chiesa cattolica. 

Dall’Adriatico e dal nord-est, a tutta l’Italia: la psicosi si estende

Dalla prima metà di giugno il clima era diventato rovente: probabilmente, gli eventi ebbero portata ben superiore rispetto a quelli che siamo in grado di menzionare grazie alle nostre fonti. Non a caso, il 17 di quel mese, L’Unione Popolare di Mondovì prese atto della gravità della situazione e dedicò metà della prima pagina all’anticlericalismo che non si smentisce mai. È più che probabile che fosse solo la punta dell’iceberg della difesa contro l’ondata di voci e di provvedimenti più o meno pesanti presi dalle autorità. Parte delle argomentazioni invocate dal periodico erano fattuali e razionali, altre – ed era difficile sottrarvisi – erano in sostanza di tipo cospirazionistico, ma naturalmente col segno rovesciato rispetto alle altre: in pratica, si dava la colpa di tutto quel fermento anticattolico alla massoneria. 

Il settimanale parlava delle “notizie di denunce, contro preti e frati, che a ogni costo si volevano far passare per austriacanti, per traditori della patria”. A parte i casi più clamorosi, che avevano avuto per teatro Bari e San Severino Marche (la località adriatica dalle quali si pensava i religiosi facessero segnalazioni al naviglio nemico), in molti altri centri grandi e piccoli il clero cattolico era fatto “oggetto di sospetti e di ingiurie”. Chi scriveva ammetteva che, per un “fenomeno di esaltazione popolare” qualcuno potesse vedere, in perfetta buona fede, una spia in qualche “onesto e leale cittadino, il quale ha, per sua disgrazia, l’abitudine di andare a letto con le finestre aperte e il lume acceso”; ma c’era da pensare che “in loggia” si stesse aizzando “una canizza”. Insomma: era assurdo pensare a una congiura di traditori filoasburgici fra i preti cattolici, ma era ragionevole pensare a una congiura di malvagi anticattolici nella massoneria… 

Per L’Unione Popolare era stato un quotidiano di Ancona, L’Ordine, a dar notizia dell’arresto a San Severino Marche dei frati francescani accusati di spionaggio. La storia era stata poi rilanciata da quotidiani importanti come La Gazzetta del Popolo di Torino e Il Secolo di Milano (sul Corriere delle Puglie comparve il giorno 9); ma a quanto pare, stando a una verifica fatta dal Corriere d’Italia, la verità era che nessun frate era stato tratto in arresto in nessuno dei conventi presenti in città. Per aver pubblicato quella diceria senza controllarla, i superiori del convento avevano sporto querela contro L’Ordine. Già il 16 il Corriere delle Puglie, del resto, aveva segnalato, attraverso una lettera dei Frati Francescani Cappuccini di Bari, che la storia era priva di qualsiasi fondamento. 

Fra le vicende smentite, il settimanale di Mondovì ne riferiva un’altra che aveva ricevuto eco altrettanto grande di quella marchigiana e che era stata riferita, come prova della slealtà dei preti, ancora dal Secolo di Milano, testata con la quale la stampa cattolica ingaggiava spesso duelli a colpi di retorica. Al centro della vicenda c’era il presunto arresto del parroco di Caporetto, in territorio sloveno (la Slovenia allora era parte dell’Impero austriaco) ma situato appena al di là della linea del fronte: il sacerdote, si annunciava, era stato arrestato dalle truppe italiane che in quel momento controllavano il borgo, perché dal campanile dirigeva il tiro di controbatteria delle artiglierie austriache su quelle italiane. 

Difficile districare le voci: un altro quotidiano di Novara, L’Ordine, aveva sostenuto che si trattava di una vicenda con un fondo di verità ma che era stata del tutto distorta. Giorni prima, su un treno che percorreva una linea dell’Italia settentrionale, un giornalista di quella testata si era sentito raccontare da un soldato reduce dal fronte friulano e diretto verso il deposito della sua unità che l’arresto c’era stato davvero. L’arrestato, però, sarebbe stato un colonnello austriaco travestito da prete, sistematosi nella canonica abbandonata dal vero sacerdote, scappato oppure fatto prigioniero dagli austriaci! Anche questa versione, infine, fu smentita da fonti locali: il 25 giugno un corrispondente del Corriere del Friuli di Udine riuscì a verificare di persona che il parroco, un settantunenne, era al suo posto, in parrocchia: della presunta “vera” spia (il colonnello travestito), non c’era alcuna traccia.

In altri termini: voce e controvoce. 

La tempesta

A fianco degli arresti veri – quelli dei sospettati di intendersela con il nemico, ma più o meno rapidamente risolti in un nulla di fatto -, non mancavano le storie su arresti mai avvenuti. A parte quello di Caporetto, verso fine giugno L’Idea Nazionale scrisse che il pievano di Venacciara (Massa Carrara) era stato arrestato con l’accusa di spionaggio e portato con un’automobile militare a La Spezia: la cosa non aveva alcun fondamento (Il Popolo Dertonino, 27 giugno 1915).

Il quadro delle voci ormai dilaganti fu dipinto in toni drammatici da L’Unione Popolare l’11 luglio. Erano elencati diciotto episodi, in pratica tutti collocati o al nord o in Toscana.

[…] Il parroco di Canedole (Mantova) don Ferrari è accusato di far la spia per l’Austria. Gran clamore, e poi don Ferrari è assolto per inesistenza di reato. A Corticelle è arrestato il parroco D. Salvatori. È uno spione. Dopo qualche ora se ne passeggia liberamente. Dovè semplicemente pagare una multa perchè non denunciò di essere trentino. Sono arrestati i Cappuccini di Storo, un paese del Trentino. Sono spie; gran parlare su per i giornali. Ma invece i cappuccini non sono incriminati di nulla. Per la loro qualità di trentini sono solo allontanati dalla zona di guerra. Il Gesuita P. Mignacco di S. Remo è accusato di fare una campagna austrofila. Egli scrive una pubblica protesta vibrante di patriottismo. Fin dall’inizio della guerra s’era offerto per l’assistenza gratuita dei feriti. I frati Cappuccini di S. Arcangelo di Romagna sono accusati di far segnalazioni notturne. L’autorità giudica “a priori” la voce falsa e maligna. Ma non possiamo narrare particolareggiatamente tutti i casi. Citiamo in fascio: sono così cadute le accuse contro D. Benvenuti parroco di Marcignano (Empoli), contro D. Menegalli, D. Becciolini di Poggibonsi, D. Cesare Benchini di Massa Carrara; dei Parroci del Piviere di S. Andrea a Doccia; del Clero piacentino e di Voghera; di alcuni Parroci di Perugia; dei Minori delle Grazie di Rimini; del P. Leandro Biancalani, francescano dell’Ospizio della Madonna dell’Acqua, presso Cascina, di D. Riccardo Farneschi di Firenze; di D. Domenico Cordeschi, Arciprete di Fiano Romano e di tanti altri.

E non è finita: tre frati furono arrestati a Civitanova Marche il 7 giugno, ma poi assolti in istruttoria da ogni accusa; lo stesso accadde a due preti di Avezzano (L’Azione, 23 e 30 luglio 1915); il 28 giugno nel Tarantino un cappuccino fu fermato per questua non autorizzata e tenuto in detenzione per alcune ore dai Carabinieri: subito si parlò di un ufficiale austriaco travestito, di un religioso-spia, di bombe che gli erano state trovate addosso (Corriere delle Puglie, 30 giugno 1915); alcuni frati cappuccini di Comacchio vennero accusati di aver fatto segnali luminosi, ma prosciolti dal tribunale militare di Bologna (L’Azione, 7 agosto 1915); il parroco 87enne di Roana (Trento), fu trattenuto sino al processo perché accusato di fare anche lui segnali di luce: si trattava di una lampada elettrica che tremolava. Stessa sorte per il parroco di Clodig (Udine), tenuto in carcere per due mesi (L’Azione, 20 agosto 1915). 

Nell’elenco di 38 casi raccolto ancora da L’Azione una settimana dopo, ossia il 27 agosto, quelli peggiori sono forse quelli che riguardarono Brescia, dove si diffusero voci su “quindici frati arrestati”, e quello di Barletta, dove furono le suore di un convento ad essere accusate di fare segnali luminosi. Vi fu poi quello che riguardò un certo don Menegatti che, in località sconosciuta, fu accusato di manovrare una stazione radiotelegrafica segreta mentre aggiustava il parafulmini sul tetto; e quello di Camporgiano (Lucca), dove il pretore fece fermare un prelato romano giunto in paese: il suo breviario era stato scambiato per una macchina fotografica con cui riprendere immagini di nascosto! Altri potremmo ricordarne, ma l’elenco si farebbe lunghissimo e troppo minuto. 

L’idea della controcongiura e la reazione

In quella situazione difficilissima e sulla base di bias ideologici fortissimi, era improbabile che la stampa cattolica riuscisse ad assegnare a cause psicosociali l’ondata di voci malevole e di accuse rivolte a religiosi da parte delle autorità sulla base di evidenze inesistenti. La sostanza della questione, per loro, era dovuta a un’altra congiura: quella degli anticlericali che volevano approfittare della situazione d’emergenza per suscitare odio contro la religione. L’11 luglio L’Unione Popolare scriveva:

La campagna esiste; si sono raccolti oramai elementi sufficienti per provare che in molte e molte province italiane funziona una specie di organizzazione non abbastanza occulta però perché non si possa scoprirne le traccie e risalire agli autori per montare le calunnie contro il clero. Si tratta di una vera e propria organizzazione terroristica, favorita dalle loggie locali e dalla stampa anticlericale.

Ai primi di luglio il vescovo di Vicenza, mons. Rodolfi, scelse la linea dura. Entrò in scena con una protesta pubblica in cui smentiva le dicerie sull’arresto di due preti diocesani, don Amedeo Busetto e don Giuseppe Lora, che tuttavia era stato allontanato dalle autorità a Firenze perché accusato di aver fatto discorsi contro l’esercito. Dopo essersi scagliato contro La Provincia di Vicenza e il Giornale di Vicenza, che avevano riferito le voci, ed aver criticato Il Gazzettino di Venezia e Il Secolo di Milano, ingiungeva ai due preti arrestati di sporgere querela contro i quotidiani veneti per diffamazione (L’Unione Popolare, 11 luglio 1915). 

Tre giorni dopo La Nazione di Firenze raccolse le clamorose confidenze di un non meglio precisato alto prelato. A quanto pare, il dignitario papale era stato il latore di un messaggio personale di Benedetto XV a re Vittorio Emanuele III a favore dei religiosi accusati dai militari di spionaggio. Inutile dire – se il messaggio ci fu davvero – che il recupero dei relativi documenti d’archivio vaticani e italiani sarebbe della massima importanza: sarebbe la prova che il timore per quanto stava accadendo giunse ai vertici delle due strutture politiche. Una cosa è da notare, tuttavia. Al contrario di quanto la pubblicistica cattolica cercava di accreditare (e forse non poteva fare diversamente, viste le leggi eccezionali in vigore), le azioni non erano opera di scalmanati, di anarchici bombaroli o degli eterni massoni e liberali, ma delle forze armate, che dal 24 maggio, giorno della dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria, avevano assunto compiti di ordine pubblico su tutto il territorio nazionale.

“L’Illustrazione Italiana” del 6 giugno 1915 presentò l’arrivo degli aeroplani austriaci sul cielo di Venezia all’alba del primo giorno di guerra come una commedia goldoniana. Le donne erano ilari sui tetti, ciarliere e con fazzoletti da sventolare, mentre contraerea e caccia rintuzzavano l’incursione.

Ciò non esclude in alcun modo l’ingiustizia delle accuse contro preti e frati, ma fa ipotizzare che le dinamiche dalle conseguenze più pesanti abbiano avuto per teatro gli uffici dei comandi delle varie unità militari e i cortili delle caserme. A metà luglio, uno dei principali quotidiani cattolici del tempo, il bolognese L’Avvenire d’Italia, nel commentare l’assoluzione dalle accuse di una figura importante del cattolicesimo sociale di inizio XX secolo, don Giuseppe Lozer (1880-1974), faceva riferimento ai “tentativi massonici” e dei “settari” di approfittare della situazione. Ma il punto è che Lozer era stato processato… dal tribunale militare di Venezia, e che le accuse contro di lui (pacifista) erano comparse sul Popolo d’Italia, ancora formalmente espressione socialista, ma diretto da Benito Mussolini. Poi, di sicuro, l’astio di altri gruppi sociali verso il Cattolicesimo svolse la sua parte. La questione del ritardo dell’unità nazionale e del ruolo svolto in essa dal papato era ancora caldissima e gli insulti reciproci ancor oggi sorprendenti a rileggersi nella loro violenza.

Insomma, quello che sarebbe più interessante, forse, sarebbe capire come mai così tanti militari caddero in ogni genere di bias, fraintendendo breviari per macchine fotografiche e lampade tremolanti per segnalazioni ai nemici.

L’incompreso motore del dramma: i miti del tempo

A comprendere al meglio la retorica difensiva cattolica viene in soccorso quella che probabilmente fu anch’essa una leggenda circolata in quelle settimane, ma che – per dimostrare ancor di più quanto le accuse ai preti fossero facilmente smontabili – fu usata più volte dalla stampa diocesana (ad esempio, da La Fedeltà di Cuneo del 4 agosto). Il 19 luglio, un quotidiano torinese non meglio precisato aveva raccontato che a Roma, sulle alture della zona di via Capo le Case, che salgono verso Villa Borghese, da qualche sera si notava una luce che a una finestra si accendeva e si spegneva a cadenza regolare. Qualcuno l’aveva vista e aveva pensato a segnali spionistici. La polizia, avvertita, avrebbe identificato la casa… per quella del ministro della guerra, il generale Vittorio Zupelli, che lavorava sino a tarda ora nel suo studio!

Se quello fosse stato lo studio di un prete o di un frate… a quest’ora i preti sarebbero già debitamente ingabbiati!

Una storia esemplare: l’equivoco, il “pubblico” che si fa prendere dalla foga, l’uomo di stato che lascia la luce accesa sino a tardi perché lavora per la Patria, e la stoccata finale, l’utilizzo dell’aneddoto, che ne fornisce il senso: lui, il ministro dell’Italia risorgimentale nei cui confronti i rancori riemergono, che – al contrario degli umili religiosi – non sarebbe mai stato inquietato dalla legge. Quando un prete di Liessa di San Leonardo (Cremona), morì di colpo, quindici giorni dopo esser uscito assolto e aver subito due mesi di carcere preventivo per accuse di spionaggio, il decesso fu senza alcun tentennamento da parte de L’Azione del 10 settembre, espressione della diocesi di Novara, ritenuta una morte per “crepacuore”, e lui una “vittima della canaglia anticlericale”.

Già nelle primissime ore di guerra, il 24 maggio, navi e aerei austriaci avevano colpite numerose località della costa adriatica (da “L’Illustrazione Italiana”, 30 maggio 1915).

Dall’altro lato della barricata, sia chiaro, i toni non erano più lucidi di quelli della chiesa romana, che teneva parecchio a considerare vittima incolpevole della propaganda il “popolo” (“il popolo che sente clamorosamente l’accusa, sente altrettanto clamorosamente che l’accusa è falsa”, come scriveva L’Azione di Novara il 23 luglio). Tutto, a ben vedere, congiurava al panico collettivo delle “spie in abito talare”: l’anticlericale Progresso di Valle Maira, da Dronero (Cuneo), il 15 luglio, pur dicendosi felice che il parroco di Caporetto non fosse stato fucilato per spionaggio (sic), sosteneva che ad averne annunciato l’arresto era stato lo stesso comando militare di zona e che 

il torto maggiore sta dalla parte di coloro che nelle italianissime terre di Trento e Trieste si sono valsi della sottana per tener bordone all’Austria.

Più di un anno dopo, il 21 settembre 1916, sul Popolo d’Italia di Mussolini, riferendo dal Friuli di un bombardamento dall’alto, la storia del prete-spia si scioglieva nel topos del prete lussurioso:

La mattina seguente all’incursione aerea, l’egregio nostro concittadino Nicoletti, consegnò un prete sorpreso vicino alla stazione alle 4 di notte in atteggiamento equivoco ed accusato da varie persone di avere fatto delle segnalazioni agli aeroplani nemici. Condotto al comando dopo tre ore fu liberato. Risultò che era giunto la notte da Monfalcone e che andava vagando si [sic], ma dietro ad una innocente fanciulla, non per far segnalazioni. La curia locale fece pressioni enormi presso i giornali locali perché la notizia fosse tenuta nascosta. La solidarietà dei preti va lontano. 

Insomma: il fatto che la chiesa cattolica vivesse ancora con astio la nascita dello Stato nazionale avvenuto (anche) demolendo le ultime vestigia del potere temporale dei papi era considerato dalla stampa laica la causa principale dell’ondata di dicerie e di prudenziali provvedimenti restrittivi. Che fosse l’uno o che fosse l’altro dei contendenti – clero e borghesia laicizzante – ciò che contava, per i gruppi in lotta per il potere, era spiegare quelle dinamiche in termini vantaggiosi per se stessi. Nessuna possibilità di sguardo sociologico, psicologico o antropologico era presa in esame, in quei momenti. La dinamica della “voce” era ancora pochissimo studiata; eppure, la guerra ne aveva portate con sé una quantità immensa: leggende su profezie, apparizioni di santi, dirigibili fantasma, caramelle avvelenate, bigliettaie veggenti si rincorrevano quotidianamente. Sarà proprio dalla sua esperienza durante il conflitto che lo storico Marc Bloch trarrà ispirazione, nel 1921, per il suo Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra.

Natura di vere e proprie voci, nel senso stretto del termine, ebbe ciò che – stando a quanto riferito dal Resto del Carlino nella seconda metà di luglio – si stava verificando a Venezia. Da parecchi giorni si rincorrevano chiacchiere secondo le quali tutti i frati del grande convento di San Michele in Isola erano stati arrestati e il convento chiuso, perché ad una minuta perquisizione erano stati scoperti alcuni telegrafi senza fili. Il convento era annesso al cimitero comunale, e al suo direttore si rivolse il corrispondente del Carlino, che raccontò di esser “da due giorni perseguitato da telefonate continue chiedenti notizie e particolari sul grave fatto e sulla impressionante scoperta”, alle quali rispondeva che si trattava “di frottole e di maligne invenzioni”. 

Le voci tra i militari al fronte

Ma c’è un dato altrettanto interessante. Le storie sui preti spia circolavano anche al fronte, in particolare fra gli ufficiali e i graduati. Non erano dunque soltanto storie da città lontane dalla linea dei combattimenti, o da retrovie. Ne abbiamo notizia peri l tramite di un interessante progetto che, grazie a una collaborazione tra l’Espresso e l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, ha digitalizzato alcuni diari tenuti da militari italiani durante la Grande Guerra.

Scrive nel suo diario il tenente Gastone Bassi, che, parte di una compagnia automobilisti, poteva muoversi lungo il fronte al volante di una potente Mercedes Benz. 

Palmanova, 12 agosto 1915 

Delle popolazioni di questi posti non c’è da fidarsi troppo; gli episodi dello spionaggio sono numerosissimi e spesso tali da dimostrarlo organizzato in modo meraviglioso; i preti, poi, dei paesi redenti sono quasi tutte spie, ed esercitano la loro ignobile missione con tale raffinatezza da sbalordire: telefonano al nemico chiusi entro botti nelle cantine, comunicano con lui a mezzo di lampade votive, con l’aprire o chiudere di finestre. Ma molti di questi reverendi sono stati mandati a villeggiare da Belzebù. Prosit!

Due mesi più tardi, il 14 ottobre 1915, R. Mocali, che dovrebbe aver presieduto un tribunale militare, scriveva da Cervignano del Friuli (Udine):

Fu ieri sera qui condotto, per essere internato il Cappellano d’Aquileia, Don Spessot (qui detto cooperatore) dopo l’internamento dell’arci.te D. Giov.nni Meizlik,quest’amico continuava a servirci per le feste. È un prete giovanissimo che terminò i suoi studi l’anno scorso. Prete porco!

Giuseppe Bianchi, un soldato comasco del Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti (unità in cui si arruolano parecchi esponenti importanti del futurismo), nel settembre 1915 scrive da Brenzone sul Garda (Verona):

3 settembre – Esco alla sera col ten. Silva per il solito giro di perlustrazione […] Ci appostiamo sotto la casa parrocchiale sospetta di spionaggio. Notiamo che due finestre al secondo piano sono aperte e ciò contrariamente all’ordine che impone la chiusura di tutte le imposte. Ad un tratto una di queste finestre s’illumina di una luce fortissima, poi si spegne e s’illumina l’altra, poi tutt’e due e questo giochetto si ripete tre volte. Il tenente allora leva la rivoltella e spara in quella direzione sei colpi di rivoltella. La luce si spegne e torniamo ad Assenza soddisfatti.

Settembre 4. Ore 8. – Andiamo dal parroco per avere spiegazioni sulle luci della sera avanti. Sequestriamo il passaporto ad un giovane che dormiva nella camera illuminata, quantunque il prete abbia a lungo protestato, attribuendo il fatto unicamente ad imprudenza! Non così però la pensava il mio tenente, che da più sere alla stessa ora, nello stesso sistema vedeva la stessa luce. Vedremo quale provvedimento prenderà il comando. 

Questi racconti fanno parte del fenomeno di “caccia alle spie” che doveva essere vivissimo al fronte. Probabile che molti arresti fossero motivati; ma altri – come le voci più fantastiche sui preti che telefonavano dall’interno delle botti – erano sicuramente frutto di dicerie, fraintendimenti e paure: esemplare, a questo proposito, la storia di un soldato che sparò al “nemico” intento a far segnalazioni, ma che scoprì poi trattarsi… solo di una lucciola! 

Per concludere – o per cominciare

Insomma: il primo panico antiecclesiastico della Grande Guerra, quello del giugno-settembre 1915, fu probabilmente uno degli esiti della serie di tensioni accumulate dalla società italiana a partire dall’unità nazionale in poi. Mentre la presenza di segmenti di pubblico orientati in senso laico (in quella fase storica assai nutriti) diede occasione per polemizzare contro il clero cattolico, l’elevato numero di processi militari intentati e di arresti effettivamente compiuti indica che i militari si sentirono autorizzati a indagare ed enfatizzare qualsiasi diceria o storiella circolasse in quei mesi. La caccia all’infedele, di cui la storia religiosa italiana aveva dato innumerevoli prove, aveva cambiato verso – senza per questo mostrarsi meno intollerante e ingiustificata del passato.

Nei pochi resoconti di cui disponiamo, comunque, fa capolino per la prima volta il mito della spia che, a parte mezzi tradizionali come le mappe, i segnali luminosi dalle finestre e le foto scattate di soppiatto, usa gadget modernissimi come la radiotelegrafia, grande novità da applicare alla guerra (e nella quale, non c’è da dubitarne, frati e parroci di paese erano grandi esperti…). Ci sono soltanto cenni a voci dal contenuto fantastico, come il rifornimento per aerei nemici fatto su territorio italiano, ma abbiamo pochi dubbi che un lavoro storiografico degno di questo nome farebbe saltare fuori documenti inediti e cronache sorprendenti. I preti spia degli austriaci del 1915-1918 attendono ancora di essere smascherati.

Immagine: L’assoluzione dei soldati irlandesi prima della battaglia del crinale di Aubers. Da Wikimedia Commons. Si ringraziano Stefano Dalla Casa e Roberto Labanti per le fonti fornite

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